Europa: tutti i limiti della democrazia diretta

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Foto: Ilpost.it

In Europa si è consolidato l’uso della democrazia diretta. Lasciando da parte Svizzera e Lichtenstein, i due Paesi dove si fa storicamente ampio uso del referendum, nei Paesi dell’Europa Occidentale si sono tenuti piu’ referendum negli ultimi venti anni che in tutto il periodo dal 1950 al 1995. Anche in Italia lo strumento del referendum è sempre più utilizzato: solo quattordici i referendum fino al 1990, ben 80 quelli che si sono tenuti da allora fino ad oggi. L’Economist ha chiamato questo fenomeno “referendumania” e ha provato a spiegarne le ragioni, legate principalmente alla crisi dei partiti tradizionali e al tentativo di far sentire i cittadini maggiormente coinvolti nell’esercizio della cosa pubblica. La democrazia diretta, in effetti, stimola il dibattito. Ma che tipo di dibattito, esattamente?

I referendum in Europa sono usati sempre più frequentemente come uno strumento per canalizzare la rabbia e le inquietudini degli elettori. Il voto su un argomento preciso viene preso a pretesto per punire le istituzioni al governo: quelle nazionali o, sempre più spesso, quelle europee. Negli ultimi mesi è stato questo il caso del referendum in Grecia, convocato frettolosamente dal governo di Alexis Tsipras per bocciare le proposte della Troika; o del referendum che si è tenuto in aprile nei Paesi Bassi e che ha permesso agli elettori di bocciare gli accordi commerciali dell’Unione europea con l’Ucraina. E nel giugno di quest’anno il referendum è stato utilizzato per votare l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea.

In tutte queste consultazioni, le ragioni di chi ha votato contro sono molteplici e non sempre direttamente connesse al quesito referendario. Nel caso britannico, ad esempio, molte delle persone che hanno votato per l’uscita dall’Unione lo hanno fatto per ridurre l’immigrazione nel Regno Unito o per riacquisire sovranità nazionale. Entrambi i fenomeni, tuttavia, non dipendono esclusivamente dalla permanenza del Regno Unito in Europa, ma piuttosto dal modo in cui è cambiato il mondo negli ultimi sessant’anni: alla diffusione di mezzi di trasporto, ad esempio, e all’aumento dei trattati internazionali tra Paesi. In effetti, anche uscendo dall’Unione europea il Regno Unito potrebbe finire per avere perfino più migranti e meno sovranità di quanta ne abbia oggi.

Anche in Italia stiamo assistendo a uno svuotamente del dibattito sul referendum costituzionale previsto per l’autunno. Anziché discutere sul merito delle riforme che si andranno a votare, gran parte del dibattito pubblico presenta il referendum come un voto sul governo Renzi, sulla riforma elettorale (che non rientra tra le riforme che si voteranno in autunno), sulla sacralità della nostra Costituzione, o sul metodo con il quale le riforme sono state approvate. È una dinamica pericolosa: la discussione deraglia e si usa il referendum per votare su qualcosa d’altro.

È anche per situazioni come queste che la democrazia diretta è sempre più spesso tradita nei fatti. In Grecia, il referendum del 2015 servì agli elettori per dire no all’Unione europea e alle sue proposte in materia di risanamento fiscal; solo che alla fine il governo greco si ritrovò costretto ad accettare condizioni oggettivamente peggiori di quelle bocciate con il voto popolare. Allo stesso modo in Gran Bretagna i tanti elettori che si illudono di aver votato per ridurre l’immigrazione e riprendere controllo della sovranità popolare si accorgeranno presto di aver mal riposto le loro speranze.

Ci sono Paesi, come la Germania, che hanno proibito il ricorso al referendum memori dell’uso sbagliato di questo strumento nel far deragliare il dibattito pubblico e favorire la dominazione delle masse sulle minoranze. La democrazia diretta può risultare utile se usata come in Svizzera, dove i referendum vengono usati regolarmente e agli elettori vengono inviati opuscoli con spiegazioni dettagliate sul merito del quesito. Qui, tuttavia, il voto è vissuto come un atto di responsabilità piuttosto che di protesta. In altri Paesi d’Europa, i referendum stanno invece diventando strumenti privilegiati per riflettere la disaffezione verso la politica ed esprimere la propria rabbia contro la classe dirigente. La demorazia diretta si alimenta di informazione, consapevolezza e attenzione alle questioni su cui si vota. Purtroppo, in anni di grande volatilità politica è forte la tentazione a trasformare ogni referendum in un plebiscito sulle istituzioni che ci governano.  

Lorenzo Piccoli

Sono Lorenzo e scrivo per il portale Unimondo.org dal 2012, più o meno da quando mi sono trasferito a Firenze per iniziare un dottorato di ricerca pagato dal Ministero degli Esteri Italiano presso l'Istituto Universitario Europeo. Sono approdato in Toscana dopo esser cresciuto tra Trento e altre città molto pittoresche: studiando ho trascorso un semestre al Trinity College di Dublino in Irlanda, un altro semestre alla University di Victoria in Canada, e poi lavorando ho vissuto per un anno a Bruxelles in Belgio e per qualche mese a Edimburgo in Scozia. Per il mio dottorato mi occupo di cittadinanza e nazionalismo. Provo a trattare gli stessi temi quando scrivo per Unimondo.  

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