Dire "no" è possibile

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Proteste a Cancun - da CRBM

E' bastato che i paesi più poveri e senza potere dicessero "no" per una volta tutti insieme e la macchina del Wto si è inceppata completamente, in un attimo. Due fallimenti in quattro anni, il Wto è in crisi, una crisi di legittimità, e nessuno lo può negare. L'assistente del ministro keniano, George Oudor, che ha lasciato di corsa la stanza del negoziato per dare la buona novella gridando "La potete chiamare una nuova Seattle", è stato anche modesto. Cancun è qualcosa di più di Seattle ed il 14 settembre potrebbe essere ricordato come una giornata storica che apre nuovi scenari politici globali, ancora da definire, ma di sicuro appassionanti e profondamente nuovi. Il capitombolo del Wto a Cancun sancisce definitivamente che la questione sviluppo è tornata politica al cento per cento e va diritta al cuore dell'ingiusto processo di globalizzazione; ma anche che un mondo multipolare si affaccia all'orizzonte, a meno di drammatici contraccolpi politico-militari partoriti a Washington.

La folle corsa del Wto, iniziata con la sua nascita nel `94, dopo la pausa di Seattle nel '99 finisce definitivamente a Cancun. Usa ed Europa hanno creato un sistema che poi non hanno fatto funzionare, specialmente quando si ritorceva contro di loro, ed hanno sovraccaricato sempre più di accordi che ben poco hanno a che fare con il commercio, ma soltanto con l'obiettivo di creare un'istituzione economica egemonica della globalizzazione.

Soltanto 21 righe nella dichiarazione finale letta, tra le risate isteriche di alcuni delegati, dal presidente messicano della conferenza, Luis Ernesto Derbéz - sul banco degli imputati per non essere stato in grado di presiedere la green room finale dove i rappresentanti dei vari blocchi erano riuniti segretamente. La responsabilità del fallimento è chiaramente europea ed americana anche se viene ora scaricata dalle due potenze commerciali sul nuovo fronte dei 61 paesi più poveri del sud, fusione dei raggruppamenti Africa-Caraibi-Pacifico, Unione Africana e "paesi meno sviluppati", che hanno vinto politicamente proprio dicendo di no all'allargamento delle competenze del Wto, ad esempio agli investimenti.

Vogliamo che ci ascoltino

"Noi non siamo contro i paesi ricchi, di cui abbiamo bisogno e non possiamo fare senza. Ma vogliamo che quando ci sediamo a parlare ascoltino quello che abbiamo da dire", dichiara il rappresentante delle Mauritius, che ha coordinato il nuovo raggruppamento. A chi lo vorrebbe vedere gridare vittoria, il ministro risponde che "non è una questione di essere contro questo sistema, ma di avere il diritto di plasmarlo come fanno tutti gli altri". Per questo piccolo grande sud l'offesa sul cotone da parte dei paesi ricchi - e in particolare degli Usa - è stata troppo. Infatti, dopo il solito polverone mediatico alzato ad arte nei primi giorni del vertice, il testo della dichiarazione finale proposto da Derbéz non conteneva alcun impegno di riduzione del dumping dei paesi ricchi sul cotone.

Il ministro di Antigua-Barbados parla con il cuore in mano e continua a dire che, pur se capisce gli interessi economici del nord, lui ha il mandato di rappresentare il suo popolo e le sue richieste che sono questione di vita o di morte.

Robert Zoellick, inviato di Bush a Cancun, non si dispera: perché sa bene che la forza americana è quella di poter giocare anche sui tavoli degli accordi bilaterali e regionali, e poi è ben noto che alla sua amministrazione l'arena multilaterale globale non piace. Però non può esimersi dal mostrare i muscoli e mettere in guardia i delegati del sud che festeggiano nella hall del centro congressi insieme alle Ong. "Abbiamo visto chi era contro e chi era con noi. Ora diversi paesi del sud vengono da me a chiedere accordi bilaterali; vedremo con chi è il caso di farli". Il messaggio è chiaramente rivolto all'altra ed ancor più significativa novità politica di Cancun: il gruppo dei 21 - il G21, che sotto la guida del Brasile di Lula e con il contributo di Cina, India e Sud Africa, cui si sono aggiunti all'ultimo momento anche Indonesia, Nigeria, Turchia - dalla vigilia del vertice ha promesso battaglia sull'agricoltura contro il protezionismo Usa-Ue.

Zoellick sa bene che l'alleanza del "grande sud" esce vincente da Cancun perché legittimata politicamente, e che andrà avanti nella sua battaglia tutta politica. Il nemico numero uno si chiama Brasile, e già a novembre a Miami ci si riconfronterà sull'Alca, l'accordo di libero scambio delle Americhe che Lula vuol fermare per dare preferenza ad un sistema multilaterale. L'affabile Celso Amorim, ministro al commercio brasiliano, su questo è stato chiaro: il G21 non canta vittoria, perché crede in un'agenda commerciale multilaterale; "la vera vittoria è che la nostra proposta sull'agricoltura è legittimata e sarà la base da cui ripartire a Ginevra".

Il nodo è l'agricoltura

E' stata infatti l'agricoltura il vero terreno di scontro a Cancun, anche se l'insistenza europea ad allargare il mandato del Wto agli investimenti è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Sarebbe stato ancora meglio se il fallimento fosse avvenuto nel corso della discussione proprio sulla riforma dell'accordo agricolo nel Wto. Questo è un accordo-pilastro dell'organizzazione sin dalla sua nascita e fa parte del pacchetto complessivo di tutti gli accordi da prendere o lasciare se si vuole far parte del Wto.

A differenza di Zoellick, l'ambizioso commissario europeo al commercio Pascal Lamy lascia il Messico a pezzi e una "lista nera" di paesi su cui vendicarsi non la può nemmeno fare, perché la Ue è finita drammaticamente isolata da tutti. "Dubito che a Ginevra si trovi a breve un accordo tra gli ambasciatori su quello che i ministri non sono stati in grado di decidere a Cancun. L'agenda commerciale lanciata a Doha ha bisogno di tante cure e di tanto lavoro. Ma dobbiamo prima vedere se tutti sono ancora interessati alla sfera multilaterale". Lamy sa bene che i tempi del ciclo negoziale partito in Qatar nel 2001 si allungano e teme che gli Usa non si impegneranno più così tanto per far quadrare il cerchio come ai tempi di Clinton. Scherza in sala stampa, ma questa volta la storia si fa seria anche per lui: l'Ue esce come la grande sconfitta, nonché scaricata dagli Usa a partire dalla questione del cotone, fino ai nuovi temi e l'agricoltura. L'ego di Lamy si infrange di fronte alla fronda interna guidata dal Regno unito nel Consiglio europeo che ha portato finalmente alla revisione del suo mandato negoziale proprio sull'allargamento del mandato del Wto.

Ormai alle corde, al commissario non resta che attaccare il Wto, di cui lui è grande feudatario, perché inefficiente. "Ripeto quello che ho detto a Seattle: il Wto è un'organizzazione medievale". Cerca di utilizzare il fallimento subdolamente come una scusa per moltiplicare le sedi decisionali informali e poco democratiche, come le mini-ministeriali, al fine di riprendere in mano il timone della barca che affonda. Si vedrà come reagirà il sud all'ennesimo affronto.

Infine, con il sud vince la società civile globale. Questa a Seattle era in strada, ma a Cancun ha deciso di far saltare l'inganno da dentro il palazzo e c'è riuscita. Per la prima volta si schiera apertamente con un gruppo di paesi del sud, il G21, quindi dà animo ed argomenti tecnici ai più poveri nella rivolta. Parafrasando il New York Times dello scorso febbraio, la seconda super-potenza che si contrappone all'egemonia Usa sceglie la via delle alleanze politiche, andando oltre la resistenza, e vince. Si apre una nuova fase per i movimenti globali che diventano "altro-global" per rilanciare un altro sistema internazionale. L'agricoltura è il cuore dell'agenda commerciale, per questo sarà necessario un legame più stretto con le reti contadine del sud. E' necessario procedere ad una dieta finale del Wto, lasciando dentro soltanto questioni puramente commerciali; rimane l'accordo Gats sui servizi, che però potrebbe risentire anch'esso della debacle di Cancun. Sull' autobus i delegati del Ghana ridono e ci chiedono se siamo felici; per loro un giorno di gloria prima di tornare alla dura realtà, ma consapevoli che questa volta si è trovato il coraggio di dire "no".

di Antonio Tricarico
da il Manifesto

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