Egitto: arrestarne uno per arrestarne altri cento

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Foto: ft.com

Prelevato a casa sua, davanti alla moglie, con l'accusa di "diffusione di notizie false": Abdel Khalik Farouk, economista e studioso egiziano, è stato arrestato da tre poliziotti la sera didomenica 21 ottobre, e da quella data risulta in stato detentivo. La moglie ha riferito che ha potuto portare al marito del cibo e dei vestiti presso la stazione di polizia di Shorouk, dove è stato condotto. Non sembra esserci spazio per molti dubbi sulle reali ragioni che hanno portato all'arresto, anche perché sono stati gli stessi tre uomini che lo hanno eseguito ad averle confermate, sul posto, alla moglie dello studioso: si tratta dell'ultimo libro pubblicato da Farouk, "Is Egypt really a poor country?", in cui l'autore analizza a fondo la precaria situazione economica dell'Egitto adducendone la cause alla pervicace corruzione - che si configura come una vera e propria cleptocrazia e continua ad essere uno dei mali endemici del Paese - e all'insufficiente capacità di gestione della classe politica.

Un'analisi, quella di Farouk, fortemente critica non solo verso le istituzioni sovranazionali come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, che con i loro prestiti - l'ultimo, di 3 miliardi, poche settimane fa - fingono di voler aiutare il Paese ad incamminarsi nel sentiero delle riforme ma in realtà sono interessate a mantenere lo status quo, ma anche e soprattutto verso la narrativa del governo di Al Sisi, secondo cui la cronica condizione di povertà dell'Egitto è dovuta principalmente a ragioni strutturali o di natura prettamente naturale, come la presunta scarsità di risorse e la sovrappopolazione. 

Un ulteriore conferma della natura politica dell'arresto è la sequela di eventi che lo ha preceduto. Due settimane fa, infatti, le copie di "Is Egypt really a poor country?" sono state confiscate dal governo il giorno stesso della pubblicazione, ed è stato arrestato anche l'editore, Ibrahim el Khatib. Nonostante il provvedimento censorio Farouk è riuscito ugualmente a dare buona diffusione al suo lavoro, pubblicandolo online in formato PDF; ed è proprio per questo che, probabilmente, il governo ha infine deciso di incriminare l'economista, in quello che purtroppo si configura come l'ennesimo caso di reato d'opinione nell'Egitto del regime di Al Sisi.

REPRIMERE IL DISSENSO: NON L'ECCEZIONE MA LA REGOLA - "Diffusione di notizie false", dunque, il reato di cui è accusato Farouk. Un capo d'imputazione che chi segue le vicende egiziane ha ormai imparato a sentir evocare con una certa ricorrenza, tanto spesso è stato usato contro chi ha espresso il suo dissenso verso il regime di Al Sisi o, più semplicemente, ha sollevato critiche o riflessioni sul suo operato. 

Il caso più recente è quello di Amal Fathy, attivista egiziana imputata in due diversi procedimenti. L'11 maggio scorso la donna, uscendo da una banca, pubblica un video su Facebook in cui racconta di essere appena stata oggetto delle molestie di due funzionari dell'istituto di credito: descrive gli sguardi insistenti, i gesti osceni, ma soprattutto l'amara consapevolezza che si fosse trattato solo dell'ennesimo episodio di molestia sessuale che, quasi certamente, sarebbe rimasto impunito. Reduce da questa pessima vicenda personale, nel video Fathy riflette brevemente sull'atteggiamento di larga tolleranza del regime di Al Sisi verso i casi di violenza di genere, e sulla colpevole negligenza del governo nella protezione delle donne.

Due giorni dopo la polizia egiziana effettua un blitz a casa di Fathy, e porta via lei, suo marito e suo figlio di 3 anni. Il marito di Fathy è Mohamed Lofty, ex ricercatore di Amnesty International e ora direttore della Commissione egiziana per i diritti e le libertà (Ecfr), oltre che consulente legale della famiglia Regeni nella terribile vicenda che ha visto il giovane ricercatore Giulio trovare la morte, dopo accertate e ripetute torture, in una catena di eventi che parte dalla sparizione del 16 gennaio e arriva al ritrovamento del cadavere il 3 febbraio del 2016. Per la pubblicazione del video, a parere dell'accusa fonte di diffamazione verso la banca e i suoi dipendenti, Amal è stata condannata a due anni di prigione, pena sospesa dietro cauzione di 20mila sterline egiziane (960 €) più una multa di 1.120 sterline (circa 562 €). Nel frattempo c'è un secondo procedimento che va avanti nei suoi confronti, che la vede imputata per "adesione a gruppi terroristi", "uso di Internet per istigare il terrorismo"e, appunto, "diffusione di notizie false". Il 14 ottobre la Corte Suprema per la sicurezza dello Stato egiziana ha prolungato di 15 giorni la detenzione di Amal- che al momento della decisione aveva già passato 141 giorni in carcere - in attesa dello sviluppo di ulteriori indagini sull'accusa di appartenenza a gruppi terroristici, capo d'imputazione che può costarle anche l'ergastolo.

Non molto dissimile, seppur spostata sul piano della vera e propria censura d'arte, è la vicenda patita da Galal al Behairy, poeta egiziano condannato a tre anni di prigione per i contenuti di una raccolta di versi intitolata "The finest women on Earth":il titolo è stato interpretato dalle autorità come un'allusione sarcastica ai soldati egiziani, complice l'uso, nel titolo in arabo, della parola "niswan"che nel suo significato di "donne" racchiuderebbe una connotazione dispregiativa legata alla sottomissione, alla debolezza. Il fraintendimento è dovuto anche al fatto che il titolo fa riferimento ad un hadith della Sunna, in cui Maometto parla dei soldati egiziani chiamandoli "the finest soldiers on Earth". 

Behairy è stato arrestato il 3 marzo 2018 perché autore del testo della canzone"Balaha",termine dispregiativo che deriva da un vecchio film egiziano e che, nel suo significato di "bugiardo compulsivo", veniva rivolto ad Al Sisi. Poiché l'autore aveva programmato di pubblicare il suo libro poco dopo l'uscita del video della canzone (il cui cantante Ramy Essan, tra l'altro, è tuttora in esilio in Svezia), le autorità egiziane hanno considerato che canzone e opera in uscita fossero la prova del reato di diffamazione e, naturalmente, diffusione di notizie false.

Nonostante Behairy abbia spiegato che il titolo dell'opera non voleva in alcun modo essere un riferimento ironico all'esercito, ma anzi intendeva valorizzare l'apporto delle donne nella società egiziana, l'opera è stata considerata blasfema e offensiva e per questo il poeta è stato imprigionato. A nulla sono serviti gli interventi in suo favore, tra cui spicca il sostegno dell'associazione Pen International, che ha anche pubblicato una poesia scritta da Behairy a Tora, al Cairo, il carcere dove è stato rinchiuso in attesa del giudizio. Ma sarebbe ancora lunga, molto lunga la lista dei nomi di scrittori, attivisti e giornalisti arrestati per reati d'opinione mascherati da "diffusione di notizie false": dalla scrittrice Fatima Naootal reporterMahmoud Hussein, solo per nominare i casi più noti. Una sistematica opera di repressione del dissenso che può contare, sempre di più, sull'appoggio della legge.

LEGALIZZARE LA CENSURA: IL GIRO DI VITE LEGISLATIVO - Il controllo dell'opinione e la limitazione sempre più stringente della libertà d'espressione in Egittoha conosciuto un nuovo salto di qualità la scorsa estate, quando, in due diverse tranche, sono state approvate nuove misure legislative volte a contenere le fonti di dissenso provenienti dal web. Secondo il primo provvedimento, approvato a luglio, tutte le pagine di social network come Facebook e Twitter che hanno dai 5000 follower in su sono passibili di controllo del Consiglio Supremo per il Regolamento dei Media, istituzione creata appositamente a fine 2016 da un decreto presidenziale; il giudizio del Consiglio è dirimente, dato che ha potere di far chiudere gli account che, per i loro contenuti spesso discordanti rispetto alle versioni ufficiali fornite dal governo, siano ritenuti fonti di notizie false.

Ad agosto il Parlamento egiziano ha poi approvato la seconda misura sul controllo dei media, presentata come legge contro i crimini informatici. Secondo i dettami legislativi l'autorità può chiudere o bloccare tutti i siti web considerati pericolosi per la stabilità nazionale o portatori di messaggi di natura terroristica. Al momento dell'approvazione, si è calcolato che erano già più di 500 i siti oscurati dal governo, e si può capire agevolmente come la situazione non può che farsi ancora più plumbea dopo l'entrata in vigore dei due più recenti interventi legislativi.

Se a ciò si aggiunge lalegge anti-terrorismo varata nell'estate del 2015, secondo cui chiunque diffonda materiale informativo che diverge dalla versione ufficiale del Ministero della Difesa è passibile di multe molto salate (tra i 23 e i 57mila euro), si realizza bene come voler fare informazione indipendente in Egitto mette davanti a un bivio obbligatofronteggiare la poliziesca censura governativa e rischiare quotidianamente di pagarne le conseguenze- pesantissime sanzioni economiche nel migliore dei casi, arresti, detenzioni illegittime e sparizioni forzate nel peggiore - oppure autocensurarsi nei temi e nei toni, evitando ammende che, nel caso delle tante piccole realtà giornalistiche nate soprattutto online, ne decreterebbero la chiusura immediata. 

Non una prospettiva esaltante per un Paese che, secondo la classifica di Reporters Sans Frontiers, si piazza al 161° posto su 180 nell'indice di libertà di stampa: e che oggi, soprattutto in seguito al colpo di Stato che ha portato Al Sisi al potere nel 2013, si configura come "..una delle più grandi prigioni mondiali per giornalisti".

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