Italia: si può mercificare la natura?

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In una Sapienza blindata per le proteste degli studenti che hanno costretto i ministri dell’Economia Fabrizio Saccomanni, dell’Ambiente Andrea Orlando, e della Salute Beatrice Lorenzin a rimanere bloccati in Aula Magna e il presidente Giorgio Napolitano a disertare l’evento, sì è svolta la scorsa settimana all’Università di Roma la prima conferenza nazionale sulla biodiversità dal titolo La Natura dell’Italia. Biodiversità e Aree protette: la green economy per il rilancio del Paese. Realizzata con il contributo di Federparchi, Unioncamere e Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile l’incontro dell’11 e 12 dicembre scorsi è stato un passaggio atteso e dovuto da parte del Governo italiano, vista la necessità di aggiornare e capire come attuare la strategia nazionale sulla biodiversità verso il 2020, realizzato con il più grande confronto mai tenuto prima d’ora in Italia tra istituzioni, esperti, operatori e associazioni per conoscere e pianificare le politiche per la valorizzazione della biodiversità, l’attuazione degli indirizzi comunitari e le più virtuose pratiche finora sviluppate. L’obiettivo è stato quello di puntare al rilancio dell’economia italiana investendo sull’immenso capitale naturale che caratterizza il nostro Paese, dalle aree protette all’agricoltura, dai prodotti tipici all’artigianato di qualità, e porre le basi di un nuovo modello di sviluppo sostenibile.

Per il ministro Orlando, che ha aperto i lavori, non ci sono dubbi sulla strada da seguire: “Per molti anni abbiamo considerato lo sviluppo economico e la tutela dell’ambiente come obiettivi tra loro inconciliabili. È stato un errore pagato a caro prezzo perché proprio quell’ambiente che abbiamo gravemente sacrificato ci si presenta oggi come una straordinaria opportunità per rivedere e rinnovare il nostro modello di sviluppo”. Orlando ha chiesto quindi di puntare su “una nuova economia orientata alla sostenibilità, alla tutela dell’ambiente e alla valorizzazione delle aree naturali, facendo investimenti produttivi perché solo attraverso un’efficace conservazione del capitale naturale si pongono le basi per la realizzazione di un benessere duraturo”. La biodiversità quindi deve essere una leva su cui puntare per rilanciare l’economia del Paese e la ricchezza del nostro patrimonio ambientale può essere considerata una risorsa per proporre modelli di sviluppo nel segno della green economy.  “La bellezza, la cultura, le risorse naturali dei nostri territori sono asset da cui l’Italia può ripartire” ha concluso il ministro.

Ma come? Le soluzioni prospettate hanno preoccupato non poco alcune associazioni ambientaliste italiane tra le quali Re:Common. “Anche in questa occasione il nuovo mantra della Green Economy ha avvolto l’incontro - ha dichiarato l’associazione che ha raccolto il testimone dalla Campagna per la riforma della Banca mondiale (CRBM) nell’impegno a sottrarre al mercato e alle istituzioni finanziarie private e pubbliche i beni comuni - nella speranza che le priorità ambientali possano essere conciliate con un approccio di mercato che crei una società basata sull’economia verde”. Il tema di come dare valore, anche monetario, alla natura è così entrato nel dibattito della due giorni, vista la richiesta di molti di creare in Italia una commissione per il capitale naturale che aiuti a creare una contabilità ambientale per l’intero paese. Ma se è essenziale capire che la ricchezza senza prezzo che la natura fornisce alla società e ai suoi processi economici ogni secondo va preservata anche con il rafforzamento e il finanziamento pubblico delle aree protette, per Re:Common “la definizione monetaria del capitale naturale apre concretamente alla possibilità che la natura e i servizi che forniscono i suoi ecosistemi vengano mercificati” a tutto vantaggio soltanto del profitto di pochi attori privati, senza risolvere per altro la crisi ecologica in cui versa il pianeta. “Preoccupa l’enfasi messa sulla realizzazione delle cosiddette infrastrutture verdi - ha spiegato Re.Common -  che introduce una nuova terminologia per fare riferimento a interventi di creazione di nuove aree verdi e di mantenimento di quelle esistenti, inclusi i parchi naturali. Ma perché chiamarli infrastrutture? E che cosa si cerca di sdoganare con questo concetto, se concordiamo che per arginare la perdita di biodiversità il primo passo dovrebbe essere quello di fermare la cementificazione dei territori senza deroghe di alcun tipo?”.

Esiste quindi il forte rischio che in un’economia verde “finanziarizzata” qualsiasi meccanismo di mercato possa favorire le speculazioni e rendere anche la natura una merce. “Il passo è breve alla finanziarizzazione dell’acqua, di altre risorse e di tutto il vivente. Sarebbe un disastro enorme per le comunità, i territori e l’intero pianeta. Per questo prima di affrettarsi a dare numeri sulla natura che piacciono al mercato, è urgente far pagare il danno fatto a chi ha operato impunemente in questo fino ad oggi, ad esempio smettendo di sussidiare i combustibili fossili e dando diritto alle comunità locali di gestire l’ambiente in cui vivono” ha concluso l’associazione che è anche tra i promotori della dichiarazione internazionale No biodiversity offset lanciata in occasione del contro-vertice promosso ad Edimburgo a margine del primo Forum mondiale sul capitale naturale voluto delle principali banche ed istituzioni finanziarie private del pianeta lo scorso novembre.

Le stesse "eco-perplessità" sono alla base anche delle dichiarazioni dell’Associazione Nazionale Personale Aree Protette 394, un’associazione di liberi cittadini che lavorano nelle aree protette italiane o che sono impegnati e interessati al tema della protezione della natura. “Che in Italia ci sia ancora molto da valorizzare, è indubbio. Ma l’idea che nelle aree naturali protette ci sia spazio per altre attività economiche non basate sulla primaria attività di tutela, e non selezionate da questa, non ci pare convincente né attuabile, senza modificare la ragion d’essere stessa delle aree protette”. Sempre che non si voglia intaccare con “compromessi” più o meno eticamente accettabili il patrimonio naturale che lo Stato ha affidato alla tutela delle Aree Protette. Per l’associazione 394 la direzione di questa prima conferenza nazionale, insomma, se da un lato si propone giustamente di superare la contrapposizione tra conservazione e sviluppo, dall’altro deve fare i conti con il fatto che “I parchi italiani sono già in grande affanno per l’obiettivo primario della Legge 394/91, quello della conservazione e tutela della biodiversità, e che a nostro avviso lo sviluppo sostenibile non può essere messo alla pari delle finalità di tutela, bensì deve essere una sua conseguenza e uno strumento per il raggiungimento di tale obiettivo primario. Non pare realistico voler far carico alle Aree Protette di ulteriori responsabilità, tenuto conto della loro attuale situazione critica e difficile per garantire gli obiettivi minimi di Legge”. 

Oggi molte realtà ambientaliste concordano sulla necessità di una gestione manageriale dei Parchi orientata ai risultati, con obiettivi strategici chiari e risultati misurabili, migliorando la percezione delle Aree Protette da parte dei cittadini e quindi favorendo la loro partecipazione e accettazione. Tuttavia pur apprezzando l’impegno del Ministero dell’Ambiente nel prevedere risorse destinate alla conservazione della biodiversità, il decreto relativo alle risorse del 2012 per i parchi nazionali era di € 2.180.000, ovvero una media di 95.000 euro a Parco nazionale e i fondi per il 2013 dovrebbero essere quasi equivalenti o includere nuovi tagli. “Ci viene da pensare che se non fosse per i finanziamenti straordinari, come quelli comunitari della Natura d’Italia ad oggi non resterebbe che parlare per pura accademia!” ha concluso l’associazione 349.

Alessandro Graziadei

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