Inuit e Greenpeace: i lati oscuri di una campagna e il nuovo nemico comune

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Se da una parte abbiamo assistito – e senz'altro supportato – una campagna sacrosanta come quella di Greenpeace contro la caccia alle foche dell'Artico, dall'altra ne abbiamo per troppo tempo ignorato le conseguenze su un'intera popolazione che proprio su questi animali basava la propria sussistenza, e che oggi rischia di scomparire a causa della mancanza di alternative. Miseria, alcolismo, altissimo tasso di suicidi sono infatti tra le piaghe che affliggono la popolazione degli Inuit, gli abitanti originari delle regioni costiere artiche e subartiche dell'America settentrionale e della punta nord orientale della Siberia, da quando la grande associazione ambientalista è salpata con le sue navi ecologiste nei loro territori. La massiccia operazione mediatica targata Greenpeace è infatti culminata nel divieto in America e in Europa dell'importazione e commercializzazione di pellicce di foca e altri prodotti derivati da questi animali, decretando anche la fine dell'economia Inuit. Oggi però, dopo anni di dissapori, le due parti storicamente contrapposte potrebbero addirittura allearsi contro un nemico comune in agguato: le trivellazioni petrolifere nell'Artico.

Già i test con onde sonore ad alta intensità previsti nella Baia di Baffin e nello Stretto di Davis per valutare la consistenza dei giacimenti, presenterebbero infatti dei grossi rischi per la fauna marina, aggravando così le già difficili condizioni di vita della popolazione dei nativi. Che pure continuano a non fidarsi di Greenpeace, visto il trauma storico subito, che ha fatto fuori un'intera generazione e ha costretto coloro che sono rimasti a una vita totalmente dipendente dall'assistenza sociale. "I nostri giovani hanno iniziato a suicidarsi nel 1970 perché non potevano più nutrire le proprie famiglie", ha detto al National Post Rosemarie Kuptana, ex presidente del Consiglio circumpolare Inuit, organizzazione internazionale che rappresenta 160.000 Inuit nel mondo. Le cronache parlano di uomini, una volta orgogliosi cacciatori e pescatori, che non hanno saputo reggere al fatto di non poter più provvedere ai propri cari, e hanno preferito la morte a una vita nella vergogna e nel disonore. Per i numerosissimi ragazzi Inuit cresciuti senza padri, la situazione oggi non è certo più rosea. “Al momento non c'è lavoro – racconta l'ex alpinista Robert Peroni nel suo piccolo e suggestivo documentario intitolato 'La casa rossa' – Abbiamo un 90% di disoccupazione. La caccia è finita, e con essa per loro è tutto finito”.

Originario dell'Alto Adige, dopo numerose spedizioni Peroni ha deciso di trasferirsi nell'isola di Angmassalik in Groenlandia dove ha dato vita alla Fondazione La Casa Rossa, un centro di assistenza per giovani Inuit allo sbando o dipendenti da droga e alcol, diventato presto un importante progetto di turismo sostenibile. “In vent'anni questa generazione è morta – continua – Il loro futuro l'abbiamo distrutto noi. Greenpeace 25 anni fa e il Wwf avevano ingaggiato Brigitte Bardot a ergersi contro l'eccidio della foca in Norvegia e in Canada, e hanno fatto bene. Hanno sbagliato solo a non aver fatto la distinzione tra i cacciatori che vivono per loro e che vendono parte del loro prodotto, e quell'eccidio drammatico. Il Wwf subito dopo ha capito che in Groenlandia si sono suicidati tanti cacciatori perché non c'era più da mangiare e si sono scusati. Greenpeace no”.

Le scuse dell'associazione che Peroni aspettava sono arrivate solo di recente, con un comunicato stampa del direttore esecutivo di Greenpeace Canada Joanna Kerr, pubblicato su Nunatsiaq News, il giornale principale di Nunavut, territorio del Canada settentrionale e patria del popolo Inuit. “La nostra campagna ha fatto del male a molti, sia economicamente che culturalmente – scrive Kerr – Sebbene diretta contro la caccia alle foche a fini commerciali, e non su piccola scala, come quella di sussistenza effettuata dai popoli indigeni e costieri del nord, non abbiamo sempre comunicato questo con sufficiente chiarezza, e le conseguenze, pur non intenzionali, sono andate molto aldilà”. In riferimento agli Inuit scrive: “Prendono solo ciò di cui hanno bisogno, e non di più. Essi onorano gli animali, la terra e l'oceano. Questo rapporto speciale esiste da tempo immemorabile, e Greenpeace li rispetta e a sua volta onora questa conoscenza indigena e quei rapporti”.

Sebbene tra gli Inuit siano in molti a considerare strumentale questo repentino cambiamento da parte dell'associazione, i nuovi pericoli dovuti al trivellamento sarebbero comunque l'ultimo colpo di grazia per questa antica cultura che, pur nelle difficoltà, tenta di preservare i propri usi e costumi e il proprio modo di vivere pacifico, in armonia con la natura. Il Consiglio nazionale per l'energia, un'agenzia del governo federale, ha recentemente annunciato di aver dato il via libera al test sismici, previsti nel 2015 nella Baia di Baffin e nello stretto di Davis in cui, secondo il gruppo ambientalista Oceans North Canada, vivono circa 50.000 narvali, ovvero la maggior parte della popolazione mondiale di questa specie. In pericolo anche le balene artiche, 116 specie di pesci e circa un milione di uccelli marini.

"Noi dipendiamo da queste acque per il cibo e per l'esistenza stessa della vita Inuit" ha detto l' ambientalista Inuit Niore Iqalukjuak in una lettera aperta al ministero dell'Ambiente canadese - "Temiamo che ciò che il governo conservatore sta facendo sia un genocidio culturale e metterà fine per sempre al nostro modo di vivere così come lo conosciamo”.

Anna Toro

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