Irlanda, mancanza di diritti o malasanità?

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Una manifestazione silenziosa – Foto: mordecaisbazar.blogspot.com

Ha suscitato reazioni in tutta Europa il caso di Savita Halappanavar, la donna di origine indiana che è morta in Irlanda durante la gravidanza: in un ospedale del paese i medici si rifiutano di procedere immediatamente con l’aborto terapeutico in quanto la legislazione irlandese è molto restrittiva nel campo dell’interruzione volontaria della gravidanza, vietata se non in caso di pericolo di vita per la madre. Evenienza che sembrava propria nel caso di Savita che si spegne all’ospedale due giorni dopo l’avvenuta morte del feto. Si potrebbe dire che ci troviamo di fronte a un caso di malasanità piuttosto che di religione o di coscienza nel riguardo di delicate scelte etiche: tuttavia questa tragica storia ha dato il via a manifestazioni in Irlanda di coloro che vogliono una legge sull’aborto in linea con gli standard europei, fornendo pure occasioni di rivincita per i movimenti femministi.

Il racconto del marito della donna, riportato dal Belfast Telegraph (quotidiano dell’Irlanda del Nord) e ripreso da Lettera43, sembra comunque inequivocabile: “«Ci avevano detto che avere un bambino in Irlanda sarebbe stato sicuro. Poi mia moglie è rimasta incinta ed eravamo al settimo cielo. Ma la gravidanza non è andata come avevamo sperato». La 31enne si è presto ritrovata in precarie condizioni di salute, tanto da realizzare di dovere abortire per sopravvivere. Nessuno, però, se ne è voluto occupare. «È stato terribile per lei capire che la sua unica possibilità era quella di perdere il bambino. Ma infine l’aveva accettato, perché stava male», ha spiegato il marito. «Quando però ha domandato ai medici di interrompere la gravidanza si è sentita rispondere: “Finché c’è battito cardiaco nel feto non possiamo fare niente”». La famiglia Halappanavar ha continuato a chiedere l’aborto in ospedale per tre giorni consecutivi. «Quando ci hanno detto che non l’avrebbero operata perché l’Irlanda è un Paese cattolico lei ha risposto di non essere né irlandese, né cattolica ma loro non l’hanno ascoltata», ha continuato Praveen. «Poi, quella sera, ha iniziato a sentire dei brividi e a vomitare: è andata in bagno ed è collassata». Dopo la morte del bambino i dottori, ha scritto l’Irish Times, le hanno somministrato una cura antibiotica ma le sue condizioni, gravi ma inizialmente stabili, sono degenerate e il 28 novembre per Savita non c’è stato più nulla da fare. I medici si sono difesi appellandosi alla legge del Paese”.

Altre testimonianze riportano una versione simile: “Halappanavar era stata ricoverata il 21 ottobre per un forte mal di schiena, i dottori avevano scoperto che stava avendo un aborto spontaneo perché stava perdendo liquido amniotico e la sua cervice uterina era molto dilatata. Molto probabilmente il feto non sarebbe sopravvissuto ma i medici si sono rifiutati di rimuoverlo perché il suo cuore continuava a battere. Il marito di Halappanavar ha detto che di fronte alla richiesta della moglie di abortire i medici avrebbero risposto che, secondo la legge, «fino a quando c’è un battito cardiaco del feto non si può fare nulla» e che «questo è un paese cattolico»”.

Continua IlPost: “Enda Kenny, il primo ministro irlandese del partito di centrodestra Fine Gael, ha detto di voler aspettare l’esito delle indagini prima di avviare qualsiasi tipo di attività legislativa. La famiglia farà quasi sicuramente causa contro i responsabili medici dell’ospedale, sostenendo che il feto avrebbe dovuto essere rimosso per salvare la vita della donna.

Nel 2010 una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Irlanda per non aveva garantito l’aborto in un caso in cui la vita della madre era a rischio. Dopo la pubblicazione di quella sentenza l’Irlanda ha fatto alcune modifiche, escludendo il divieto ad abortire soltanto per alcuni casi eccezionali: il Consiglio dei medici irlandesi ha stabilito che l’aborto è illegale tranne quando c’è un rischio «reale e concreto» per la vita della madre. L’eccezione concessa riguarda anche i casi in cui la partoriente minacci di suicidarsi, ma in generale tale decisione è sempre rimasta a discrezione del personale medico”.

Il quadro quindi non è del tutto chiaro e spesso la propaganda urlata sia di chi è favorevole a una legge sull’aborto volontario sia di chi è contrario non fa il bene di nessuno. In Italia anche la laica AIED, un’associazione che si occupa da decenni di tali questioni, non accusa ma assume una posizione semplice ma netta: “Il caso della giovane donna morta di setticemia perché i medici della «cattolicissima» Irlanda non hanno voluto praticarle l’aborto terapeutico è un caso di malasanità, una di quelle situazioni in cui il medico non risponde a una emergenza per salvare la vita del paziente, ma condiziona la sua attività medica a convinzioni morali o etiche, siano esse personali o «di stato». È una situazione che esula quindi dall’aspetto morale o di coscienza del medico o dal fatto che nel paese l’aborto sia legale o meno, perché la donna era in pericolo di vita”.

La morte di Savita e le reazioni successive hanno determinato anche l’intervento dei vescovi irlandesi che hanno utilizzato parole, pure in questo caso, abbastanza nette e, da un certo punto di vista, innovative: “La Chiesa cattolica non ha mai insegnato che la vita di un bambino nel grembo materno andrebbe preferita alla vita di una madre. In virtù della loro comune umanità, una madre e il suo bambino non ancora nato sono entrambi sacri con lo stesso diritto alla vita. Quando una donna in stato di gravidanza e gravemente malata - spiegano i vescovi - ha bisogno di cure mediche che possono mettere a rischio la vita del suo bambino, tali trattamenti sono eticamente permessi a patto che sia stato fatto ogni sforzo per salvare la vita sia della madre che del suo bambino. Considerando che l‘aborto è la distruzione diretta e intenzionale di un bambino non ancora nato ed è gravemente immorale in tutte le circostanze, questo è diverso da trattamenti medici che non sono direttamente e intenzionalmente finalizzati a porre fine alla vita del bambino non ancora nato”.

L’interruzione volontaria della gravidanza è e resta un trauma per tutti. Arrivare al traguardo degli zero aborti potrebbe essere un’azione capace di unire laici e cattolici o credenti di altre religioni. Certamente, finchè esiste la piaga dell’aborto clandestino, è sicuramente opportuno che lo Stato consenta alle donne, almeno in determinati casi, di interrompere la propria gravidanza. Non si possono tagliare con la spada certi nodi, occorre scioglierli con silenzio e discrezione, sapendo che alle volte non si riuscirà a districarlo. [PGC]

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