In chiave di pluralismo religioso

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"Se Dio muore è per tre giorni e poi risorge". (I Nomadi)
"Mancare di informazioni religiose rende assolutamente incomprensibili
i timpani della cattedrale di Chartres o il Don Giovanni di Mozart.
Non si tratta di promuovere un insegnamento religioso ma un insegnamento del
fatto religioso, lasciando da parte la verità ultima delle religioni". (Régis Debray)

Su CEM, lo stiamo dicendo da alcuni anni. La nostra è la fase di passaggio "dalla religione degli italiani all'Italia delle religioni", in cui si va manifestando nelle forme più svariate quello che è stato chiamato, di volta in volta, "il mosaico della fede" o "il puzzle delle religioni".

Si potrebbe dire: da un canto solista - che tende a percepire inevitabilmente le presenze diverse in termini di "minoranze" rispetto ad una maggioranza conclamata e indiscussa e ad un regime di monopolio assoluto -, ad una polifonia che ha tuttora il sapore aspro di un pluralismo difficile sia da accettare teoricamente sia da gestire praticamente. Difficile, soprattutto, perché non disponiamo ancora della mentalità necessaria e neppure dell'alfabeto linguistico indispensabile per affrontarlo.

In sintesi: gli italiani sono certo ancora cattolici, per storia e deposito culturale, ma lo sono meno di ieri (bisognerebbe poi distinguere fra la marea dei battezzati, oltre il 90%, e quanti frequentano almeno l'eucaristia domenicale, il 20% circa). E non appare azzardato immaginare che domani lo saranno ancor meno di oggi: in tal senso, occorre attrezzarsi sin d'ora per affrontare un simile panorama eccezionalmente "in progress", un pluralismo destinato peraltro a convivere col processo di secolarizzazione tuttora in atto (una contraddizione soltanto apparente). Verso la realizzazione effettiva di una "casa comune delle fedi", per ora in larga parte ancora tutta da costruire, e impossibile da edificare se non accettando a pieno titolo la sfida della laicità e del riconoscimento reciproco. Uno scenario plurale e per certi versi affascinante, in ogni caso, che richiede al mondo della scuola e della formazione un salto di qualità rispetto alla situazione odierna.

In un panorama come questo, infatti, emergono sempre più chiaramente gli intrecci - quelli storici, e quelli più recenti - fra le religioni e i diversi saperi: le arti, la letteratura, la filosofia, le scienze, e così via.

Appare evidente, peraltro, che la nostra realtà scolastica non è, attualmente, in grado di far fronte a tale nuova situazione. Se analizzassimo il ruolo che ricopre lo studio delle religioni nella scuola italiana, ci si dovrebbe a buon diritto scoraggiare: l'unico spazio istituzionale - com'è noto - è quello relativo all'Insegnamento della Religione Cattolica (IRC), in cui l'analisi approfondita delle confessioni religiose "altre" è sostanzialmente lasciato al "buon cuore" e alla disponibilità personale del docente, visto il rango ridotto cui esse sono relegate nei programmi e negli appositi libri di testo (salvo eccezioni, destinate a confermare la regola).

Per il resto, l'aspetto multireligioso fa capolino qui e là, ogniqualvolta non è proprio possibile espungerlo del tutto, in storia, filosofia, lettere: fornendo, del resto, la precisa percezione che esso non venga ancora ritenuto un elemento centrale, e spesso decisivo, per cogliere l'evoluzione dei popoli e le dinamiche del pensiero, sia occidentale sia orientale.

Così, non ci resta che affermare perentoriamente l'assoluta necessità di cambiare strada, di prendere sul serio le domande sospese, e di far entrare esplicitamente, tanto nella formazione dei docenti quanto nella programmazione curricolare, lo studio della Bibbia, "grande codice" della cultura occidentale, e lo studio delle varie religioni (da coniugare rigorosamente al plurale). Nel primo caso risulta persino superfluo sottolineare il rischio di non poter cogliere le ricchezze di senso insite nella Divina Commedia, nella produzione giottesca o nel canto gregoriano (per non citare che alcuni esempi macroscopici), mancando persino qualsiasi forma di elementare alfabetizzazione biblica. E che dovrebbe trattarsi ovviamente, in ogni caso, di un apprendimento a-confessionale (pubblicità-progresso: si veda B. Salvarani, A scuola con la Bibbia, EMI 2001).

Nel secondo caso manca un progetto complessivo e ufficiale sullo studio delle diverse religioni, ed è da mettere in conto che, da parte delle svariate confessioni religiose ormai diffuse nella penisola, non si diano opinioni uniformi in merito al problema. Anzi, non è difficile immaginare che anche all'interno di esse ci sia chi proclama la necessità di un'indagine "laica" e a-confessionale delle religioni, offerta dalla scuola e impartita da specialisti della materia, e chi al contrario auspicherebbe senz'altro la nascita di scuole confessionali, che prevedano un insegnamento impartito direttamente dai rappresentanti ufficiali delle religioni stesse, di cui in tal modo verrebbe garantita l'ortodossia.

Come si vede, il ginepraio delle posizioni è quanto mai inestricabile, mentre una questione non secondaria riguarderà altresì la preparazione e la certificazione dei necessari docenti di storia religiosa, in assenza, nel nostro paese, di facoltà teologiche statali.
Da qui, lo sforzo che da qualche tempo abbiamo prodotto come "CEM Mondialità" sul tema dell'insegnamento della religione in prospettiva interculturale: il convegno bresciano su È l'ora delle religioni e il volume omonimo, curato da Lucezia Pedrali (EMI 2002). Il CEM ha scelto, inoltre, di mettere a disposizione degli insegnanti che intendessero sperimentarla la traduzione in italiano del manuale di insegnamento della religione sviluppato a Bradford (Regno Unito) dal Centro di educazione interreligiosa e largamente utilizzato sia da docenti di Bradford sia da colleghi di altri paesi europei con classi multiculturali: i primi risultati sembrano incoraggianti, anche se occorrerà contestualizzarlo maggiormente nella situazione del nostro paese. A tali risultati, e alla discussione su di essi, abbiamo deciso di dedicare una rubrica dell'attuale annata della rivista, intitolandola trasparentemente "Bradford, Italia". Perché Bradford, col suo complesso pluralismo e le sue sperimentazioni, ormai, è anche qui da noi.

Negli ultimi due anni, poi, dobbiamo registrare alcuni segnali che indicano - comunque li si voglia giudicare sul piano politico - tracce di attenzione da parte delle istituzioni sul processo di multireligiosità in atto. Mi riferisco, in primo luogo, al fatto che il 1° marzo 2002 il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge intitolato "Norme sulla libertà religiosa e abrogazione dei culti religiosi ammessi", che si muove lungo due direttrici principali: da una parte, si tutela il diritto individuale alla libertà di religione e di coscienza, dall'altra si evidenzia il carattere associativo della libertà religiosa stessa, cancellando così - finalmente! - una normativa che risale addirittura al Concordato del 1929 e ad un Regio decreto del 1930. Il disegno di legge ipotizza anche che le scuole abbiano la facoltà di organizzare "libere attività complementari relative al fenomeno religioso". A fronte di una simile ipotesi, ci si chiede se questi eventuali insegnamenti potrebbero entrare in conflitto o in concorrenza con l'odierno IRC. La risposta di don Leonardo Zega, già direttore di "Famiglia Cristiana" e oggi editorialista de "La Stampa", mi pare condivisibile: "Non vedo come e perché. Il protestante, il musulmano, il buddhista, istruito a scuola nella sua religione, non impedisce al cattolico di coltivare e approfondire la propria, attraverso un insegnamento regolare, offerto gratuitamente a tutti, a meno che si decida di non volersene avvalere. Può anzi essere, per un cattolico che troppo si cullasse nella sua superiorità numerica, uno stimolo a farlo con maggiore serietà e consapevolezza".
In secondo luogo, il 14 marzo 2002 è stato reso pubblico il rapporto, commissionato dall'allora ministro francese dell'educazione nazionale Jack Lang al filosofo Régis Debray (autore del best-seller Dieu, un itineraire), relativo all'"Insegnamento del fatto religioso nella scuola laica". L'avvenimento risulta tanto più rilevante se si tiene nel giusto conto il tradizionale spirito di laicità della Francia, e se si pensa all'attuale assenza di un'ora di religione nel curricolo transalpino: d'altra parte, come ha sottolineato lo stesso Debray nella presentazione del progetto alla stampa, "traditions religieuses et avenir des humanités sont embarqués dans le meme bateau. On ne renforcera pas l'étude du religieux sans renforcer l'étude tout court"⹀. Nel testo, egli si domanda (retoricamente, è ovvio) come sia possibile comprendere quanto è accaduto l'11 settembre senza risalire al wahabismo e alle diverse filiazioni coraniche; e i tragici conflitti della ex-Yugoslavia, senza riandare allo scisma del "Filioque" e alle antiche divisioni confessionali nei Balcani; e il jazz o il pastore Martin Luther King senza rifarsi al protestantesimo e alla Bibbia. Dato che "l'histoire des religions n'est pas le recueil des souvenirs d'enfance de l'humanité; ni un catalogue d'aimables ou funestes bizarreries".

C'è anche molto altro, naturalmente⅀ e c'è soprattutto da rimboccarsi le maniche. Come ha ammesso tempo fa l'allora arcivescovo di Milano, Carlo M. Martini, "il pluralismo religioso è oggi una sfida per tutte le grandi religioni, soprattutto per quelle che si definiscono come vie universali e definitive di salvezza⅀ Se non si vuole giungere a nuovi scontri, occorrerà promuovere con forza un serio e corretto dialogo interreligioso". E' questa la sfida - non solo squisitamente teologica, ma anche sociale e politica, oltre che pedagogica - che ci sta davanti, interpellando le nostre istituzioni educative. La presente rubrica "Bradford, Italia" ha deciso di non lasciar cadere tale sfida.

di Brunetto Salvarani
Fonte: Cem Mondialità

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