Jair Bolsonaro e il futuro dei circa 300 popoli indigeni

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Jair Bolsonaro - Foto: Corriere.it

Dallo scorso ottobre Jair Bolsonaro è il nuovo Presidente del Brasile. Questo ex capitano dell’esercito ha vinto con il 55,29% dei voti ed ha riportato l’estrema destra al governo in uno scenario che per quanto all’interno della cornice elettorale democratica ricorda la dittatura militare che dal 1962 al 1985 ha governato il Paese. Una situazione che ha destato una profonda preoccupazione tra i difensori dei diritti dei popoli indigeni visto che Bolsonaro fin dal primo giorno di mandato non ha perso occasione per attaccare i diritti territoriali delle 305 minoranze indigeni del paese sudamericano. Per l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) questi attacchi razzisti contro le minoranze del paese istigano alla discriminazione e all'emarginazione della popolazione indigena del Brasile. Con quale fine? “Le violazioni dei diritti territoriali degli indigeni brasiliani sono da anni in aumento e l’obiettivo politico è adesso perseguire lo sfruttamento delle risorse, agricole, minerarie e forestali nei loro territori”. Di fatto, per l'APM i procedimenti per il riconoscimento dei territori tradizionali sono bloccati da anni e adesso la lobby agraria che si batte per gli interessi dei latifondisti e per un’agricoltura tossica ed industriale non sembra più avere argini, almeno politici. 

I dati relativi al 2017 pubblicati lo scorso anno dall’Conselho Indigenista Missionàrio (CIMI), un’organizzazione per i diritti umani cattolica, riportano un quadro spaventoso della situazione dei popoli indigeni in Brasile e denunciano decine di espropri e trasferimenti forzati delle loro comunità. Ma non solo. Secondo questi dati, nel 2017 ci sono stati 128 casi di suicidio tra gli indigeni, 110 persone sono state assassinate e 14 rappresentanti indigeni hanno dovuto fare i conti con ripetute minacce di morte. La mancanza di assistenza sanitaria ha poi causato la morte di 702 bambini sotto i cinque anni, numeri tutti confermati (quando non tragicamente peggiorati) nel 2018 e tutto fa pensare che il 2019 potrebbe essere anche peggiore. Per questo già nelle settimane dopo l’insediamento Bolsonaro alla guida del Brasile, l’organizzazione Rede de Cooperação Amazônica (RCA) e i rappresentanti dei popoli Aruak, Baniwa e Apuriña hanno inviato a Bolsonaro una lettera aperta con cui lo invitavano ad un confronto diretto e paritetico, alternativo ad una politica di integrazione forzata e paternalistica. “Possediamo la capacità e l’autonomia per parlare per noi stessi. Siamo decisamente capaci di pensare e discutere i diritti dei popoli indigeni, così come fissati e garantiti dagli articoli 231 e 232 della Costituzione Federale brasiliana nonché dalla Convenzione 169 dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) e dalla Dichiarazione sui Popoli Indigeni dell’ONU”.

Un tentativo per ora rimasto inascoltato e che ha dovuto prendere atto anche della decisione di Bolsonaro di trasferire la competenza per le aree di tutela indigene dalla Fondazione Nazionale per gli Indigeni (FUNAI) al Ministero per l’Agricoltura. Per l’APM la scelta di Bolsonaro è stato il primo aperto attacco istituzionale ai diritti territoriali dei popoli indigeni del Brasile e costituisce un regalo alla potente lobby agraria che vorrebbe sfruttare economicamente i territori indigeni. “In questo modo Bolsonaro ha dato seguito alla sua promessa elettorale di avviare lo sfruttamento economico dell’Amazzonia, sia a spese delle comunità indigene, che andrebbero a perdere la loro base di sussistenza, sia a spese dell’ambiente”. Che fare? Intanto lo scorso 13 febbraio le maggiori associazioni indigene del Brasile hanno consegnato alla Commissione Interamericana per i Diritti Umani l’ultimo rapporto sugli episodi di violenza contro le comunità e i popoli indigeni del Brasile. Il rapporto firmato dall’Organizzazione dei Popoli Indigeni del Brasile (APIB), dalla Federazione dei popoli indigeni dell'Amazzonia (COIAB), dall’Unione dei popoli indigeni del nordest, Minas Gerais e Espirito Santo (APOINME) e dall’associazione panamericana di assistenza legale agli indigeni Indian Law Resource Center (ILRC) mostra un ulteriore spaventoso aumento degli episodi di violenza contro le comunità indigene in seguito alla vittoria elettorale dell’attuale presidente. “Da allora sono stati registrati almeno 16 attacchi gravissimi tra cui quattro omicidi, lapidazioni, disboscamenti illegali di territori indigeni, minacce e incendi dolosi”. 

Il rapporto parla di distruzione deliberata e incendi in riserve indigene da parte di agricoltori e di attacchi a numerose comunità indigene. Per i rappresentanti indigeni questa politica è l’equivalente di una dichiarazione di guerra asimmetrica, visto che la maggior parte dei conflitti legati al territorio e allo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali adesso hanno l’appoggio anche della neo ministra per l’agricoltura Tereza Cristina, che si è già detta più volte favorevole ad una redistribuzione dei territori indigeni. Cristina è considerata una delle sostenitrici dell’agricoltura industriale e a quanto pare è poco incline a difendere i diritti territoriali indigeni come il suo incarico invece richiederebbe. Anche per questo ha annunciato di “non voler più ammettere altri iter giudiziari per il riconoscimento dei territori ancestrali indigeni” in contraddizione con quanto ricorda la stessa Costituzione Federale brasiliana. 

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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