Fare affari con i militari del Myanmar finanzia la guerra

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Le speranze di democrazia e riconciliazione in Birmania/Myanmar che sembravano prossime a diventare reali con la liberazione e l’elezione in Parlamento della Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, si sono rivelate un inganno e il Paese asiatico è ancora saldamente in mano alla casta militare che lo dissangua e lo governa con pugno di ferro da decenni. La Independent International Fact-Finding Mission on Myanmar dell’United Nations Human Rights Council (Unhcr) ha infatti rivelato nel suo rapporto “Economic interests of the Myanmar military” appena presentato che «Il denaro guadagnato dall’esercito del Myanmar attraverso accordi commerciali internazionali e nazionali, migliora sostanzialmente la sua capacità di compiere impunemente gravi violazioni dei diritti umani».

Per la prima volta, il rapporto degli investigatori indipendenti dell’Onu rivela come il Tatmadaw  (l’esercito del Myanmar) «Utilizza le sue attività economiche, delle imprese straniere e i suoi contratti per gli armamenti per sostenere le sue operazioni brutali contro dei gruppi etnici. Delle operazioni che costituiscono dei crimini gravi riguardo al diritto internazionale» e che «vengono condotti al di fuori di ogni controllo civile e senza renderne conto». La Missione d’inchiesta Onu in Myanmar, diretta da Marzuki Darusman,  raccomanda al Consiglio di sicurezza e agli Stati membri dell’Onu «di imporre immediatamente delle sanzioni mirate contro le imprese dirette dall’esercito» e a «Imporre un embargo sulle armi al Myanmar».

Ma la complicità con i militari golpisti che tengono sotto ferra tutela quella che appare sempre di più una falsa democrazia hanno complici eccellenti: secondo gli esperti della missione, «Dal 2016, non meno di 14 imprese straniere di 7 Paesi hanno fornito aerei da combattimento, veicoli da combattimento blindati, navi da guerra, missili e lanciamissili».  Sono le armi con le quali «In questi tre ultimi anni, il Tatmadaw ha condotto vaste e sistematiche violazioni dei diritti umani contro dei civilinegli Stati di Kachin, dello Shan e di Rakhine. Delle violazioni che hanno in particolare avuto  come conseguenza l’esilio forzato di oltre 700.000 persone verso il Bangladesh».

Marzuki Darusman è convinto che l’attuazione delle raccomandazioni formulate dalla sua Missione «eroderà la base economica dell’esercito, spezzerà i suoi ostacoli posti al processo di riforma e indebolirà la sua capacità di condurre delle operazioni militari al di fuori di ogni controllo. La messa in opera di queste raccomandazioni deve permettere alla fine di ridurre le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario in Myanmar». I rapporto d’inchiesta fa seguito alle raccomandazioni formulate nel 2018 dagli esperti della Missione  che avevano rivelato «le violazioni dei diritti umani perpetrati dalle forze armate del Myanmar contro dei gruppi etnici nell’insieme del Paese». Dietro c’è l’economia- in Myanmar in mano ai militari – e la guerra per la terra, il legname, le risorse minerarie e ambientali e il traffico di droga. Il Tatmadaw sobilla la destra buddista contro I musulmani e titilla il nazionalismo birmano – al quale Aung San Suu Kyi e il suo Partito sono molto sensibili – per tenere accesa la guerra civile contro le minoranze etniche.

Nel precedente rapporto del 2018 la Missione d’inchiesta Onu aveva denunciato le operazioni di pulizia etnica iniziate il 25 agosto  2017 contro i musulmani Rohingyas nello Stato di  Rakhine, Gli esperti Onu hanno denunciato che «Le forze di sicurezza hanno ucciso migliaia di civili rohingyas, violentato e aggredito sessualmente donne e ragazze e incendiato i loro villaggi». Il nuovo rapporto elenca le imprese del Muyanmar – comprese quelle appartenenti direttamente ai militari – e straniere che contribuiscono a finanziare il Tatmadaw. La Missione prende in particolare di mira due compagnie: la Myanmar Economic Holdings Limited (MEHL) e la Myanmar Economic Corporation (MEC), definendole «Tra le più opache del Myanmar». Entrambe le imprese sono proprietà di alti gradi militari del Paese e tra di loro ci sono anche il generale e Comandante in capo Min Aung Hlaing e il generale e vice-comandante in capo Soe Win che, secondo la Missione, «Dovrebbero essere oggetto di un’inchiesta e perseguiti per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra».

La MEHL e la MEC sono in realtà due colossali scatole cinesi che possiedono almeno 120 imprese che operano nei settori più svariati: edilizia, farmaceutica, infrastrutture, fabbriche, assicurazioni, turismo e banche. Il rapport evidenzia che «Le due compagnie, con almeno 26 delle loro filiali, sono titolari di licenze di sfruttamento di giada e di rubini negli Stati di Kachin e Shan. Nel nord del Myanmar, il Tatmadaw ha commesso delle violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario, facendo soprattutto ricorso al lavoro forzato e alle violenze sessuali nel quadro delle sue attività commerciali».

Radhika Coomaraswamy, dell’ Independent International Fact-Finding Mission on Myanmar, fa notare che »tenuto conto dell’ampiezza della partecipazione del Tatmadaw all’estrazione di giada e di rubini nel nord del Myanmar, le imprese e i consuma tori devono dimostrare una maggiore vigilanza per assicurarsi che non acquistino, non vendano o non utilizzino in qualche altra maniera delle pietre preziose prodotte o vendute da imprese appartenenti al Tatmadaw o sotto la sua influenza». La Missione diche che è chiaro che le autorità del Myanmar devono essere ritenute responsabili delle violazioni dei diritti umani che perpetrano, ma sottolinea che «devono essere anche prese delle misure concrete per fare in modo che le imprese rispettino i diritti umani in Myanmar«».

Da rapport emerge che «45 imprese e organizzazioni del Myanmar hanno dato più di10 milioni di dollari all’esercito nelle settimane seguenti all’inizio delle operazioni di pulizia etnica condotte nel 2017 nello Stato del Rakhine. Delle società di riciclaggio che hanno rapporti stretti con il Tatmadaw hanno in seguito finanziato dei progetti di sviluppo nello stato del  Rakhine, che hanno rafforzato l’obiettivo dell’esercito di riorganizzare la regione in modo da cancellare le prove dell’appartenenza dei Rohingyas al Myanmar».

Un altro esperto della Missione, Chris Sidoti, aggiunge: «Secondo il diritto internazionale, i responsabili di queste compagnie dovrebbero essere sottoposti ad inchiesta in vista di perseguirli penalmente per il loro contributo sostanziale e diretto a dei crimini. compresi dei crimini contro l’umanità». Il rapporto punta in particolare su due compagnie: KBZ Group e Max Myanmar, che hanno permesso la costruzione di una barriera lungo la frontiera tra il Myanmar e il Bangladesh, «Sapendo bene che contribuirà alle sofferenze a all’angoscia, perché impedisce ai Rohingyas sfollati di rientrare nelle loro case e nelle loro terre».

-Il rapporto rivela anche che «Almeno 15 compagnie straniere dispongono di co-imprese con il Tatmadaw, mentre altre 44 altre hanno dei legami commerciali con l’imprese dell’esercito del Myanmar. Queste compagnie straniere rischiano di contribuire e di essere legate a delle violazioni del diritto internazionale frelative ai diritti umani e al diritto umanitario. Al minimo, contribuiscono a sostenere la capacità finanziaria dell’esercito. Tutte le imprese che fanno affari in Myanmar o che acquistano merci provenienti dal Myanmar devno dar prova di una maggiore vigilanza per assicurarsi che non ne tragga profitto il Tatmadaw», Per la Coomaraswamy, «Le conclusioni dell’inchiesta della Missione forniscono alla comunità internazionale una migliore comprensione della crisi dei diritti umani in Myanmar. Una crisi che dovrebbe costringere la comunità internazionale e gli Stati ad adottare un approccio multilaterale coordinato in materia di rendiconto, giustizia e soluzione della crisi dei diritti umani in Myanmar».

Sidoti aggiunge: «I guadagni generate da queste attività dei militari rafforzano l’autonomia del Tatmadaw rispetto a un controllo di civili eletti e apportano un sostegno finanziario alle operazioni del Tatmadaw con il loro ampio ventaglio di violazioni del diritto umanitario e relative ai diritti umani». Darusman conclude: «Eliminare il Tatmadaw dall’economia del Myanmar implica due approcci paralleli: i oltre a isolare finanziariamente il Tatmadaw, dobbiamo promuovere dei collegamenti economici tra le imprese e le imprese in Myanmar che non sono legate all’esercito. Un duplice approccio che favorirà il proseguimento della liberalizzazione e della crescita dell’economia del  Myanmar, compresi i settori delle risorse naturali, ma in una maniera che contribuisca alla responsabilizzazione, all’equità e alla trasparenza per la sua popolazione».

Da Greenreport.it

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