In visita ai feriti di Luca Traini a Macerata. Una intervista

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Una foto della visita. No credits

Il 3 febbraio scorso il 28enne Luca Traini ha imbracciato una pistola semiautomatica regolarmente detenuta per uso sportivo e, salito sulla sua Alfa Romeo 147 nera, ha sparato decine di colpi dall’auto per le strade di Macerata. Ha colpito degli sconosciuti a caso, o meglio dei neri a caso: l’importante era il colore della pelle.Sono restate a terra almeno 6 persone(la stampa ha parlato di altri 2 feriti che si sarebbero allontanati dai luoghi della sparatoria probabilmente perché senza regolari documenti): Festus Omagbon, nigeriano di 32 anni, ha riportato una lesione vascolare al braccio destro; Wilson Kofi, ghanese di 21 anni, fratture alle costole e una contusione polmonare; Jennifer Otiotio, nigeriana di 25 anni, un braccio fratturato dallo sparo; Mahmadou Touré del Mali, 28 anni, una brutta lesione al fegato; Gideon Azeke, 25 anni, nigeriano, ferito alla coscia; Omar Fadera, 23enne del Gambia, colpito di striscio a un fianco. Un miracolo e la pessima mira di Traini hanno evitato una strage.

Razzista la matrice dell’attentato armato, che si sarebbe probabilmente definito un attentato terrorista in una circostanza analoga ma “a colori” invertiti. Con questo gesto, il neofascista Traini avrebbe voluto vendicare la tragica morte alcuni giorni prima della 18enne Pamela Mastropietro, per la quale gli inquirenti stanno indagando e operando fermi nell’ambiente dello spaccio maceratese gestito da africani. Un giustificativo ripetuto, pur condannando il gesto, da quasi tutte le compagini politiche e che ha quasi attenuato la gravità dell’azione.

Parlo della vicenda con Fortuna Ekutsu Mambulu, 34enne di origini congolesi ed energico membro di Redani, organizzazione della diaspora africana, e di Afroconnessioni, un movimento di opinione di giovani afrodiscendenti residenti in Italia. Una delegazione dei due gruppi il 7 aprile è andata a trovare quattro dei feriti nella sparatoria, ancora tutti in riabilitazione a distanza di due mesi dai fatti. La ragione? Esprimere loro concretamente solidarietà, specialmente ora che i riflettori sulla vicenda si sono spenti, e “vicinanza, per quanto possibile, fraterna. È stato un gesto anche dimostrativo per indicare che una comunità afrodiscendente nera d’Italia esiste e si prende cura dei suoi membri, specialmente in momenti di difficoltà”. Per questa ragione è nata all’interno del gruppo facebook Afroconnessioni un’iniziativa spontanea di raccolta fondi da destinare direttamente alle vittime, un sostegno che non vuole essere solo economico ma di concreta vicinanza.

Nonostante le ferite fisiche siano ancora evidenti, Fortuna Mambulu ci conferma che è il trauma psicologico quello che più fatica a rimarginarsi e che sono profondi i timori sia per la loro salute futura sia per la convivenza all’interno della comunità. “Hanno paura per il loro futuro qui in Italia. Chiedono di non abbandonarli.Non serbano però odio o rancore. Chiedono semplicemente di far sì che in Italia si senta la presenza di organizzazioni che proteggono le persone di origini africane e non solo. Chiedono l’accoglimento della loro richiesta di asilo politico. Chiedono che si creino le condizioni affinché nessuno si permetta mai più di sparare su qualcuno solo per il colore della pelle”. 

È sul come fare che investiamo buona parte dell’intervista, condividendo la sensazione che da tempo nel Paese si respira un clima di odio e intolleranza nei confronti dello straniero, spesso fomentato da un certo tipo di stampa e politica. “Investire massicciamente nell’educazione dei giovani, in modo che la convivenza delle differenze, il rispetto e i valori tornino al centro dell’educazione” è la prima azione che suggerisce Fortuna Mambulu. “Inoltre”, continua, “alla luce di quanto accaduto a Macerata, consideriamo cruciale l’adozione di leggi più progressiste circa la lotta contro il razzismo istituzionale, che alimenta il razzismo sociale. Riteniamo fondamentale che si implementi una gestione più attenta dell’accoglienza dei profughi e richiedenti asilo: non si tratta di fare un favore, ma di applicare le leggi internazionali che il nostro Paese, in quanto Stato di diritto, non può tralasciare.”

Ristabilire nella società italiana un clima di rispetto dell’altro sembra sempre più utopico alla luce dei recenti fatti di cronaca che denotano un aumento della generale aggressività sociale, tra bullismo a scuolaaggressioni razziali od omofobiche,incapacità di dialogo in un contraddittorio. Il fatto che l’atto criminale di Macerata sia stato compiuto poche settimane prime delle elezioni nazionali del 4 marzo ha indotto tutte le forze politiche per ragioni di opportunismo a condannare il gesto ma a non prendere posizioni di maggiore forza sulla questione razziale e dell’antifascismo. Redani e Afroconnessioni non hanno parlato direttamente di questo con i giovani feriti ma le conversazioni avute nel corso dell’organizzazione dell’incontro con le associazioni locali addette alla loro accoglienza “hanno confermato l’esistenza di un clima di lavoro sempre più difficile a Macerata. Il lavoro dell’accoglienza è ormai percepito negativamente dai cittadini e le organizzazioni che se ne occupano stanno vivendo momenti difficili nei rapporti con la Pubblica Amministrazione locale circa la gestione dei flussi già esistenti.” 

È allora fondamentale che il messaggio di vicinanza espresso dalla delegazione sia condiviso quanto più ampiamente possibile. E se il post affidato a facebook dalla delegazione dopo l’incontro è stato commentato con un “grazie” anche dall’europarlamentare italo-congolese Cécile Kyenge è vero che non intendeva rivolgersi solo alla comunità africana in Italia o alle istituzioni. Come spiega Fortuna Mambulu, “Il messaggio era rivolto a tutti coloro che si sono sentiti personalmente colpiti da questo episodio e che vogliono che in Italia si torni a una convivenza civile e pacifica, condizione che permetterà a questo Paese di crescere tutti i suoi figli, nella diversità”. 

Un sentito grazie a Fortuna Ekutsu Mambulu, a Redani e a Afroconnessioni, per la disponibilità resa a Unimondo per l’intervista.

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale e autrice di diversi saggi scientifici e di una monografia in materia. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è referente per l’associazione COOPI Trentino e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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