I dimenticati ai confini della Fortezza Europa

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Karim ha provato ad entrare in Croazia 20 volte. “Ogni volta la polizia croata mi ha rimandato in Serbia” racconta. La sua storia comincia in Afghanistan, da cui è partito per l’Iran e poi rimandato indietro. Successivamente, di nuovo attraverso l’Iran, è arrivato in Turchia, poi Bulgaria, e quindi la Serbia. Gli innumerevoli tentativi, i camion, i treni, gli agenti, le violenze e la speranza che non muore. I ragazzi migranti in transito lungo la rotta balcanica chiamano ironicamente “The Game” questo continuo tentare di superare la frontiera. Che in Europa, oggi come oggi, non è certo l’unica: c’è Melilla, al confine tra il Marocco e la Spagna, con la sua doppia recinzione alta sei metri, i soldati e i suoi centri di permanenza temporanea spesso sovraffollati e fatiscenti. C’è la Grecia, la Romania. C’è il mare Mediterraneo, il “cimitero più grande d’Europa”, tanto caro alla propaganda politica italiana per instillare paure di un’invasione oggi inesistente. Ci sono i confini interni, anch’essi pericolosi e spesso invalicabili. L’Europa si è riempita di muri, barriere e fili spinati, ogni frontiera con le sue storie, e dietro alle storie le persone, di cui spesso ci si dimentica a causa dell’assuefazione ai drammi, ai numeri, ad uno stato di emergenza continua che diventa routine. Ma c’è chi continua a raccoglierle e raccontarle, come il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati in Europa (JRS Europe) che, insieme all’Istituto di formazione politica Pedro Arrupe di Palermo, ha redatto il report intitolato “Dimenticati ai confini d’Europa”. Dimostrando come alle frontiere dell’Unione Europea vi sia una vera e propria emergenza – stavolta reale – dal punto di vista della tutela dei diritti umani.

Il report si basa infatti su 117 interviste qualitative realizzate nell’enclave spagnola di Melilla, in Sicilia, a Malta, in Grecia, in Romania, in Croazia e in Serbia. Mamadou, senegalese di 23 anni, racconta ad esempio la sua fuga dalla guerra e dai ribelli, cominciata quando aveva 17 anni. “Sono stato in Mali, Burkina Faso, Niger – racconta – Fino in Niger, tutto tranquillo. Dal Niger in Libia invece non si passa. Così per arrivare in Libia servono i trafficanti”. Come lui Faduma, che ha lasciato la Somalia a maggio-giugno 2016 a causa della guerra e delle violenze subìte. Un viaggio lunghissimo, da Khartoum attraverso il deserto – in cui si è ammalata ed è stata abusata e derubata dai trafficanti – fino alla Libia, altro girone dell’inferno. “In Libia le ragazze venivano violentate... Se non pagavi, non ti davano cibo. Anche io venivo picchiata”. Poi il viaggio sul mare, in 130 su un gommone gonfiabile, salvati per miracolo da una nave battente bandiera italiana. C’è il ragazzo del Burkina Faso che cade da sei metri di altezza cercando di scavalcare l’ultima barriera a Melilla. C’è Derav, 37enne curdo iracheno a cui è stato negato il diritto di asilo in Romania perché ha presentato la domanda dal centro di detenzione e non al momento in cui è arrivato. “Non avevo idea che fosse possibile farlo al confine”. La mancanza di informazioni è uno dei problemi maggiori citati da questi ragazzi. “Nessuno ti dice nulla” racconta Salma, donna marocchina di 34 anni che da tempo cerca di raggiungere il marito siriano in Germania. Intervistata in un centro di accoglienza a Melilla, descrive come “orribili” le condizioni di vita in quel luogo. E poi c’è il regolamento di Dublino, ennesimo deterrente per la presentazione stessa della domanda di protezione. Ecco perché, anche una volta arrivati ai confini, la situazione per queste persone, già così provate, non migliora. In Italia in particolare si teme un peggioramento esponenziale con l’introduzione del nuovo decreto sicurezza: dalla detenzione amministrativa negli hotspot, all’allungamento dei tempi di trattenimento nei Cpr, i rimpatri forzati nei cosiddetti “paesi sicuri” (con la novità delle “aree interne sicure” anche nei paesi non facenti parte di questa lista), fino all’abbassamento degli standard nei centri di accoglienza per i richiedenti asilo, che vengono esclusi dall’accoglienza integrata pubblica (ex SPRAR).

Perché insistere sui racconti? Secondo i promotori della ricerca, nulla più delle storie e delle testimonianze riesce raccontare il vero impatto delle nuove politiche europee sulla vita delle persone. A questo si affiancano certo i numeri, che ci dicono come negli ultimi tre anni gli arrivi di migranti forzati, in Italia e in Europa, siano calati considerevolmente. Peccato che non si possa dire lo stesso per le vittime, che specie lungo la rotta del Mediterraneo centrale non sono diminuite a livello proporzionale. Da qui, la sensazione che la sicurezza senza i diritti non faccia bene a nessuna delle parti in campo, e che probabilmente gli interessi in gioco siano altri: “I politici europei sembrano pensare che se impediamo ai rifugiati di raggiungere le nostre coste, non abbiamo bisogno di un sistema d’asilo comune in Europa” commenta Jose Ignacio Garcia SJ, direttore JRS Europa. Che non rinuncia a rivolgersi alle istituzioni con delle raccomandazioni, affinché i diritti di queste persone siano rispettati: “L’UE deve fare in modo di creare delle vie legali e sicure per le persone che vogliono cercare protezione in Europa – spiega – Poi, nel processo di riforma della legislazione europea in materia è necessario che gli Stati membri si adoperino per garantire delle condizioni di accoglienza dignitose e procedure d’asilo effettivamente accessibili, rapide e trasparenti in tutti i Paesi dell’Unione. Infine, il regolamento di Dublino deve essere radicalmente riformato per fare in modo che le preferenze dei richiedenti asilo siano tenute in considerazione al momento di determinare quale Stato membro sia responsabile per l’esame della domanda d’asilo”. Purtroppo, aggiunge subito dopo, “da quando abbiamo lanciato questo report a livello europeo (lo scorso giugno) fino ad oggi, abbiamo avuto molti pochi motivi di sperare che le politiche europee prenderanno presto questa direzione”.

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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