Hong Kong libera: come?

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Foto: Cittanuova.it

In nessun’altra parte dell’Estremo Oriente sarebbe ammessa una situazione come quella a cui stiamo assistendo da dodici settimane a Hong Kong. Cioè una minoranza (così è nei fatti) che condiziona la vita di una città. È vero, nelle manifestazioni si mescolano rivendicazioni puntuali ad altre relative al futuro della città, ma non sempre in Occidente si ha il polso reale delle vicende, e si danno letture “pre-formattate” dello stato di fatto. Come accade spesso anche in direzione opposta, cioè est-ovest. Nel caso attuale di Hong Kong, sette milioni e mezzo di persone sono condizionate nella loro vita quotidiana da un gruppo pur nutrito di manifestanti che, è vero, stanno coinvolgendo un sempre più vasto numero di persone.

Scontri avvengono per le strade e nei centri commerciali dove la polizia, in questi tre mesi di proteste, non ha voluto o potuto mettere fine alle contestazioni e alle violenze. Ormai, nell’era digitale, nessuno può fare quello che vuole, in nessun luogo. Le proteste stanno avendo visibilità internazionale, ed è lì che a ben guardare si gioca la partita di Hong Kong. Il mondo, in effetti, non solo sta a guardare ma commenta e giudica le azioni dei manifestanti e del governo sia di Hong Kong che di Pechino, in ultima analisi, il vero “responsabile” della città. Hong Kong è una spina nel fianco di Pechino, soprattutto in un momento in cui è scoppiata la guerra dei dazi.

Nata dopo una guerra di occupazione coloniale ingiusta da parte delle forze occidentali e in special modo dell’allora governo britannico, era il 1841, attualmente la città di Hong Kong gode di un proprio governo autonomo, con leggi e una vita egualmente autonome, almeno fino al 2047, anno in cui ritornerà pienamente sotto il controllo diretto di Pechino. E qui sta la questione. Hong Kong è da sempre un importante centro finanziario e commerciale, la porta dell’Occidente verso la grande Cina, sede di migliaia di aziende che hanno una filiale finanziaria per gli scambi commerciali. Insomma, un porto franco.

Cosa, preoccupa oggi il popolo di Hong Kong? Non è soltanto la legge contro l’estradizione di criminali verso la Cina, legge che è già stata ritirata e non ripresentata, ma come scrive il noto giornalista Alvin Lum sul quotidiano South China Morning Post, «le ragioni vanno bel al di là della famigerata legge». E riportando le parole di un noto e stimato giudice in pensione della Corte d’appello suprema di Hong Kong, Henry Litton: «Il vero problema di Hong Kong non è un Paese e due sistemi politici, che sta funzionando bene, bensì la classe dirigente attuale che è seduta su riserve finanziarie da miliardi di dollari ed è inattiva, con le mani in mano, incurante dei problemi delle gente». Le disuguaglianze sociali sono molto evidenti, il carico per le cure mediche è pesantissimo sulle spalle della gente: e soprattutto il divario tra ricchi e poveri diventa, di anno in anno, sempre più netto e marcato.

Possiamo trovare qui una buona chiave di lettura di quanto stia accadendo da dodici settimane. Anche perché la legge sull’estradizione è stata cancellata dalla responsabile dell’esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam Cheng Yuet-ngor, e non verrà ripresentata. Ciò pone dei grossi dubbi giuridici, a dir vero legittimi, sul livello democratico e di credibilità di una “nazione” che permette a dei criminali (non solo e non tanto politici) di rifugiarsi sul proprio territorio senza poter essere estradati nella nazione dove hanno compiuto tali crimini.

Oltre alla questione della legge sull’estradizione, ormai sorpassata, c’è la risonanza internazionale di un possibile intervento di forza che Pechino potrebbe attuare per ristabilire la situazione che è stata definita da taluni governativi “terroristica”: il governo cinese centrale ha ammassato truppe pronte ad intervenire. Anche se sembra che il governo centrale, come molti commentatori internazionali hanno descritto, non voglia intervenire con la forza se non nel momento in cui fosse costretta all’azione da una situazione completamente fuori controllo da parte del governo di Hong Kong (cosa che al momento non sembra ancora tale).

È anche vero che tali proteste che stanno mettendo in ginocchio l’economia della città, la sua credibilità a livello internazionale, i suoi trasporti (non ultima la compagnia di bandiera Cathay Pacific, un tempo gioiello della città stato ed ora ridotta quasi in bancarotta), non potranno continuare all’infinito. I grossi investitori stanno già abbandonando la città e spostandosi altrove in Asia. La violenza non giova a nessuno e forse è tempo di sedersi al tavolo delle trattative su invito di Carrie Lam Cheng Yuet-ngor, che sta chiamando tutte le parti in causa per scongiurare una degenerazione della situazione. Il card. John Tong Hon, ha detto alcuni giorni fa: «Restar calmi, lavorare per la pace ed anche pregare». Ed il 23 agosto scorso, la preghiera indetta nella chiesa di san Francesco di Assisi a Kowloon è stata davvero partecipata e sentita. Anche Hong Kong ha bisogno di concordia.

George Ritinsky da Cittanuova.it

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