Gambia: spiagge, resort e migrazione

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Se cerco “Gambia” in un motore di ricerca due sono le risposte dominanti: da un lato le proposte turistiche, dall’altro le “trovate” del presidente. Sto cercando spiegazioni del perché nella storia recente dell’immigrazione italiana sono così numerose le persone che arrivano in Italia dal Gambia. Nel 2014 ne sono arrivate e hanno fatto richiesta di protezione internazionale 8.477, nel 2015 erano il 5% in meno, 8.022 (dati del Ministero dell’Interno). Solo nel gennaio 2016, le richieste di asilo da cittadini del Gambia sbarcati in Italia sono state 625, poco meno del numero di gambiani che viveva in Italia nel 2000.

Incontro P., ha diciotto anni: è uno dei due milioni di abitanti di un Paese più piccolo dell’Abruzzo, anche lui, appena sbarcato, farà domanda di asilo. Perché (domanda che gli faranno in Commissione Territoriale)? Da cosa sta fuggendo o cosa sta cercando? Allora eccomi sul web a cercare qualche risposta (più utile a me, chiaramente; P. la conosce benissimo), per provare a capire (operazione che sento talvolta pretenziosa ed arrogante, ma confesso di non riuscire a farne a meno).

Scopro, non che non lo sapessi prima, ma non me ne ero mai interessata, che internet mi invita a trascorrere un tempo di ozio e di riposo nelle spiagge di un meraviglioso paese; mi viene detto che in Gambia c’è di più del sole e del surf: tra un villaggio di pescatori, qualche riserva naturalistica e i luoghi “storici” dai quali partivano degli schiavi, ci sono i rumorosi resort affacciati sull’Atlantico. Ma che Paese è quello che è più amico degli “stranieri” che dei suoi abitanti?

Io sono invitata a soggiornarvi, P. se ne è dovuto andare perché sgradito o perché il livello di opportunità è così basso da non riuscire a trovare più alcunché per sopravvivere. Ma come è possibile? Insieme a P., migliaia sono quelli che come lui ed anche più istruiti di lui vivono all’estero; sei anni fa rappresentavano il 4% della popolazione. Sono ovunque, in particolare in Senegal e Nigeria, Spagna, Stati Uniti, Svezia, Sierra Leone, Germania per citare gli stati dove i gambiani sono più numerosi. Che il Senegal sia la prima destinazione è quasi scontato: geograficamente prossimi, lo sono anche dal punto della storia e della lingua precoloniali. Poi sono diventati diversi, l’uno francofono, il Senegal, l’altro anglofono, il Gambia; ma wolof e mandingo sono rimaste lingue condivise.

Resto sul web perché per procedere con la domanda, dobbiamo inserire il nome del luogo di nascita. Non riesco a trascriverlo, mi è anche sconosciuto; P. non mi è di aiuto. Allora ci mettiamo alla ricerca utilizzando gli applicativi cartografici disponibili.

Guardando la carta dell’Africa, puntato lo sguardo ad ovest verso l’Atlantico, verso il Gambia, la sensazione è di stare dentro le viscere di un corpo gigante. I confini del Gambia, dichiarato repubblica islamica nel 2015, mi ricordano un pezzo di intestino. Ma il suo territorio sembra più una cicatrice: un fiume, il Gambia e qualche lembo di suolo a destra e a sinistra, poco più di 10.000 chilometri quadrati, ricuciti insieme sulla superficie di un territorio più vasto che è quello senegalese.

Qui la storia coloniale mi viene in aiuto per capire il processo di costruzione dei confini. Dagli antichi regni, in particolare quello del Mali – convertito all’Islam dal IX secolo e di cui l’attuale Gambia ha fatto parte fin dal XIV secolo – agli anni sessanta del novecento, quest’area è stata un avamposto commerciale privilegiato. Da qui partivano schiavi (l’isola Kunta Kinteh o isola James, patrimonio dell’UNESCO, ce lo ricorda), oro e avorio ed arrivavano manufatti di ogni specie. Dalla metà del XV secolo giunsero i portoghesi che sfruttarono le rotte commerciali fino alla fine del XVI secolo quando vendettero i diritti di utilizzo del fiume a delle società inglesi.

La corona britannica vi stabilì nel 1816 un insediamento nominato Bathurst, dal cognome del segretario di stato per le colonie, che diventerà Banjul dal 1973, in una posizione strategica, all’imbocco dell’estuario. Da lì potevano essere controllati i traffici di merci e di uomini: lo scopo era rendere effettivo lo Slave Trade Act del 1807, con il quale la corona britannica aveva abolito la schiavitù, pattugliare le coste e sradicare definitivamente la tratta in Africa occidentale. L’indipendenza dal Regno Unito, ottenuta nel 1965, divenne però definitiva nel 2013, quando Yahya Jammeh, nato con il suo Paese e presidente in carica dal 1994, preceduto solo da Dawda Kairaba Jawara, ha deciso di uscire dal Commonwealth britannico per non prestare più il fianco ad un’organizzazione neo-coloniale ed essere parte di quel “bene comune” rappresentato dalle ex colonie britanniche.

L’attuale territorio è l’esito quindi di una lunga negoziazione tra inglesi e francesi iniziata nel 1889 dalla quale gli inglesi uscirono mantenendo il controllo secolare delle terre gambiane; l’esito di una serie di linee rette e curve tracciate dall’asse del fiume verso nord e verso sud. Il risultato è stato una striscia lunga circa 340 chilometri e larga 48 nel punto più ampio.

Ma torniamo a noi. Alla fine delle interrogazioni cartografiche non ho trovato quello che stavo cercando. Dico “non c’è”; ma quale presunzione mi porta a pensare che tutto ciò che esiste debba essere scritto su una carta? Sono come il re di Saramago che, all’uomo che voleva una barca per andare alla ricerca dell’isola sconosciuta, dice che “isole sconosciute” non ce ne sono più. Quindi a che servirebbe mettersi in viaggio per scoprirle?

P. è scoraggiato; insiste nell’affermare che c’è, che esiste: è il luogo dove lui è nato. Non ho alcun dubbio. Non è la carta che fa esistere i luoghi. I luoghi, come quello in cui siamo nati, esistono insieme a noi, sono quella parte di superficie terrestre che non equivale a nessun altra, che non può essere scambiata con nessun altra senza che tutto cambi. Quindi rimaniamo alla ricerca dell’isola sconosciuta, mentre P. sta cercando di ricostruire nuovi luoghi qui o dove gli verrà “concesso” di farlo, lontano dalle spiagge e dai resort che in Gambia sembrano essere pensati per altri e non per lui. Oppure di nuovo vicino a quelle spiagge se le elezioni presidenziali, previste per il 1° dicembre 2016, portassero una ventata di buone novità.  

Sara Bin

(1976) vive in provincia di Treviso e lavora a Padova. É dottore di ricerca in geografia umana; ricercatrice e formatrice presso Fondazione Fontana onlus dove si occupa di progetti di educazione alla cittadinanza globale e di cooperazione internazionale; è docente a contratto di geografia politica ed economica; ha insegnato geografia culturale, geografia sociale e didattica della geografia. Collabora con l’Università degli Studi di Padova nell'ambito di progetti di educazione al paesaggio e di formazione degli insegnanti. Ha coordinato lo sviluppo e l'implementazione dell'Atlante on-line in collaborazione con il Ministero dell'Istruzione, del'Università e della Ricerca. Dal 2014 fa parte del gruppo di redattori e redattrici di Unimondo. Ha svolto attività didattica e formativa in varie sedi universitarie, scolastiche ed educative ed attività di consulenza nell’ambito della cooperazione allo sviluppo. Tra i suoi principali ambiti di ricerca e di interesse vi sono le migrazioni, la cittadinanza globale, i progetti di sviluppo nell’Africa sub-sahariana, lo sviluppo locale e la sovranità alimentare. Ha svolto numerose missioni di ricerca e studio in Africa, in particolare in Burkina Faso, Senegal, Mali, Niger e Kenya. E' membro dell'Associazione Italiana Insegnanti di Geografia e presidente della sezione veneta

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