#‎JeSuisCharlie‬: quali valori e quali nemici?

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Immagine: Tg24.sky.it

Si stima che due milioni di persone abbiano sfilato a Parigi domenica 11 gennaio. Tra loro più di 40 capi di Stato o di governo, rappresentanti diplomatici e politici. Una marcia simbolica, come l’anello di braccia strette le une alle altre formato dai “Potenti” e ripreso dai giornali di tutto il mondo, insieme alle immagini dall’alto di una fiumana di persone che ha invaso la capitale francese snodandosi tra Place de la Republique e Place de la Nation. E non solo. Alle numerose manifestazioni spontanee che da giorni si sono tenute tanto in Francia quanto in altri Paesi europei, si sono uniti in milioni sui social network, postando vignette che irridono con sarcasmo gli episodi, modificando il proprio avatar nell’ormai noto “Je suis Charlie” e manifestando a grandi caratteri la propria reazione a quanto accaduto.

Già nei frenetici giorni degli attentati e della caccia ai terroristi, la solidarietà per le vittime è stata rapidamente superata da un atteggiamento di sdegno e di biasimo condivisi dinanzi a questo attacco. Alla libertà di espressione e di stampa, o più in generale alla società occidentale e alle molteplici libertà di cui godono i suoi cittadini? Anche dal carattere antisemita? Nella linea tracciata durante la manifestazione da Francois Hollande, Angela Merkel, David Cameron, e Matteo Renzi, solo per citare alcuni leader europei, seppur a buon uso dei media, emerge il monito di un “facciamo muro contro attacchi di questo genere”. Dunque una dichiarazione di unità e di orgoglio in difesa della libertà come non se ne vedevano da tempo. Se non altro perché al di là delle ragioni contingenti della manifestazione, ben poco unitaria è la comunità a supporto del diritto alla libertà. E mentre i politici che di questa unità sono stati assurti a simbolo stanno da giorni ricevendo numerose accuse di ipocrisia, anche il concetto di libertà ha già creato breccia tra gli “originali” “Je suis Charlie” e i nuovi “Io non sono Charlie” (declinati in tutte le lingue a disposizione delle varie comunità internaute) di chi ritiene di “non esser degno di” fregiarsi di un nome che indica le vittime della strage e lo interpreta solo come un messaggio di facciata. Coraggiosi o sciocchi, provocatori o martiri quei giornalisti?, anche su questo punto si snoda il dibattito sulla libertà. O sul minore spazio dato dalla stampa al poliziotto di origine algerina ucciso dagli assalitori o alla guardia del corpo del direttore del Charlie Hebdo. E mentre spuntano altrettanti “Je suis Ahmed” e “Je suis Franck”, e perché no?, Je suis juif (io sono ebreo), nuovi particolari rendono un eroe il commesso musulmano che ha salvato alcuni ostaggi all’interno del supermercato kosher del quartiere ebraico di Marais, che però molti ricordano che non deve lasciare in ombra quei clienti ebrei che nel negozio hanno perso la loro vita.

È un continuo fronteggiarsi di parti a dispetto dell’unità di intenti e di valori espressi. È una continua critica a quella stampa di cui si inneggia la libertà e il coraggio ma nella quale non dovrebbero avere spazio messaggi di odio e di fanatismo (anche religioso). È un rincorrersi di accuse e colpe: tanto a islamici e a “indistinti” immigrati, quanto a venditori di armi e ai partecipanti alla guerra al terrore in Medioriente, ma anche a chi non ha alzato l’asticella della sicurezza pubblica e a chi ha fallito nelle politiche inclusive ma al contempo rispettose di culture altrui. Nondimeno aleggia un’altrettanto colpevole scarsa copertura della stampa su quei morti frutto di analoghi brutali attacchi terroristici nel mondo extra-europeo, o meglio al di fuori dell’Occidente. E dunque perché non dire anche “Je suis Baga”, la città nigeriana dove proprio in questi giorni i miliziani di Boko Haram avrebbero compiuto una carneficina, con 2mila vittime?

Quali sono dunque i valori di riferimento che hanno “compattato” questa vasta fetta dell’opinione pubblica sdegnata e sconvolta da quanto accaduto in Francia? La libertà, la tolleranza, la giustizia sociale? Ben vengano, certo, ma come possono coincidere i caratteri, gli eventuali limiti, i mezzi per garantire il loro rispetto e gli indici di valutazione dei “nostri valori” quando nella stessa manifestazione ci sono gli antieuropeisti che intendono sospendere la libertà di movimento dell’Accordo di Schengen e i rappresentanti delle istituzioni europee, chi difende la libertà di stampa simboleggiata dalla matita alzata in cielo e chi mette dei paletti alla stessa se gli obiettivi della satira sono i politici o chi ancora ne strumentalizza le pubblicazioni al fine di fomentare l’islamofobia? Il rischio nel parlare di “nostri valori” è di innescare un “noi” e “loro” di cui non sono ben chiare le sfumature. Non si tratta di una semplice attenzione ai termini usati, emerge con evidenza che su quella stessa strada percorsa dai paladini della libertà sono in molti quelli che non hanno ben chiaro che esistono formulazioni condivise a livello europeo, come la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti umani e delle libertà fondamentali del Consiglio d’Europa del 1950 e la più recente Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, che hanno delineato i valori comuni su cui poggia l’Europa.

La forza di questi valori, chiamati diritti umani, è stata proprio la capacità di essere declinati e interpretati dalle diverse culture, religioni e civiltà alla luce delle proprie specificità e della storia, tenendo però ben conto che la loro ragione d’essere è l’essere umano e la sua dignità, da tutelare e salvaguardare. Non esiste una definizione mondiale univoca di diritto alla vita, eppure non esiste persona che non lo includerebbe in un decalogo dei principali diritti umani. Le Convenzioni internazionali dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e delle sue Agenzie Specializzate hanno avuto il privilegio, oltre al dovere, di diffondere a livello globale disposizioni universali. Ma come uomini e cittadini di un territorio del mondo, a livello regionale si sono presto configurati decaloghi con disposizioni più corrispondenti alla realtà che le ha emanate. Esistono quindi accanto alle carte europee in materia di diritti umani, quelle del continente americano, africano, asiatico e anche arabo. Islam e cristianesimo, ma anche induismo e buddismo, si sono confrontati con queste disposizioni universali interpretandole, accettando e rifiutando quanto non era in linea col messaggio salvifico predicato, continuando però a tener fermo il principio del rispetto dell’altro. Se quindi il cristianesimo boccia i cosiddetti diritti riproduttivi, la Carta dei diritti umani predisposto dalla Lega Araba con una certa difficoltà dispone la libertà di fede religiosa pur affermando la piena tolleranza e il rispetto di persone aderenti ad altre fedi. Ciò che in conclusione emerge è che più che “i nostri valori” da contrapporre a quelli non di una razza, di una componente sociale o di una religione che non li abbraccia, è la capacità che ha avuto l’Europa di costruire e di dialogare. Senza queste capacità, le disposizioni previste sulla carta e applicate nei tribunali poco possono dinanzi al fragore dei colpi di kalashnikov o delle bombe: questo è l’insegnamento che “la nostra” storia ha fatto emergere, sta a noi dimostrare se la lezione è stata imparata.

Miriam Rossi

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