Gabon, le contraddizioni di un paese emergente

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Ali Bongo omaggiato a Parigi – Foto: guardian.co.uk

In una recente intervista il giornalista Gianantonio Stella riportava uno scambio di battute con un politico italiano: “Un giorno chiesi a Francesco Rutelli, quando Rutelli contava qualcosa: «Ma perché candidate Loiero? Perché propinate Loiero ai calabresi?» E Rutelli rispose: «E va beh, ma è la Calabria!». Come dire: è il Gabon! Cosa vuoi? Occuparti del Gabon?!”. Ebbene, noi ci occupiamo del Gabon. Non è uno sfizio per dire che Unimondo è capace di occuparsi anche dei luoghi più riposti del mondo: questa attenzione nasce dalla consapevolezza che l’Africa sia un continente laboratorio, dalle mille sorprese e contraddizioni. Da lì arriva il nuovo. Ogni paese africano è un micro cosmo di ciò che sarebbe possibile se non dilagasse la corruzione, se al potere non ci fossero despoti, se le potenze internazionali non pensassero ad altro se non a depredare le risorse ambientali ed energetiche. Ci occupiamo di Gabon per capire l’Africa. E capendo almeno un poco l’Africa affronteremo più attrezzati i cambiamenti del mondo che interessano la nostra vita di ogni giorno.

Esteso come superficie poco meno dell’Italia (260 mila km2) ma con una popolazione poco numerosa (1 milione e mezzo circa di abitanti), il Gabon è un paese dell’Africa occidentale situato tra il mare, il Camerun e il Congo Brazzeville facente parte, in epoca coloniale, alla Guinea francese. Legname pregiato, petrolio, enormi risorse naturali dalla foresta pluviale a un suolo fertilissimo potrebbero fare del paese una ricca e prospera nazione anche per via dell’esiguità dei suoi abitanti. Eppure non è così benché il Gabon sia uno Stato africano emergente.

Gabon fa rima con Bongo, il nome della famiglia che governa il paese ininterrottamente dal 1964 in seguito all’indipendenza dalla Francia e a un breve periodo di interregno. Bongo padre (dal 1964 al 2009), Bongo figlio tuttora al potere. Una dittatura familista in piena regola anche se ciò ha permesso al Gabon, un mosaico di 40 etnie, di non essere travolto da guerre e da conflitti, cercando di instaurare, dal 1991 in poi in seguito ad alcune sollevazioni popolari, una parvenza di democrazia. Tutto inutile e il Gabon si trasformava sempre di più in Bongoville.

Così descriveva il passaggio del 2009 tra padre e figlio il noto inviato del Corriere in Africa Massimo Alberizzi: “Dev’essere stato difficile per il vecchio dittatore El Hadji Omar Bongo Ondimba scegliere il suo successore tra una trentina di figli (ovviamente avuti da donne diverse). Ha preferito Ali Ben Bongo che qualcuno dubita addirittura sia realmente suo discendente di sangue. «L’ha adottato perché è stato concepito a 18 mesi dal matrimonio con la sua prima moglie», sussurrano i maldicenti a Libreville, la capitale gabonese, e il cinquantenne delfino ha dovuto far intervenire la madre, Josephine Kama, cantante diventata Patience Dabany, che ha confermato. Ali Ben (nato nel 1959) si chiamava Alain Bernard ed era cristiano. Essenziale nella sua vittoria elettorale l’aiuto della Francia, interessata a mantenere la continuità di un regime che ha garantito al Paese la stabilità necessaria alle compagnie francesi, americane e all’italiana Eni, di sfruttare senza problemi il petrolio.

La dinastia Bongo è riuscita, almeno per ora, a assicurarsi la successione. Già il vecchio «dinosauro» aveva pensato ad allargarsi e dopo il divorzio con Josephine aveva scelto di sposare Edith Sassu Nguesso, giovanissima figlia di Dennis Sassu Nguesso, presidente cleptocrate del Congo Brazzaville. Omar Bongo, che prima di convertirsi all’Islam nel 1973 si chiamava Albert-Bernard Bongo, nei sui 41 anni di potere assoluto ha accumulato una fortuna enorme. I gabonesi, grazie ai proventi del petrolio, potrebbero essere ricchissimi. Invece la famiglia Bongo «allargata» è l’unica a sprofondare nell’oro, mentre la popolazione (meno di un milione e mezzo di persone) vive in condizioni miserabili. La collezione di automobili di Omar Bongo, finita al figlio, è leggendaria: due Ferrari, sei Mercedes, tre Porche, una Bugatti, due Rolls-Royce e una Maybach. Nessuno sa a quanto ammontino i beni della famiglia Bongo, una delle più ricche al mondo. Negli anni ‘90 gli americani avevano trovato nelle banche Usa 100 milioni di dollari appartenenti al dittatore. In Francia la compagnia petrolifera Elf-Aquitaine è stata accusata di aver versato nella casse del dittatore pesanti tangenti. Oltralpe i Bongo possiedono, oltre ad alcuni conti correnti milionari, 33 proprietà, compresa una villa da 25 milioni di euro. La prima moglie di Ali Ben, Inge, è apparsa in un reality show televisivo, Really Rich Real Estate, per acquistare una dimora da 23 milioni di euro a Hollywood. Ogni tanto il vecchio mostrava grande benevolenza e così durante un incontro con i diplomatici a Libreville aveva annunciato una donazione di alcuni milioni di dollari per opere caritatevoli. L’ambasciatore americano, colpito da tanta magnanimità, chiese: «Denaro che viene da vostri fondi personali o dalle casse dello Stato?». Il presidente sembrò confuso ma poi i due uomini si trovarono d’accordo: questa distinzione era superflua e insignificante in Gabon”.

I Bongo erano strettamente legati ai vari presidenti francesi, alla fine sempre inseguiti da varie inchieste giudiziarie per sospetti di tangenti con il regime gabonese e con le multinazionali del petrolio che, al solito, finanziano campagne elettorali in Europa invece di sfamare la popolazione delle terre da cui traggono la loro ricchezza. Qualcosa però negli ultimi mesi sembra si sia rotto. “Colpevole” di aver rovinato l’idillio è ancora una volta la magistratura francese, rea di indagare sulla famiglia Bongo. Secondo notizie riportate qualche giorno fa dal Guardian in Francia è stata trovata la “miniera di Alì Baba”: un insieme di conti correnti, proprietà lussuose, gioielli vari provenienti da traffici non ben identificati. Queste ricchezze sono state in parte congelate dalla magistratura. Per tutta risposta Ali Bongo, nel corso del XIV Summit dei paesi africani francofoni ha annunciato di voler sostituire l’inglese al francese come lingua ufficiale del Gabon, seguendo l’esempio del Rwanda che aveva fatto la stessa scelta nel 2009.

Nel frattempo il Gabon allaccia rapporti con l’Italia promettendo di diventare una potenza emergente entro il 2025. Secondo l’indice di sviluppo umano dell’Onu il paese africano si colloca al 106-esimo posto su 187 nazioni a causa della povertà, dei bambini malnutriti, della mortalità infantile, della scarsità di strutture sanitarie. La difficoltà di garantire l’istruzione primaria genera poi un tasso di disoccupazione intorno al 16%, un dato tuttavia incoraggiante se pensiamo che in Spagna e in Grecia siamo oltre il 20%! Insomma le potenzialità ci sarebbero tutte ma, nel bene e nel male, tutto dipenderà dalla famiglia Bongo.

Piergiorgio Cattani

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