Afghanistan: record di vittime civili al 17° anno di guerra

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Il generale Abdul Rashid Dostum, signore della guerra uzbeko e vicepresidente dell’Afghanistan, era atterrato da poco all’aeroporto di Kabul e si accingeva a proseguire verso la capitale afghana quando un kamikaze si è fatto saltare in aria fuori dall’ingresso principale provocando almeno 14 morti, tra civili e membri delle forze speciali afghane, più una cinquantina di feriti. L’attacco (in cui Dostum è rimasto illeso), è avvenuto lo scorso 22 luglio ed è stato rivendicato dall’Isis. Non è che uno degli ultimi episodi di sangue che continuano a sconquassare il paese, arrivato ormai al 17° anno di guerra con ben pochi segni di miglioramento all’orizzonte. Basta leggere l’ultimo rapporto della Missione di Assistenza ONU in Afghanistan (Unama), secondo cui il numero di civili uccisi in Afghanistan nei primi sei mesi di quest’anno avrebbe raggiunto un livello record, il più alto da quando l’agenzia ha cominciato a raccogliere i dati nel 2009. 

Dal 1 gennaio al 30 giugno 2018, sono infatti 5.122 le vittime civili rilevate dall’UNAMA, di cui 1.692 morti e 3.430 feriti. E se il numero complessivo mostra un decremento del 3% rispetto all'anno scorso, le morti civili sonoaumentate dell'1%.“Nei primi sei mesi del 2018, il conflitto armato ha continuato a distruggere le vite e i mezzi di sostentamento dei civili, agli stessi livelli tossici dell'anno scorso” si legge in apertura. Questo nonostante la tregua temporaneadichiarata dal governo afghano e accettata dai talebani durante i primi tre giorni dell'Eid, dopo il mese sacro musulmano del Ramadan a giugno. "Il breve cessate il fuoco ha dimostrato che i combattimenti possono essere fermati e che i civili afghani non devono più sopportare il peso della guerra", ha affermato Tadamichi Yamamoto, capo dell'UNAMA e rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per l'Afghanistan, invitando tutte le parti a trova una soluzione pacifica. Ma mettere d’accordo tutte le parti in campo si è rivelato, in questi anni, una sorta di chimera. 

Il rapporto UNAMA ha attribuito infatti il 42% delle vittime civili ai talebani afghani e il 18% a Daesh (Isis), registrando un aumento quadruplo delle morti e dei feriti causati da entrambi i gruppi armati. Nel frattempo, le forze filogovernative, incluse le forze di sicurezza nazionali afghane e le forze militari internazionali, hanno causato un quinto delle vittime civili quest'anno. Secondo il report, la principale causa di vittime civili nei primi sei mesi del 2018 sono stati gli ordigni esplosivi improvvisati(Improvised explosive device o IED) utilizzati dagli elementi antigovernativi, insieme agli scontri a terra e agli attentati suicidi. Pesantissimi sono stati infatti i combattimenti in tutto il paese e non accennano a diminuire, con ripetuti attentati kamikaze a Kabul e nelle principali città di provincia come Jalalabad dove, appena lo scorso 11 luglio, in meno di due settimane tre attacchi separati hanno ucciso almeno 41 persone. Complessivamente, i civili che vivono nelle province di Kabul, Nangarhar, Faryab, Helmand e Kandahar sono stati i più colpiti dagli scontri e attacchi.

Il report non manca di sottolineare come i bambini siano tra le maggiori vittime di questo conflitto infinito: “La violenza ha continuato a erodere i diritti dei bambini all'educazione, all'assistenza sanitaria, alla libertà di movimento, nonché alla vita familiare, a giocare all'aria aperta e semplicemente a godersi un'infanzia senza le conseguenze brutali della guerra” si legge. Anche perché sempre di più, sia i talebani sia Daesh, hanno cominciato a prendere di mira le scuole, probabilmente per dare maggiore risonanza mediatica alle loro azioni. Così, nei primi sei mesi del 2018 l’UNAMA ha registrato 1.355 vittime tra i bambini (363 morti e 992 feriti) a seguito del conflitto armato, un calo complessivo del 15% rispetto allo stesso periodo del 2017, ma comunque preoccupante: non solo, infatti, i bambini costituiscono ancora l'89% delle vittime civili da residui bellici esplosivi, ma sono aumentati anche coloro che sono rimasti vittime di attacchi suicidi e bombardamenti mirati da parte delle forze governative e internazionali (quelle che un tempo venivano chiamati “vittime collaterali”). Non bisogna dimenticare, infatti, che lo scorso agosto il presidente degli Usa Donald Trump aveva reso pubblica la sua nuova strategia che consisteva, oltre a dare maggiore libertà operativa ai militari, anche in un aumento dei bombardamenti aerei. Solo l’attacco aereo del 2 aprile scorso nel distretto di Dasht-e-Archi della provincia di Kunduz, in cui le forze governative hanno preso di mira una cerimonia religiosa in una madrasa, ha causato oltre 100 vittime, molte delle quali erano bambini.

Ancora, centinaia di civili sono morti in attacchi contro obiettivi diversi come santuari sciiti, uffici di ministeri e ong, eventi sportivi e soprattutto scuole e sedi per la registrazione degli elettori, che ad ottobre saranno chiamati a votare alle elezioni parlamentari. Il 14 aprile, giorno della registrazione dei votanti, l'UNAMA ha infatti documentato attacchi suicidi e uccisioni mirate presso i centri di distribuzione delle carte d’identità e delle schede, nonché al personale elettorale e agli ufficiali della Polizia nazionale afghana impegnati a garantire la sicurezza dei siti. La missione Onu ha inoltre registrato minacce, rapimenti e uccisioni di candidati e dei loro sostenitori, e il timore è una recrudescenza delle violenze con l’avvicinarsi della data

Tutto questo mentre, a livello diplomatico, sembrano essersi intensificati gli sforzi verso un tentativo di dialogo tra le parti. Secondo la stampa statunitense, nei giorni scorsi colloqui diretti tra rappresentanti dei talebani afghani e funzionari Usa si sarebbero tenuti in Qatar, con lo scopo di porre fine al conflitto in Afghanistan. Una specie di svolta, dato che il gruppo armato si è sempre rifiutato di tenere colloqui con il governo afghano in quanto la loro guerra – hanno dichiarato – non sarebbe contro gli afghani, ma appunto “contro gli americani e la loro invasione del Paese”. Se la tregua di tre giorni alla fine del Ramadan aveva aperto una piccola finestra di speranza nella popolazione stremata, l’avvio di questi colloqui con gli americani rappresentano una vera e propria incognita. 

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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