L'Italia che cambia: Asmi, ovvero Associazione Scout Musulmani Italiani

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Un gruppi di scout musulmani - Foto: Asmi

Incontro Zouhaier Chebbi a Gardolo, alla periferia nord di Trento, nella piccola stanza accanto alla sala destinata alla preghiera della comunità musulmana. Camicia dell’uniforme e fazzolettone, Zohuaier mi spiega che, in realtà, quel luogo non è una sede scout: non ci sono cartelloni ai muri, non ci sono i simboli dello scoutismo, e non c’è nemmeno quell’incorreggibile disordine che caratterizza tutte le sedi scout del mondo. Perché quella è una stanza in prestito, è una sala computer che “sopporta” ogni quindici giorni la festosa presenza di ventiquattro bambini di un gruppo scout un po’ insolito: il primo “branco” (così si chiama l’unità dei bambini più piccoli nel linguaggio scout) musulmano del trentino, e uno dei primi in Italia. Zouhaier, tunisino di origine, in Italia dal 1989, è un giovane cordiale e sorridente, che mi spiega con passione i motivi che lo hanno spinto a fondare il primo gruppo locale di lupetti e lupette dell’ASMI, l’Associazione Scout Musulmani Italiani di cui è attualmente presidente e responsabile per la zona Trentino Alto Adige.

Ci sediamo al tavolo, vicino a noi un pc dove scorrono le immagini delle uscite del piccolo gruppo: bambini come tutti, che all’aria aperta come tutti gli scout giocano, cantano, scherzano, si radunano attorno al fuoco, pregano.

Chiedo a Zouhaier di raccontarmi quando ha preso avvio questa esperienza di scoutismo nel nostro Paese. “È un’iniziativa recente, mi spiega. Alla fine del 2007 un piccolo gruppo di giovani musulmani di Milano, alcuni con alle spalle esperienze scout nel proprio paese e altri con qualche incarico di responsabilità all’interno dei centri culturali, hanno deciso di provare ad avviare un’esperienza scout per bambini e ragazzi musulmani. Si trattava di una quarantina di giovani che inizialmente condividevano la passione per lo scoutismo a livello personale e che poi, nel 2008, hanno fondato l’ASMI, con il primo obiettivo di formare dei capi in grado di aprire un gruppo scout. Il percorso di formazione, però, non è stato organizzato in maniera autonoma. Al contrario, questo piccolo gruppo ha deciso di chiedere aiuto alle associazioni che sul suolo nazionale maggiormente rappresentano lo scoutismo: l’Agesci (gli scout cattolici), il Cngei (l’associazione laica degli scout), e il Masci (Movimento Adulti Scout). Questo aiuto è stato importantissimo sia per la formazione dei nostri capi, sia per i rapporti di collaborazione che abbiamo intrecciato con i capi scout di Agesci e Cngei, che abbiamo sempre invitato nei momenti più importanti delle nostre attività”.

E dopo questo lavoro di formazione avete cominciato ad aprire le prime unità per i bambini… “Sì. Il gruppo iniziale si è rapidamente allargato, e quando, poco tempo dopo, è diventato responsabile dell’ASMI un capo di Verona, che aveva alle sue spalle un’esperienza scout nel suo Paese, è stato possibile aprire la prima unità di lupetti a Verona, alla quale ne sono seguite altre, come il gruppo di Trento. Anche qui il rapporto con Agesci e Cngei è molto importante. Quest’estate, ad esempio, durante un campeggio a Pinzolo i bambini del nostro branco hanno vissuto una giornata assieme ai bambini di un branco dell’Agesci di Vicenza. Si è trattato di un’esperienza molto forte, non solo perché da subito i bambini hanno stretto amicizia giocando e partecipando alle attività come se si conoscessero da anni, ma anche perché hanno dimostrato di saper stare assieme senza pregiudizi e senza distinzioni. Questi momenti di incontro sono importantissimi sul piano educativo, perché contribuiscono a costruire mentalità e atteggiamenti di apertura al dialogo e all’incontro con l’altro. Nelle attività fatte assieme le diversità contano molto meno di quello che unisce, e questo permette ai bambini di conoscere e comprendere anche il valore delle differenze: solo per fare un esempio, prima del pasto i bambini dell’Agesci hanno potuto vedere la preghiera dei loro amici musulmani, e allo stesso modo lupetti e le lupette dell’Asmi hanno ascoltato la preghiera di ringraziamento per il cibo pronunciata dai lupetti cattolici”.

Quanti sono i gruppi scout aperti dall’Asmi in Italia?

Attualmente hanno aperto due gruppi a Milano (Sesto san Giovanni e Milano centro), uno a Verona e uno a Trento. Per ora sono gruppi che hanno avviato solo il branco, l’unità dei più piccoli. Questo perché lo scoutismo è un metodo che deve essere vissuto fin da piccoli e quindi si è scelto di cominciare con i bambini per poi aprire, mano a mano che crescono, le altre unità (il reparto e il clan), destinate ai ragazzi più grandi. Ma questa realtà ha destato molto interesse e siamo stati chiamati da molte comunità del nord Italia, dal Veneto, al Friuli, all’Emilia Romagna, per cominciare a progettare percorsi di formazione dei capi in vista dell’apertura di altri gruppi. La cosa interessante è che i capi non provengono tutti dallo stesso Paese. Accanto al nord Africa, abbiamo capi e collaboratori che provengono anche dai paesi dell’Est e dall’Asia. Ciò che però tutti hanno in comune è la convinzione che i bambini possono trovare un progetto educativo valido nello scoutismo. Il cui obiettivo, non lo dobbiamo mai dimenticare, è quello di formare prima di tutto dei buoni cittadini. È questa la ragione per la quale abbiamo fondato l’Asmi, nella convinzione che il metodo educativo dello scoutismo e le sue finalità possano essere proposti anche ai bambini e ai ragazzi che provengono da famiglie musulmane”.

I gruppi dell’Asmi sono misti o ci sono divisioni fra bambine e bambini?

Abbiamo deciso di fare le unità miste, scegliendo lo stesso metodo dello scoutismo dell’Agesci e del Cngei. È molto importante tener conto del fatto che il modello educativo degli scout deve guardare all’ambiente in cui vivono i bambini. Anche se noi capi proveniamo da Paesi e situazioni diverse, quando lavoriamo con gli scout dobbiamo considerare che i nostri bambini vivono qui. Le usanze locali, che ognuno di noi porta con sé, vanno messe un po’ da parte e si deve trovare nel metodo e nei valori dello scoutismo quel filo che unisce capi provenienti da luoghi e anche da ambienti culturali diversi. Questo si esprime anche nella lingua. Nelle attività con i lupetti non usiamo l’arabo, che è pur sempre la lingua che unisce tutti i musulmani, ma l’italiano. E quando usiamo l’arabo, ad esempio in una piccola canzone o in un gioco, prevediamo sempre la traduzione in italiano. Non si deve dimenticare che per i nostri bambini in realtà è più facile usare l’italiano, perché a scuola e nella società è quella la lingua che sentono maggiormente. In questo modo, noi non eliminiamo l’arabo, che rimane ad esempio nella preghiera, ma aiutiamo i bambini e i ragazzi a imparare l’arabo, senza farne però la lingua del gruppo. Anche quando un iman viene a spiegare qualche aspetto religioso ai bambini, noi prevediamo sempre che ci sia la traduzione dall’arabo in italiano”.

Qual è l’impegno che viene richiesto ai bambini?

“I bambini si trovano ogni 15 giorni con i capi per la riunione periodica, poi abbiamo alcune uscite nel corso dell’anno e infine il campeggio estivo, che è uno dei momenti più importanti dell’attività scout e che fino ad oggi abbiamo organizzato a Villa Buri in provincia di Verona, una villa con un grande parco che è gestita da un’associazione (Villa Buri onlus) che ha finalità di carattere sociale e della quale fa parte fra gli altri anche l’Agesci. Recentemente, il 24 e 25 settembre scorsi, abbiamo passato due giorni in una struttura gestita dall’Agesci a Pralungo, sulla montagna sopra Trento dove abbiamo celebrato l’apertura ufficiale del gruppo dei lupetti dell’Asmi di Trento. È stato un momento davvero molto bello, al quale abbiamo invitato i responsabili di zona dell’Agesci, la capogruppo del gruppo Agesci di Gardolo e l’assessora del comune di Trento alla cultura, turismo e giovani, Lucia Maestri”.

E in quell’occasione i vostri lupetti hanno fatto la promessa scout?

“No. La promessa è un momento molto importante nella vita di uno scout, e per questo si fa alla fine di un percorso di crescita. Abbiamo dato loro maglietta e fazzolettone, come segno di appartenenza al gruppo e inizio di un cammino nei valori dello scoutismo che li porterà più avanti a fare la promessa. Ciò che non si deve dimenticare, però, è che la promessa è uguale per tutti gli scout, che sono uniti dagli stessi valori di fratellanza e che hanno come obiettivo quello di lasciare il mondo migliore di come lo hanno trovato”.

Mentre pedalo verso casa, porto con me soprattutto due pensieri. Il primo relativo all’incredibile lungimiranza di Baden Powell, il fondatore degli scout, che ha saputo creare un metodo educativo che attraversa le culture riuscendo a costruire legami reali di fraternità, condivisione e collaborazione che vanno al di là della propria appartenenza sociale e della propria identità religiosa o nazionale. Un’intuizione straordinariamente attuale in un mondo globalizzato e multiculturale come il nostro. Il secondo pensiero riguarda l’obiettivo che Zouhaier ha così chiaramente sottolineato: creare buoni cittadini. Mi chiedo se questo non potrebbe essere il “tema” di ogni processo educativo in un mondo globalizzato: ricercare quali siano le condizioni, i valori, i metodi, il senso di un educare a essere buoni cittadini. E, soprattutto, mi domando se questa esperienza di dialogo e di collaborazione strutturati e senza pregiudizi, condividendo metodi e obiettivi, non potrebbe diventare un paradigma di lavoro anche per altri ambienti sociali ed educativi. Perché educare ad essere buoni cittadini significa costruire, fin da oggi, una società migliore. Per tutti.

Alberto Conci

Fonte: Cooperazione tra consumatori (novembre 2011)

 

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