Il Sud dimenticato del Mediterraneo

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Al vertice di Copenhagen all'inizio del dicembre scorso, i Quindici hanno invitato i loro fratellini dell'Est a venire a far parte della grande famiglia europea. Sul piano economico e sociale, per i dieci eletti il percorso non avrà niente di piacevole: dovranno abbattere in pochi anni le barriere doganali; adottare la normativa e le 80.000 pagine di regolamenti comunitari; aprirsi, senza restrizione alcuna, alle merci, alle imprese e alle banche provenienti dall'Europa occidentale.
La parte più difficile non sarà tanto, per gli estoni, rinunciare alla caccia all'orso o, per i lettoni, non pescare più aringhe di meno di 14 centimetri, quanto chiudere migliaia di imprese statali che non reggeranno all'urto della concorrenza esterna ma che danno ancora lavoro a una parte consistente della loro popolazione attiva.
Per non parlare dei contadini, che dovranno abbandonare molte delle loro attività tradizionali per specializzarsi in quei pochi segmenti produttivi in cui dispongono di un vantaggio naturale o economico sui loro potenti concorrenti dell'Ovest.
I governi dovranno "tenere a freno le finanze pubbliche", ridurre cioè i deficit attraverso l'imposizione generalizzata dell'Iva, l'aumento delle tasse e la riduzione dei crediti di bilancio destinati alla salute, agli alloggi e all'istruzione; dovranno dar prova di molta abilità e avere anche molta fortuna per evitare rischi di destabilizzazione.
Molto probabilmente, l'allargamento farà "saltare" più di un governo...
Altri vicini dell'Unione europea, prima dei Dieci, sono stati invitati ad un simile esercizio: quelli della sponda meridionale del Mediterraneo.
Nel 1995, infatti, a Barcellona, sotto la spinta dell'asse Parigi-Roma-Madrid, l'Unione ha proposto a una dozzina di quei paesi la creazione di una zona di libero scambio comune. Alcuni hanno già accettato (la Tunisia, la Giordania, il Marocco, l'Algeria), altri stanno conducendo trattative con gli uomini di Chris Patten, il "ministro" degli esteri di Bruxelles. Anche questi paesi, come i Dieci, devono aprirsi, destatalizzarsi e ristrutturare le rispettive economie che, in una sola generazione, sono dovute passare attraverso la decolonizzazione, le nazionalizzazioni, e ora la liberalizzazione.
Bruxelles ha riconosciuto la vastità del compito e, per alleviarlo, ha accompagnato sia l'allargamento che gli accordi di libero scambio con un aiuto finanziario. I Dieci riceveranno 40,4 miliardi di euro di sovvenzioni comunitarie nel triennio 2004-2006; i paesi del sud e dell'est del Mediterraneo hanno ricevuto, dal 1992 al 1998, 753 milioni di euro a titolo di sostegno all'aggiustamento strutturale.
Queste cifre mostrano una disparità lampante, che risulta ancora più impressionante se le si riferisce al numero di abitanti: mezzo euro di aiuti ad abitante per il Sud, 185 euro a testa per l'Est.
Non si tratta certo di imputare a Bruxelles di largheggiare nei confronti dei Dieci, ma piuttosto di chiedersi quali saranno le conseguenze di una politica che penalizza in misura strabiliante i più poveri: basta pensare al fatto che il livello di vita dell'Est è quattro volte superiore a quello del Sud. È come se i Quindici avessero deciso che, nel Sud, il mercato debba essere lo strumento praticamente unico del recupero, e operare senza un aiuto economico conseguente da parte dell'Unione che ne allevi lo sforzo, mentre per i Dieci viene stabilito un rapporto più equilibrato tra mercato e sovvenzioni, anche se poi i governi di quei paesi giudicano comunque insufficienti queste ultime.
Due pesi e due misure. Nel comparto agricolo questa disparità è ben rappresentata. Nei negoziati sull'allargamento si è discusso sull'accesso dei Dieci alla politica agricola comune e ai suoi prezzi garantiti, generalmente di parecchio superiori a quelli di mercato: gli agricoltori di quei paesi ne trarranno, in linea di massima, beneficio. Per i paesi del Sud aderenti all'accordo di libero scambio non è stata mai questione, invece, di accedere ai privilegi del politica agricola comune (Pac), ma soltanto di stabilire il contingentamento dell'entrata nel mercato europeo dei loro prodotti agricoli più competitivi. Un esempio: l'olio di oliva tunisino. Principale prodotto agroalimentare del paese, se ne ammette l'importazione fuori dazio per una quantità pari a 40.000 tonnellate: la stessa quantità era già stata autorizzata, più o meno un secolo fa, per il solo mercato francese, quando la reggenza era un protettorato. Al di fuori di tale quota, recentemente aumentata del 35%, l'olio tunisino viene pagato al prezzo del mercato mondiale, di gran lunga inferiore: salvo poi essere rivenduto sotto etichetta italiana, a prezzi europei...
I Dieci dell'Est e i paesi del Sud si ritroveranno, domani, a farsi concorrenza nell'immensa zona di libero scambio europea, ma non certo ad armi uguali: i primi avranno potuto finanziare l'adeguamento delle loro economie mediante le sovvenzioni a fondo perduto ricevute; gli altri, avendo ricevuto solo dei prestiti, dovranno rimborsarli, caricandone i costi sui prezzi di produzione. Il che, naturalmente, non mancherà di influenzare le decisioni degli investitori occidentali alla ricerca di luoghi in cui delocalizzare le loro fabbriche. I rappresentanti dei Quindici, a Copenhagen, non hanno, come era invece previsto, affrontato la questione nel corso della tradizionale cena del primo giorno. Mancanza di tempo o d'ambizione? L'unico gesto recente in favore del Sud è stato compiuto il 18 ottobre 2002, con l'adozione della Facilità euromediterranea d'investimento e di partenariato (Femip). Si tratta di una linea di credito ulteriore di 600.000 milioni di euro all'anno (2003-2006), misurata col bilancino, per "finanziare la modernizzazione e lo sviluppo delle loro economie". Un progresso, certo, ma piuttosto modesto, tenuto conto dei bisogni di quei paesi.
Si vuole forse che alla cortina di ferro a Est si sostituisca, vent'anni dopo, il fossato del Mediterraneo?
Jean-Pierre Sereni

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