I Mondiali dell’ipocrisia sono al calcio d’inizio...

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Foto: Travis Jones da Unsplash.com

I Mondiali dell’ipocrisia sono al calcio d’inizio. 

Quando Qatar e Ecuador scenderanno in campo per la prima partita di questa lunghissima competizione, tutte le contraddizioni e le polemiche torneranno in soffitta - là dove sono state per dodici, lungi anni - cancellate dal tifo, dalla necessità di audience, dal fascino artefatto del calcio.

Godiamoci questi pochi giorni di denuncia e di verità: sono preziosi e rari. Scompariranno nelle cronache delle partite, tra un goal e un passaggio di turno. Il calcio – come le Olimpiadi, sia chiaro – ci ha abituato a queste ipocrisie. E’ gioco e come tutti i giochi usa da sempre nascondere le magagne sotto il tappeto verde. Nessuno si scandalizzò per i Mondiali del 1934, organizzati dalla fascistissima Italia. Le democratiche nazioni partecipanti si guardarono bene dal muovere critiche o protestare per come i dissidenti italiani venivano imprigionati o uccisi. Negli anni successivi, dittature e governi lontani da ogni diritto hanno organizzato la competizione. Utile citare il 1978, con i Mondali nell’Argentina dei generali assassini. Anche lì, il silenzio fu totale: eppure tutti sapevano e vedevano.

Cosa volete sia il Qatar, quindi, che almeno formalmente non è nella lista dei Paesi criminali. Certo è autocratico, un po’ integralista dal punto di vista religioso e con scarsa coscienza civica, ma insomma… nulla che non si possa trovare anche altrove. 

E’ questo, in fondo, quello che dobbiamo aver pensato tutti, soprattutto noi giornalisti, in questi dodici anni di preparazione al Mondiale.

Nessuno, nel 2010, al momento dell’assegnazione della competizione, denunciò la bizzarria di dare i Mondiali ad un Paese che sapeva di calcio solo per l’acquisto delle migliori società calcistiche inglesi e francesi da parte dei miliardari qatarioti. La scelta venne salutata, anzi, con gioia, soprattutto dai tanti campioni ed ex campioni che erano diventati – sollecitati da assegni con molti zeri – “ambasciatori del Mondiali in Qatar”. Non ci fu alcuno che, nel 2010, si alzò almeno perplesso dalla sedia, facendo notare che in Qatar il caldo è mortale, sempre, tutto l’anno e che non c’erano stadi, perché non c’era un campionato di calcio degno di questo nome. Non vi fu una voce levata per spiegare che era un Paese che non rispettava i diritti delle donne, integralista nell’applicazione della legge islamica, duro e avaro con i lavoratori stranieri che sfruttava.

Per quasi dodici anni abbiamo lasciato che il progetto andasse avanti. Solo nelle ultime settimane abbiamo scoperto che il Mondiale in Qatar è l’ennesima porcheria spacciata per evento sportivo.

Pressati da chi denunciava da sempre quello che stava accadendo, cioè le organizzazioni umanitarie e per i diritti civili, abbiamo cominciato a parlare dei 6.500 morti sul lavoro. Abbiamo ricordato di come persino la FIFA, la Federazione Internazionale, avesse ad un certo punto preteso l’applicazione di un salario minimo per i lavoratori stranieri che costruivano impianti e stadi. All’improvviso ci siamo ricordati di come trattano le donne, di come ignorano i diritti umani.

Ora gridiamo allo scandalo perché abbiamo scoperto che il governo del Qatar ha concesso ai giornalisti gli accrediti in cambio dell’accettazione di un decalogo di comportamento. Non possono fare interviste nella case dei lavoratori, andare in giro a fare domande, non possono indagare, pensa l’espulsione dal Paese. E’ accaduto ad una troupe televisiva danese. Peccato sia successo 48 ore prima del calcio d’inizio. Troppo tardi per avere davvero la coscienza pulita. Troppo tardi, soprattutto, per fermare questo mastodontico scandalo.

Raffaele Crocco

Sono nato a Verona nel 1960. Sono l’ideatore e direttore del progetto “Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo” e sono presidente dell’Associazione 46mo Parallelo che lo amministra. Sono caposervizio e conduttore della Tgr Rai, a Trento e collaboro con la rubrica Est Ovest di RadioUno. Sono diventato giornalista a tempo pieno nel 1988. Ho lavorato per quotidiani, televisioni, settimanali, radio siti web. Sono stato inviato in zona di guerra per Trieste Oggi, Il Gazzettino, Il Corriere della Sera, Il Manifesto, Liberazione. Ho raccontato le guerre nella ex Jugoslavia, in America Centrale, nel Vicino Oriente. Ho investigato le trame nere che legavano il secessionismo padano al neonazismo negli anni’90. Ho narrato di Tangentopoli, di Social Forum Mondiali, di G7 e G8. Ho fondato riviste: il mensile Maiz nel 1997, il quotidiano on line Peacereporter con Gino Strada nel 2003, l’Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo, nel 2009. 

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