Ecuador: il governo di Lenin Moreno è sotto attacco.

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Foto: infoaut.org

L’Ecuador è in rivolta contro il suo presidente. Sono giornate violente, giornate di sangue e incendi in Ecuador, dove duri scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine non sembrano cessare e mietono feriti ora dopo ora, soprattutto nelle ore dopo il tramonto. Si contano già varie vittime (decedute in circostanze poco chiare) dall’inizio dello sciopero nazionale indetto il 3 di ottobre dalle cooperative di trasporto; un numero che è destinato ad aumentare considerando la determinazione delle parti in campo: il peggio deve ancora venire dicono gli esperti. Giovedì scorso autisti, tassisti, commercianti, esponenti della società civile e oppositori dell’attuale governo sono scesi in strada per manifestare il proprio rifiuto perentorio nei confronti del nuovo decreto 883 promosso dal governo di Lenin Moreno e chiedere al Presidente di abrogarlo definitivamenteIl pacchetto prevede una serie di misure di stampo liberale (oltre a circa 13 proposte di riforma ancora da approvare), dalla liberalizzazione del prezzo dei carburanti, al taglio delle ferie per certe categorie di lavoratori pubblici, dal ridiminesionamento di alcune remunerazioni sempre del settore pubblico alla cancellazione dei famosi dazi su prodotti di tecnologia, macchinari agricoli e industriali che tanto hanno afflitto l’economia ecuadoriana degi ultimi anni. Misure di austerity che il paese, secondo le parole della squadra di governo, si vede “costretto ad adottare per uscire da una crisi socio-economica che si protrae dal 2015”; che peró si accompagnano a misure sociali come la distribuzione di aiuti per 15 dollari a 300 mila famiglie ecuadoriane bisognose o lo stanziamento di 1 miliardo di dollari per la concessione di crediti ipotecari a un tasso agevolato.

I trasportisti, e tutti cittadini che hanno alimentato le file della protesta, si sono accaniti in particolare sull’abolizione del sussidio del prezzo dei combustibili, che ha fatto impennare il prezzo della benzina di un 29% e del gasolio del 123%. La misura, che nelle intenzioni del governo punta ad un risparmio di spesa corrente di 1,4 miliardi di dollari, inevitabilmente avrà un peso notevole sulle spalle di piccoli agricoltori e commercianti appartenenti alle classi piú popolari, che il bus lo usano quotidianamente per andare a lavorare e per caricare enormi sacchi di frutta e verdura da vendere nei mercati. Ma la misura colpisce anche tutta la classe media, trasversalmente, visto che dal prezzo del combustibile ne risente tutto il commercio ed a cascata tutta la cittandinanza, generando un’inflazione spesso incontrollata. Una batosta in effetti per gli ecuadoriani, che da un giorno all’altro hanno visto il costo della benzina “extra” slittare da 1,85 US$ a 2,39 US$ al gallone (sostanzialmente da 0,49 US$ al litro agli attuali 0,63 US$).

Lo sciopero ha comportato la paralisi del trasporto pubblico in tutto il paese, e per due lunghi giorni scuole e uffici sono rimasti chiusi. I promotori delle proteste (secondo molti fomentate dall’ex presidente Raphael Correa, in guerra aperta con Moreno dal momento in cui gli ha voltato le spalle), sebbene nella loro maggioranza pacate, purtroppo non hanno saputo evitare aggressioni ed atti vandalici, saccheggi e distruzioni ad aziende (come la Parmalat) ed esercizi commerciali delle maggiori città del paese. Il che ha nettamente fatto aumentare la tensione, ormai palpabile in tutto il paese, dalle città principali ai villaggi di provincia. Lo sciopero peró, revocato tecnicamente il sabato, non ha dato i frutti sperati e una moltitudine di amministrazioni locali e comunali hanno dichiarato l’intenzione di multare coloro che non avrebbero garantito il servizio di trasporto pubblico. Il weekend è così passato in sordina, ma una notizia su tutte è emersa: le comunità indigene della sierra hanno iniziato la loro marcia di protesta verso Quito. Una vera e propria mobilitazione di decine di migliaia di persone che sono arrivate alla capitale, in buona parte camminando, dalle province della sierra centrale e settentrionale. Un fiume amazzonico umano che chiede insieme l’eliminazione delle misure, la destituzione di Moreno e lo scioglimento di qualsiasi accordo con gli organismi filoamericani tipo Fondo Monetario Internazionale, che ha avuto il suo ruolo nella promulagazione del pacchetto di nuove misure, come conseguenza del prestito di US$ 4,2 miliardi concesso all’Ecuador.

La storia insegna che quando giungono a Quito le popolazioni indigene il gioco si fa duro; e da un’agistazione cittadina indetta inizialmente dai sindacati dei trasportisti e tassisti si è acceso un vero e proprio conflitto che ha coinvolto a ventaglio tutti i settori sociali, facendo sfogare un malcontento che ribolliva da tempo. Gli indigeni sono uniti, organizzati e hanno poco da perdere essendo i piú danneggiati e discriminati. C’erano le popolazioni indigene quando è stato spodestato Lucio Gutierrez nel 2015 e nel 2010 a difendere il tentato colpo di Stato contro Raphael Correa; i popoli indigeni sono stati i veri protagonisti di tutte le forti ribellioni degli anni ’90 contro i governi neoliberali che si sono succeduti, causando poi le cadute dei governi Bucaram e MahudInfatti, nel giro di poche ore hanno bloccato arterie principali del paese, hanno fatto chiudere una centrale idroelettrica che alimentava buona parte popolazione andina centrale, hanno abbattuto carri armati dell’esercito e sono entrati a Quito accolti dai movimenti studenteschi e oppositori del governo, pochi minuti dopo che Moreno abbandonasse il palazzo preidenziale per volare su Guayaquil, dove ha ufficialmente spostato la sede del suo governo.

Nonostante la protesta sia lievitata contro ogni previsioneMoreno rimane impassibile sul rincaro dei combustibili e dal weekend scorso è ricorso allo stato di emergenza, ossia maggiori poteri di repressione e abuso alle forze dell’ordine. Il che ha già provocato più di 700 arresti, piú di una decina di morti (secondo i manifestanti), poliziotti in moto e a cavallo che travolgono manifestanti inermi, manganellate a destra e a manca. Tutto ció non ha comunque fermato i movimenti di protesta che martedì hanno fatto irruzione nel Congresso Nazionale, dichiarando di voler depurare il movimento di qualsiasi infiltrato violento. Il governo dalle sue linee, da martedì sera ha già stabilito un coprifuoco in tutti i quartieri del centro, dalle 8 di sera alle 5 di mattina, mentre mercoledì 9 ottobre, settimo giorno di proteste, si è indetta la manifestazione formale piú grande dall’inizio della rivolta, dove i leader delle comunità hanno esposto i loro punti di fronte e decine di migliaia di cittadini riuniti pacificamente in un parco del centro storico. 

A tutto questo si aggiunge un silenzio informativo imbarazzante dei grossi mezzi di comunicazione nazionali, manipolati dal governo, che mostrano a malapena e con emblematica parzialità gli avvenimenti degli ultimi giorni. In un paese che d’altro canto non gode di significativa libertà di stampa. Ma le reti sociali sono attive e riportano i fatti oggettivi. In piazza, assieme agli indigeni, sono accorsi studenti, intellettuali, tanti collettivi e organizzazioni sociali, dagli ecologisti alle femministe, e naturalmente sostenitori dell’ex presidente Correa, accusato da Moreno di aver congiurato un colpo di Stato in compagnia di Maduro.

L’evoluzione delle proteste non è facile da pronosticare, così come la caduta di Moreno non è operazione semplice, visto il saldo appoggio delle forze armate e l’intenzione del parlamento di resistere fino al termine della legislatura nel 2021. Le prossime ore saranno decisive. In ogni caso il futuro dell’Ecuador è tutt’altro che roseoGli scenari possibili sono sostanzialmente tre: il presidente torna sui suoi passi, ritira il decreto e continua la legislatura senza maggiori danni, ma con un buco impressionante nei conti pubblici incompatibile con le direttive dell’FMI; il presidente non molla e le proteste si incendiano fino a causarne la fuga, a quel punto prenderebbe poteri il presidente ad interim fino ad indire nuove elezioni, teoricamente a Febbraio, che potrebbero premiare il Partito Sociale Cristiano di Jaime Nebot e Cynthia Viteri, di stampo conservatore e molto piú a destra rispetto a Moreno. Lo scenario che nessuno si augura, invece, vedrebbe precipitare il paese in una rivolta violenta senza via d’uscita, in stile Nicaragua o Venezuela.

Marco Grisenti

Mi chiamo Marco Grisenti e sono da poco entrato nell’arcano capitolo dei 30. Nato a Bolzano, cresciuto in Trentino, durante gli anni universitari, appena potevo, partivo per qualche meta Europea, abbattendo barriere fuori e dentro di me. Ho vissuto in Inghilterra, Estonia, Spagna, Lussemburgo, stretto amicizie con mondi altrimenti estranei, imparato qualche lingua e giocato al fuggitivo. Laureato in Analisi Finanziaria, nel 2014 ho passato un anno in Unicredit a Milano, impotente di fronte a tante domande. Dopodiché hanno iniziato a brillarmi gli occhi: nel 2015 in Guatemala ho lavorato per una ONG impegnata nello sviluppo di imprese sociale. Da fine 2015 vivo a Quito e lavoro come analista per Microfinanza Rating realizzando valutazioni finanziarie e di impegno sociale a organizzazioni di microcredito in America Latina. Credo in un mondo piú equo, ma sono giá follemente innamorato di questo. Per Unimondo cerco di trasmettere, senza filtri, la sensibilitá che incontro quotidianamente. 

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