L'Europa che vogliono

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Le cronache dicono che c'era il sole. E infatti il 16 marzo la foto di gruppo -da Romano Prodi a Xavier Solana- che ha sancito il passaggio alla grande Europa allargata ad Est, ha potuto essere scattata all'aperto, nella primavera di Atene. Sullo sfondo l'Acropoli.

È stato solo poche settimane fa, il 16 aprile, ma forse non lo ricordate perché l'avvenimento -questa volta davvero storico- è stato offuscato, come tanti altri, dalla guerra in corso in Iraq.

Come il Trattato di Roma (25 marzo 1957) è ricordato come il momento di fondazione della Comunità Economica Europea, il Trattato di Atene sarà ricordato perché i membri dell'Unione passano d'un tratto da 15 a 25 Paesi. I nuovi arrivati sono Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Ungheria, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Cipro. Otto Paesi dell'ex blocco dell'Est e due isole del Mediterraneo.

Così, dal 1° maggio 2004 cambiano equilibri e prospettive.

450 milioni di cittadini, nuove frontiere e -al più presto- nuove regole di funzionamento.

Con l'Europa dei 25 infatti si tratta in parte di riscrivere e in parte di sperimentare nuove regole di "governance": per esempio come si prendono le decisioni all'interno del Consiglio europeo (formato dai capi di Stato o di governo dei Paesi membri) o quali sono i poteri della Commissione e del suo presidente. Già oggi, superato il principio dell'unanimità che poteva funzionare quando l'Europa era formata da pochi Paesi, le decisioni vengono prese a "maggioranza qualificata": possono essere cioè adottate quando si raggiunge una maggioranza che rappresenta o la maggioranza degli Stati membri o almeno il 62 per cento della popolazione totale dell'Unione. Un meccanismo complesso che, soprattutto dopo il Trattato di Nizza (2001), tende a tutelare gli interessi dei Paesi più piccoli e ad evitare che ci sia uno strapotere dei grandi (senza per questo rendere necessaria su ogni decisione l'unanimità). Esattamente tra un anno l'Unione sarà fatta da 19 piccoli Paesi e da 6 grandi (oggi la proporzione è di 10 a 5): diventa quindi fondamentale costruire meccanismi decisionali che non taglino fuori i piccoli ma che anche non tengano legate le mani (e le possibilità di crescita) dei grandi.

Quando l'Unione sarà allargata a 27 Stati (probabilmente Romania e Bulgaria nel 2007) la maggioranza qualificata potrebbe addirittura passare al 73,91 per cento della popolazione.

Come abbiamo avuto più volte l'occasione di scrivere su queste pagine, l'Unione Europea è un delicato esempio di "globalizzazione inclusiva e democratica". Ma, come si vede, anche di nuovi modelli di "governance".

Per rendersi conto di quanta strada abbiamo percorso basta pensare alle altre grandi istituzioni internazionali, a cominciare dall'Onu. Qui ogni Paese, dal più popoloso al più minuscolo, dispone di un voto; ma poi il potere reale è nelle mani del Consiglio di sicurezza che è costituito da 5 membri permanenti (i vincitori della seconda guerra mondiale) e da 10 a rotazione; e, alla fine, chi davvero conta sono soltanto i 5 membri permanenti (Usa, Gran Bretagna, Francia, Cina e Russia) che dispongono del potere di veto.

Forse, se si riuscisse ad applicare un meccanismo simile a quello della "maggioranza qualificata" europea, anche l'Onu potrebbe tornare ad avere un ruolo più credibile di "casa comune".

In ogni caso nei prossimi anni guardando la cartina del continente ci si renderà conto che resta ancora un buco da colmare, quello dei Balcani. Più volte il presidente della Commissione europea, Romano Prodi, si è impegnato a "prendere per mano questi Paesi e a portarli verso di noi". Dichiarazioni importanti e per nulla formali in tempi in cui dei Balcani e del loro destino democratico importa poco a tutti. Ma è un pezzo di Europa strategico per la possibilità di mantenere la pace.

Per tutte queste ragioni dovremmo occuparci un po' di più di Unione Europea, soprattutto in tempi in cui i rapporti tra gli Stati tornano ad essere impostati sui rapporti di forza e non, come hanno invece scritto i 25 ad Atene, "sui principi di libertà, democrazia e Stato di diritto" e sulle pratiche di "tolleranza, giustizia e solidarietà".

Ci aspettano presto almeno due appuntamenti, uno molto prossimo, per misurare il nostro grado di "appartenenza" a questi valori: il 20 giugno a Salonicco sarà presentato il progetto di Costituzione europea. Probabilmente le parole "Costituzione europea" ci fanno tornare in mente solo la discussione se inserire o meno nella nuova Carta il riferimento alle "radici cristiane" dell'Europa. Ma in discussione c'è molto di più: valori, regole, prospettive di convivenza. È un peccato, anzi un delitto, che la discussione fin qui sia rimasta limitata al gruppo di saggi che, guidato dall'ex presidente francese Valéry Giscard d'Estaing, sta stendendo il progetto e non sia diventata invece una discussione di popoli; ma forse è vero che questa nostra fase di "democrazia matura" poco si presta a esperienze di partecipazione e di coinvolgimento dei popoli.

Sulla Costituzione non si deciderà subito (i dieci Paesi che entreranno a partire dal 1° maggio vogliono giustamente essere parte della discussione, e non solo spettatori). Il tempo per un confronto e per un coinvolgimento un po' più ampio ci dovrebbe quindi essere.

Anche noi di Altreconomia cercheremo di fare la nostra parte, magari con un dossier dedicato a questi temi.

L'altro appuntamento significativo sarà tra un anno circa, nel 2004, con le elezioni del Parlamento europeo: con tutto quello che c'è in ballo è tutt'altro che un esercizio di democrazia virtuale e sarebbe importante che anche la "società civile" ci pensasse per tempo.

A proposito di passaggi storici: ad aprile è stato anche annunciato il completamento della "mappatura" del genoma umano (il "libro della vita" la cui conoscenza dovrebbe tra l'altro consentire passi rivoluzionari in campo etico).

Quel che ci importa qui sottolineare, e su questo ritorneremo, è che sull'impresa si sono confrontati un consorzio pubblico internazionale (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Giappone, Germania e Cina) e un'azienda privata la "Celera Genomics", la stessa che nell'aprile del 2000 aveva tentato di bruciare sul tempo il consorzio pubblico annunciando di avere mappato per prima il genoma. Poi però ha di fatto mollato il colpo. Se oggi la banca dati in cui è mappato il "segreto" del Dna umano è una banca dati aperta, di dominio pubblico e accessibile gratuitamente a tutti i ricercatori, lo dobbiamo a questo straordinario progetto internazionale.

Che dimostra, tra l'altro, che per arrivare a straordinari risultati scientifici la ricerca pubblica è altrettanto affidabile di quella privata. Con una certezza in più: che i risultati sono poi davvero messi a disposizione della comunità e non solo degli affari.

Miriam Giovanzana

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