Immigrazione ed accoglienza

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A conclusione della serie di articoli sull'immigrazione ed i vari aspetti che essa implica, almeno con i volumi attuali, avevamo pensato di parlare proprio di accoglienza, nelle sue accezioni migliori, ma siamo stati superati dal decreto legge, passato in pochissimi giorni alle Camere con la procedura del voto di “fiducia”, dei ministri Minniti e Orlando. Nel frattempo infuriano le polemiche intorno alle improvvide dichiarazioni del procuratore di Catania che, senza alcuna prova e nell’ambito di un’inchiesta inesistente, accusa le ONG di collaborazione con gli scafisti. I due suddetti ministri abbozzano.

Non si capisce… o forse non si deve capire, perché la legge sulla tortura sia invece da anni nei cassetti dei nostri parlamentari, nonostante i numerosi richiami della Commissione Europea…

Vogliamo ricordare, in occasione anche del recentissimo 25mo anniversario della sua morte, alcune parole in merito di padre Ernesto Balducci, pronunciate un paio di mesi prima della sua scomparsa.

“L'Europa è chiamata a tentare questa nuova avventura senza precedenti nella storia della specie: la convivenza tra etnie diverse. … Il mondo moderno è finito, se con questo si intende il mondo in cui l'Europa si pone come modello… Essa [l'Europa] è un'isola di storia, non è La Storia: deve aprirsi al confronto con gli altri”. “Dobbiamo essere in polemica con l'Europa del dominio e del mercato, ma dobbiamo promuovere l'Europa dei diritti che porta con sé la vocazione all'universalità!”

Fin qui i precedenti storici. Poi ci sono stati i CPT, CIE, CARA e quant'altro, continuan­do a cambiare nome per far credere al popolo, all'Europa, agli immigrati, che si stava migliorando qualcosa… e sappiamo che anche Papa Francesco li ha definiti con parole pesantissime: “in alcuni casi [sono] lager, campi di concentramento, prigioni invivibili”…

Il giorno 11 aprile, il parlamento italiano ha approvato, con decreto di fiducia, con 240 voti a favore e 176 contrari, il decreto legge Minniti-Orlando, che cambia il nome dei CIE in CPR e che è volto, come dice testualmente, a dare: “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché misu­re per il contrasto dell’immigrazione illegale”.

Questa definizione è quanto meno tendenziosa ed indicante una totale incapacità della politica di fare una analisi precisa ed approfondita dei movimenti migratori, delle cau­se e delle origini di questo fenomeno globale e nato dalla globalizzazione, oltre ad una “paura”, reale o di comodo, del terrorismo, dove difficilmente questo si manifesta.

Riportiamo qui i quattro punti-chiave del decreto, per capire meglio di cosa si parla:

1. abolizione del secondo grado di giudizio per i richiedenti asilo che hanno fatto ricorso contro un diniego; 2. abolizione dell’udienza in tribunale; 3. estensione della rete dei centri di detenzione per i migranti irregolari; 4. introduzione del lavoro volontario per i migranti.

In questo capolavoro di equilibrismo tra “politichese”, “burocratese” e pura ipocrisia, il primo punto ci dice semplicemente che ogni situazione sarà gestita, in pratica, da un giudice monocratico e che l'immigrato non avrà più parola di difesa dopo il primo colloquio informativo; il secondo punto accelera ancora il procedimento di espulsione eliminando un “fastidioso” confronto in aula; il terzo punto ci racconta che la “accoglienza” (termine usato direi quanto meno impropriamente!) verrà fatta in più luoghi e più comodamente, visto che gli attuali Cie (Centri di identificazione ed espulsione) si chiameranno Cpr (Centri permanenti per il rimpatrio), che indica, secondo i nostri generosi ed accoglienti governanti, un “miglioramento di trattamento”.

Il quarto punto sembra, almeno a prima vista l'unico degno di essere definito migliorativo, anche se non se ne vede una possibile attuazione pratica, data la situazione eco­nomica di tutti coloro che lavorano, o, meglio, vorrebbero lavorare...

Insomma, se il governo avesse ancora una volta pensato meglio prima alle conseguenze del suo operato, qualcosa di meglio si sarebbe potuto fare.

Il ministro Minniti ha detto che i nuovi CPR (qualche anno fa questo acronimo significava “cella di punizione di rigore”, tanto per dire) “sorgeranno lontano dalle città e vicino agli aeroporti e soprattutto saranno tutt’altra cosa rispetto ai Cie”. (Non vorrei passare le prossime vacanze in un CPR… (ndr).

Ovviamente la risposta a questo decreto è stata fortemente negativa da parte di coloro che operano nel volontariato e nell'accoglienza: ricordo soltanto la reazione di Erri De Luca, che ha vissuto un paio di settimane su una nave di “Medicins sans Frontieres”, e quanto hanno fatto la “Tavola delle Chiese Valdesi” e la “Comunità di Sant'Egidio”, istituendo un “corridoio umanitario”, attraverso cui stanno facendo arrivare i profughi di vari paesi in totale sicurezza e con una spesa assolutamente inferiore, con l'utilizzo di “voli umanitari”.

Riccardo Magi, dei Radicali Italiani, ha detto: “Per rispondere alla richiesta di sicurezza che viene dai cittadini bisogna creare canali legali per l’immigrazione nel nostro paese”. E Grazia Naletto, di “Lunaria”: “Il problema alla base del decreto: la correla­zione tra immigrazione e sicurezza”.

E' altresì importante e determinante ricordare che, se la nostra accoglienza è ampiamente criticabile, sia nelle forme ufficiali, sia in quelle popolari (vedi i vari esempi di “intolleranza preventiva”), vivendo, come riportavamo all'inizio nelle parole di padre Ernesto Balducci, in una Europa nominalmente, ma soprattutto economicamente, uni­ta, questa non sta facendo assolutamente nulla per condividere problematiche che appartengono essenzialmente ad altri paesi piuttosto che all'Italia.

Il nostro governo dovrebbe prendere decisioni sagge e coraggiose nei confronti della “governance europea” per far sì che ognuno dei suoi componenti facesse il suo dovere per condividere spese e problemi che, comunque, prima o poi si ritorceranno loro contro. Le decisioni prese fin qui, di finanziare Turchia prima e Libia, Tunisia e Niger poi, per far trattenere i profughi in questi paesi è moralmente assai grave, mettendo a repentaglio la vita degli stessi profughi durante il viaggio di avvicinamento al Mediterraneo, e negando loro il diritto sancito dalla “Carta dei Diritti Umani” di vivere in condizioni di sicurezza in un paese diverso da quello di origine, dove per “sicurezza” si deve intendere anche quella dalla fame, che esclude in via preliminare una distinzione tra “profughi di guerra” e “profughi economici”.

Paolo Merlo

Nato a Roma, ma spezzino di adozione, cresciuto in giro per l’Italia, informatico della prima ora nelle maggiori aziende multinazionali (Olivetti, HP, Canon) e poi imprendito­re e manager. Da oltre 10 anni “volontario a tempo pieno” lavora con diverse associa­zioni per la creazione di “computer rooms” e la formazione degli insegnanti nelle scuo­le superiori in Africa: Sud Sudan, Uganda, Centro Africa, Burkina Faso, Congo RDC e altrove ancora… Collabora come freelance a RadioIncontri InBlu e con diverse testate on-line.

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