Disconnettersi per ritrovarsi

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Viviamo immersi nella tecnologia e beneficiamo di connessioni fino a non troppo tempo fa inimmaginabili. Siamo talmente collegati - tra noi e agli strumenti che ce ne danno la possibilità - che ci sembra perfino impossibile essere a volte irreperibili, irraggiungibili, incontrollabili. I più coraggiosi tolgono le spunte a whatsappper non farsi monitorare, bloccano sui socialqualche contatto indesiderato, se per caso capita di dimenticare il cellulare a casa si sentono quasi disintossicati, salvo poi ritrovarlo con troppe notifiche di messaggi pendenti, risposte in attesa, tempo da recuperare come se invece di prendercelo per noi, quel tempo senza tracciabilità l’avessimo perso.

È però inutile lasciarci andare a romantiche rievocazioni amarcord dei bei tempi, quando invece di un messaggio vocale ci si lanciavano i sassi alle finestre o si bussava alla porta di casa. Ci sono cose che vanno avanti anche senza di noi, e restarne fuori non ha probabilmente sempre senso. Il senso va trovato piuttosto nel modo in cui decidiamo di stare dentro questa corrente tecnologica, senza che ci travolga. L’enorme vantaggio di poter rimanere in contatto grazie ai social media ha permesso a famiglie sparpagliate nel mondo di ritrovarsi e vedersi regolarmente, pur via schermo; ha reso possibile a colleghi di lavoro di avvalersi di videoconferenze in remoto per risolvere questioni anche molto complesse; ha dato l’opportunità a non poche persone di innamorarsi e scegliere di fare un pezzo di strada insieme; ha salvato vite velocizzando operazioni di soccorso e ricerca. Insomma, condannare in toto gli strumenti del progresso è discutibile, a volte persino ridicolo.

Altrettanto ridicolo è però pensare che, perché il mondo avanza a una velocità che non ci fa stare del tutto a nostro agio, non si possano ancora fare cose “come una volta”. Anche se immersi fino al collo in una rete di contatti più o meno desiderati o desiderabili, tutti prima o poi auspichiamo un corto circuito, momenti di incontri fisicamente concreti, prossimità, odori, sensazioni non schermate - relazioni che sanno ancora un profumo che forse, nel virtuale, è la prima cosa che manca. Ne sa qualcosa Leah Evans, sciatrice di fama internazionale e ambasciatrice del marchio Patagonia, che ha recentemente inaugurato l’Airplane Mode Camp. Un esperimento che definire radicale, date le circostanze di cui sopra, non è un’esagerazione, nel cui nome è già abbastanza chiaro il fine: un’esperienza in “modalità aereo” all’insegna del motto “disconnettersi per riconnettersi”. Protagonista: un gruppo di sconosciuti, che condividono natura, scoperta del sé e qualche risata, in una condizione di base che è quella di partenza. Staccare la spina, nel vero senso della parola. Niente cellulari, niente tablet, nessun caricabatteria, solo le persone. Il dinamismo della Evans, promotrice con Girls Do Ski di una delle più grandi comunità di donne sciatrici, è questa volta al servizio di un’iniziativa che mette insieme terapia, comicità e natura: un’indicazione apparentemente banale come quella di non utilizzare i telefonini si converte presto nell’occasione per entrare fin da subito in un dialogo autentico e profondo con i compagni di cammino.

La natura è una preziosa alleata, perché camminare all’aria aperta, si sa, purifica i pensieri, arieggia la mente e dilata le ore. E se si beneficia di una guida che, attraverso delicati esercizi di scoperta reciproca, favorisce la costruzione di un clima accogliente e confortevole, si fa presto a svestirsi l’anima. È un regalo che permette di sentire ancora meglio l’aria fresca sul viso, di apprezzare la biodiversità del paesaggio che ci circonda, di trovare una comunione cui la sensibilità di ognuno dà un nome, ma che di certo rende ogni partecipante più attento alle sfumature delle persone e del mondo che insieme si condivide, anche attraverso attività funzionali, come ad esempio lo yoga della risata. Senza badare allo scatto più bello da condividere su Instagram, senza pensare al prossimo post su Facebook a descrizione dell’epica impresa portata a termine. È ormai noto che trascorrere troppo tempo sui social ci deprime: non ci sentiamo più connessi, ma più soli. Eppure siamo dipendenti dallo scorrere avanti e indietro le nostre bacheche, per vizio o attesa di un like buttato lì a caso da qualcuno a caso, più che per autentica gioia.E questo ci fa perdere il senso della comunità nella maniera peggiore, cioè venendo tratti in inganno proprio da quella community che ci illude di relazioni che per la maggior parte si dissolvono non appena si chiude una app.

Ecco quindi il vantaggio di attività outdoor di questo tipo, che garantiscono un buon grado di accessibilità per le caratteristiche che presentano - in primisil fatto di essere previste a piedi e non in bici o sugli sci - e che contemporaneamente favoriscono il “dialogo in cammino”. Ci riconnettono alle persone e alla natura che ci ha sempre fatto da palcoscenico, nascono e vengono proposte come alternativa alla ricerca che ci opprime di fare esperienze sempre più esaltanti,dimenticandoci troppo spesso delle cose splendide che si possono fare con poco. E che nutrono l’anima in maniera inversamente proporzionale alle aspettative che abbiamo, connettendoci - e questa volta davvero - alle cose che più contano.

Riprendiamo quindi pure in mano i nostri device. Ma ricordiamoci di spegnerli ogni tanto.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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