Il vero pericolo: il nazionalismo

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Si è cercato più volte di definire la tendenza politica globale di questi ultimi anni, anche inventando nuovi termini: dal populismo al sovranismo, dall’autoritarismo alla “democratura”, quest’ultima fusione tra le parole democrazia e dittatura. Forse basterebbe usare un concetto cardine della modernità: il nazionalismo. Come altrimenti etichettare gli slogan del tipo “America first” oppure “prima gli italiani”, se non nazionalisti? Al centro il proprio Paese, sognato come omogeneo dal punto di vista etnico e culturale, pensato come forte e rispettato, capace di farsi valere battendo i pugni sul tavolo e dimostrandosi scorretti dal punto di vista diplomatico. 

Ovviamente il nazionalismo possiede sfumature diverse. Ma credere che possa esistere una sorta di “internazionale nazionalista”, un ossimoro evidente, è un’illusione ottica ignara delle lezioni – catastrofiche – della storia. A volte effimeri successi di questa impostazione fanno ritenere che l’equilibrio fra le potenze, che “giustamente”, come dice Trump, perseguono i propri interessi, possa essere una formula ottimale per i rapporti internazionali. Ma ben presto si rivelano tregue precarie, incapaci di risolvere i problemi di fondo dal clima, al commercio alle tensioni geopolitiche che poi inevitabilmente finiscono scaricate su altri contesti. Non è un caso che le guerre “regionali” si moltiplichino con il rischio sempre latente di una conflagrazione generale e incontrollabile. Così è successo nel 1914.

Alcuni eventi di questi ultimi giorni segnalano quanto sia il nazionalismo a dettare l’agenda delle relazioni mondiali. Il nazionalista non ama le alleanze o gli incontri multilaterali. Ancora una volta Trump è il porta bandiera di questo nuovo/vecchio stile. Va benissimo insultare il mite e gentile primo ministro canadese, mandare a quel paese Macron e Merkel, per poi abbracciare Kim Jong Un, improvvisamente esaltato come “grande leader”. Trump si trova a proprio agio nei vertici bilaterali dove riesce a essere davvero se stesso, un commerciante furbo e doppiogiochista che, attraverso il meccanismo della carota e del bastone, crede di arrivare al proprio obiettivo. Poi tutto rientra nella sua ottica: Kim fa bene a dotarsi dell’arma atomica, vera polizza assicurativa di sopravvivenza del suo regime, perché è giusto che pensi prima di tutto a se stesso e alla Corea del Nord. Tuttavia questa presunta pace è fragile, fragilissima, anche perché i vicini, Cina in primis e poi anche Giappone, sono percorsi da notevoli movimenti nazionalisti.

Venendo all’Europa e all’Italia la situazione è ancora più paradossale e preoccupante. Parliamo della questione migranti. E del balletto nazionalista innescato dalla decisione di Salvini – vero premier dell’alleanza gialloverde, vista l’inconsistenza del M5s – di chiudere i porti alle navi delle ONG cariche di persone salvate dal mare. La crisi diplomatica tra Francia e Italia è un’inezia, un battibecco già risolto. L’apertura “umanitaria” della Spagna non cambia nulla a livello generale. “Deve intervenire l’Europa”, “L’Italia non accetta lezioni”: dai banchi del Parlamento ai post sui social sembra essere un coro unanime. Nazionalista per l’appunto. Il fatto è che l’Europa (termine generico, forse neppure geografico) cioè la Commissione europea un piano per i migranti ce l’aveva già: la prima accoglienza avveniva nel Paese di approdo e poi i rifugiati venivano dislocati proporzionalmente negli Stati della UE. Apriti cielo. Gli amici di Salvini, da Orban alla Le Pen, si scagliarono contro questa soluzione. Ma anche la Francia a parole accettava la ripartizione dei migranti, nei fatti ne accoglieva una minima parte, respingendo con metodi brutali gli altri. Cari nazionalisti, non è forse giusto così? La Francia prima di tutto.

L’idea dei Salvini d’Europa (il club si sta allargando, adesso ha preso la tessera anche il ministro degli interni tedesco Seehofer, bavarese e leader della CSU, l’ala dura opposta alla Merkel) è semplice: chiusura ermetica dei confini dell’Europa dalla propagandata “invasione dei migranti”, magari camuffata da “lotta ai trafficanti degli esseri umani”. Un’Europa nazionalista che lascia il lavoro sporco prima alla Turchia, poi alla Libia. Così probabilmente non arriverà nessuno. Certo non saranno gli “amici” austriaci ad aprire le porte se mai qualcuno di indesiderato dovesse affacciarsi al Brennero. Anzi meglio ripristinare i confini interni: a questo porta inevitabilmente il nazionalismo.

Sempre più chiusi, sempre più piccoli. E quindi sempre più rancorosi verso l’altro e bisognosi di un nemico da combattere e di un colpevole da eliminare. Può essere il migrante o il vicino di casa. L’Europa o il Canada. In questa logica chi è più debole soccombe, ma attende il momento della vendetta. Capiamo che questo è un gioco a somma zero. Forse perché il nazionalismo è la versione collettiva del narcisismo, vizio che pervade la nostra individualità. Alla fine Narciso si autodistrugge e gli Stati nazionalisti fanno la guerra fra di loro. 

Articolo parzialmente pubblicato sul “Trentino” 

Piergiorgio Cattani

Nato a Trento il 24 maggio 1976, dove risiede tuttora. Laureato in Lettere Moderne (1999) e poi in Filosofia e linguaggi della modernità (2005) presso l’Università degli studi di Trento, lavora come giornalista e libero professionista. Scrive su quotidiani e riviste locali e nazionali. Fa parte della Fondazione Fontana Onlus dal 2010. Dal 2013 è direttore del portale Unimondo. È attivo nel mondo del volontariato e della cultura come presidente dell’ “Associazione Oscar Romero”. Ha scritto numerosi saggi su tematiche filosofiche, religiose, etiche e politiche ed è autore di libri inerenti ai suoi campi di interesse. 

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