È allarme demografico in Italia

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Immagine: Avvenire.it

Ai primi di luglio tutte le testate nazionali aprivano sul declino demografico italiano certificato dai dati ISTAT. Titoloni che segnalavano che le nascite nel Paese sono al minimo storico: al 31 dicembre 2018 la popolazione ammontava a 60.359.546 residenti, oltre 124mila in meno rispetto al 2017 (-0,2%) e oltre 400mila in meno rispetto a quattro anni prima. La diminuzione delle nascite nel 2018 è di oltre 18mila unità rispetto all’anno precedente pari a un meno 4%, un nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia. A cosa è dovuto il dato? Molto semplicemente la popolazione italiana invecchia e ha perso da tempo la sua capacità di crescita, ovvero di sostituire chi muore con chi nasce. Fattori strutturali, dunque, che potrebbero essere parzialmente affrontati con politiche di pianificazione della natalità che tengano conto tanto di incentivi quali la gratuità degli asili nido o di altri servizi di supporto per i genitori, quanto di interventi nel mondo lavorativo a favore di part time, di tutele dei genitori lavoratori in un sistema paritario e non discriminatorio uomo-donna, di sgravi economici significativi. Nel corso del 2018 la differenza tra nati e morti (saldo naturale) è negativa e pari a -193 mila unità, un dato solamente in parte mitigato dall’apporto dei nuovi cittadini, calcolati in circa 638mila persone: senza questo apporto, il calo demografico sarebbe ancora più ingente.

Anche su questo fronte si assiste, tuttavia, a una diminuzione di immigrati stranieri in Italia, circa 11mila in meno rispetto al 2017 (-3,2%); un dato che sembra totalmente in contrasto con una comunicazione politica e istituzionale che ruota attorno a termini quali “invasione” e “sostituzione della popolazione italiana”. La ragione? La crisi fa da tempo ristagnare l’economia italiana che, al confronto di altre europee, manca di una ripresa e dunque di offrire buone condizioni occupazionali e di vita. Altro dato di interesse: non sono l’Italia risulta un Paese di minore attrazione per gli stranieri ma lo è anche per i suoi stessi cittadini che scelgono di emigrare all’estero in cerca di migliori opportunità. Aumenta, infatti, l’emigrazione di cittadini italiani con un preoccupante +1,9%. Ormai non si tratta “solo” di una “fuga di cervelli” ma anche di braccia e di corpi cresciuti e formati in Italia con unadilapidazione del capitale umano del Paese che continua a restare scarsamente preso in esame nelle politiche statuali. Tuttavia, al netto di questi numeri, si conferma il quadro multietnico dell’Italia odierna con quasi 50 nazionalità differenti con almeno 10mila residenti e tra le quali primeggiano rumeni (1 milione 207mila), albanesi (441mila), marocchini (423mila), cinesi (300mila) e ucraini (239mila).

Alziamo lo sguardo dal Paese. L’11 luglio, oggi, ricorre la Giornata mondiale della popolazione che focalizza l’attenzione sull’urgenza e sull’importanza delle questioni relative alla popolazione, istituita dall'allora Consiglio direttivo del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite nel 1989 dopo che l’11 luglio 1987 erano stati conteggiati 5 miliardi di abitanti sul pianeta Terra. Un numero che aveva sollevato interrogativi e preoccupazioni per il futuro in particolare sulla connessione tra ambiente e sviluppo e sulle questioni demografiche in senso ampio. Oggi la popolazione mondiale ammonta a circa 7,7 miliardi di persone e si stima che raggiungerà gli 8,6 miliardi nel 2030, i 9,8 miliardi nel 2050 e gli 11,2 miliardi nel 2100. Numeri impressionanti che calcolano circa 83 milioni di persone in più all’anno, anche ipotizzando (e assistendo) a un calo dei livelli fertilità. Come ogni anno, la Giornata ha identificato come tema di specifica riflessione “Pianificazione familiare: dare potere alle persone per lo sviluppo dei Paesi”.

Rispetto alle ricorrenze dei passati anni, si punta a una questione specifica del massimo interesse: la pianificazione familiare è intesa come vero e proprio diritto umano in quanto si pone alla base dell’uguaglianza di genere e dell’emancipazione femminile, dunque come un elemento fondamentale per la riduzione della povertà nel mondo. Si calcola che a 225 milioni di donne sia di fatto negato l’accesso a metodi di pianificazione familiare sicuri ed efficaci; la maggior parte di esse vivono nei Paesi più poveri del mondo in una condizione di mancato accesso alle informazioni e ai servizi e di nessun sostegno da parte del partner e in generale della comunità di appartenenza. Per questa ragione si ritiene la pianificazione familiare volontaria uno step fondamentale per avere ripercussioni positive sullo sviluppo, con un forte ancoraggio al miglioramento della salute materna e dei bambini, grazie a una riduzione all’anno delle 700mila morti per parto, dei 24 milioni di aborti e delle 500mila morti infantili. 

Se la pianificazione familiare salva vite consentendo un investimento della coppia negli studi e nel lavoro, nel contribuire all’economia, nel garantire la salute e l’educazione propria e dei figli, è altrettanto sacrosanto il dovere dello Stato di assicurare politiche di tutela della famiglia e della maternità a garanzia della sua stessa esistenza. La mancata gestione statuale, come nel caso di un’assente pianificazione familiare, non può che generare problemi e insoddisfazione con non insignificanti conseguenze.

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è presidente della cooperativa EDU-care e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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