Game of Drones: l’agenda migrazioni dell’UE finanzia le lobby della sicurezza

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Vignetta: Greenreport.it

L’Agenda per le Migrazioni dell’Unione Europea, presentata lo scorso 13 maggio a Bruxelles e venduta come un successo della diplomazia italiana, nasconde finanziamenti milionari per le grandi imprese della sicurezza civile e militare. Il triplicamento del budget di Frontex, proposto dalla Commissione Europea, passerà infatti al vaglio del Parlamento entro la fine di maggio e a beneficiarne non saranno i migranti ma, soprattutto, la grande industria. Gruppi come Finmeccanica, Indra, Siemens e Thales, il cui legame con le politiche comunitarie è diventato sempre più stretto. Snodo centrale di queste liaisons dangereuses è proprio il quartier generale di Frontex a Varsavia. E’ qui che oggi - 21 maggio - autorità europee e istituzioni internazionali festeggeranno la Giornata europea delle guardie costiere e il decimo compleanno dell’Agenzia per la gestione della cooperazione operativa ai confini esterni dell’Unione, nome completo di Frontex. Nel frattempo nelle strade di Varsavia sfileranno migliaia di persone, coordinate dal movimento “Migracja to nie zbrodnia (la migrazione non è un crimine) in protesta contro quello che considerano “il braccio operativo delle politiche europee anti-immigrazione” e i suoi “piani futuristici, come i droni terrestri del progetto Talos, portati avanti insieme a grandi corporation militari”. 

Diritti negati. “E’ scandaloso - sosteneva a inizio 2015 un comunicato della campagna Frontexit - che la risposta alle morti in mare sia il potenziamento di uno strumento di controllo, che non ha nulla che vedere con il salvataggio di vite umane”. Frontexit, nata nel 2009 da diverse organizzazioni europee, fra cui l’italiana Arci, ha denunciato più volte “l’incompatibilità del mandato di Frontex con il rispetto dei diritti umani”. Se infatti la love story fra Frontex e le lobbies della sicurezza non rivela segni di stanchezza, così non è per i diritti umani, per cui l’Agenzia europea è stata più volte sotto i riflettori. Per Human Rights Watch la partecipazione di 170 agenti di Frontex alle operazione di controllo del confine fra Grecia e Turchia, iniziata nel 2010, ha contribuito a esporre i migranti intercettati alle “condizioni disumane e degradanti” dei centri di detenzioni greci. Una situazione che rischia di ripetersi in tutti i paesi in cui l’agenzia opera, la gran parte dei quali - fra questi Mauritania, Mali, Senegal, Niger, Egitto, Bielorussia, Russia, Giordania e Turchia - è nota per i bassi standard di rispetto dei diritti. Frontex è stata criticata anche per lo svolgimento di voli di rimpatrio congiunti: 280 voli negli ultimi 10 anni, che hanno riportato con la forza nei paesi d’origine o in paesi adiacenti 13mila stranieri privi di titolo di soggiorno, raccolti in scali successivi in diversi aeroporti europei. Risale a febbraio 2015 la richiesta, da parte del Comitato per la prevenzione della tortura, di adottare tutele legali, sanitarie e meccanismi di monitoraggio dei voli, su uno dei quali, nel 2010, morì soffocato l’angolano  Jimmy Mubenga. Preoccupazioni simili sono state espresse dall’Ombudsman, il difensore civico europeo, che ai primi di maggio ha reso pubblici i risultati di un’inchiesta avviata nel 2014, chiedendo a Frontex di inserire nel proprio codice di condotta misure di rispetto dei diritti fondamentali. 

La frontiera invisibile. Il legame di Frontex con l’industria della sicurezza è costitutivo del Dna dell’agenzia. Se l’idea di un confine europeo da difendere nasce dopo il trattato di Schengen del 1985, per cui abolire i controlli all’interno dell’Unione significa rafforzarli all’esterno, il vero balzo in avanti del sistema di sicurezza comunitario avviene dopo l’11 settembre. Allo studio delle Nazioni Unite su “Un mondo più sicuro” fa da contraltare “La ricerca per un’Europa sicura”, indagine commissionata dall’Unione a un “gruppo di personalità” del mondo dell’industria e del settore pubblico. Dirigenti di Finmeccanica, Indra, Thales, Eurocontrol arrivano alla conclusione, poi adottata dalla commissione guidata da Prodi, della necessità di stanziare fondi per la ricerca in materia di sicurezza. A ottenerli saranno per lo più le stesse società, che investiranno in tecnologie radar, satellitari, a infrarossi e con l’uso di droni, con l’obiettivo di costruire sistemi di intelligence  in grado di controllare territori estesi via terra e via mare, monitorando persone e cose in transito. Come già detto, Frontex si trova all’incrocio fra interessi industriali, politiche di difesa e aerospaziali e programmi di intelligence. Un ruolo cresciuto dopo il 2011, con una riforma dell’agenzia, che, pur prevedendo alcune misure di tutela formale dei diritti umani, è diventata di fatto più autonoma, sfuggendo al controllo del Parlamento europeo. Un’autonomia che ha portato, fra le altre cose, alla nascita di Eurosur, programma di sorveglianza delle frontiere costato, secondo uno studio della Fondazione Henirich Boll, 870 milioni di euro, a fronte di una spesa dichiarata di 340 milioni. Soldi europei finiti in gran parte nei conti correnti delle stesse società beneficiarie dei fondi per la ricerca, oltre 1 miliardo di euro all’anno fino al 2020 solo nell’ambito del controllo dei confini. 

Paghiamo per respingere. Watch the Med, piattaforma di indagine sulle morti nel Mediterraneo, che ha lanciato di recente il manifesto “Traghetti, non Frontex”, spiega come “fermando una alla volta le strade di migrazione legale, Frontex spinge migliaia di rifugiati a intraprendere vie sempre più pericolose”. Secondo l’organizzazione britannica i dati parlano da sé: è dal 2011 che ogni anno si registrano più di 2000 morti nel Mare Nostrum, nonostante, o appunto a causa, della crescente sorveglianza dei confini. Se Finmeccanica ha rifornito di armamenti e di sofisticati sistemi di controllo la Libia, in base a accordi di partenariato con l’UE, analoghi investimenti riguardano Tunisia, Algeria, Marocco e altri stati di transito e origine dei migranti, dove stazionano “ufficiali di collegamento” di Frontex. Il mandato dell’agenzia, vale la pena ricordarlo, è di coordinare azioni di controllo delle frontiere e intelligence, evitando l’ingresso nello spazio europeo di persone e merci non autorizzate. Non è un caso se il modello, citato in diversi documenti di Frontex, è quello australiano della detenzione dei richiedenti asilo in paesi terzi, in cambio di benefici economici. Con un budget di 114 euro per il 2015, in fase di ampliamento, 350 uomini e oltre 2500 agenti costieri distaccati presso gli stati europei, oltre a una significativa flotta militare, Frontex si appresta a diventare sempre più potente, rafforzata dai fondi per la sicurezza interna, di cui l’Italia, avamposto della lotta ai migranti, è la principale beneficiaria per i prossimi cinque anni. Fedele alle sue origini, Frontex non può essere la soluzione alle morti in mare. E’ anzi, sostengono diversi esponenti della società civile, parte del problema. 

Giacomo Zandonini

Giacomo Zandonini. Classe 1981, ha vissuto a Milano, Trento, Bologna, Roma. Operatore sociale e culturale, è giornalista e videoreporter freelance dal 2004. Si occupa soprattutto di migrazioni, diritto d'asilo, politica estera e geopolitica del Sahel e del Nord Africa. Cerca di sottrarre all'oblìo e al rumore mediatico storie minori, capaci di gettare luce sul mondo che ci circonda. Indaga con determinazione su cause e motivazioni personali, dietro alle notizie. Ha studiato scienze politiche e lingue straniere. 

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