Dietro e oltre le dimissioni di Taylor

Stampa

Charles Taylor

La presidenza di Charles Taylor si è chiusa in pratica con un ghigno, uno sberleffo ai leader africani che a suo avviso non riescono a gestire le crisi del proprio continente, e una sfida, un avvertimento indirizzato a chi strumentalizza la fame e usa gli aiuti alimentari come strumento di pressione, come a suo avviso starebbero facendo gli Stati Uniti con Monrovia. "Non trasformate tutto questo in evento mediatico! Adesso non avete più scuse: adesso dovete aiutare il mio popolo!".

Le ultime parole dell';ormai ex presidente sono state tutte dedicate a una sorta di amara parabola laica su tre stupide vacche di colori diversi (bianco, rosso e nero) che si lasciano a una a una mangiare da un leone esperto nell'antica arte del "divide et impera", aggiornata da Taylor in una meno raffinata ma più calzante "dividi e mangia". Le metafore, e non solo quelle ricavate dal mondo animale così care a Lafontaine, sembrano diventate almeno da sabato uno strumento di comunicazione prediletto per l'ex-leader liberiano. "Agnello sacrificale" e "ragazzo da frustare": così si era definito domenica (e si è ridefinito ieri) - Taylor nel messaggio televisivo con cui aveva confermato al suo Paese - in buona parte privo anche dell'energia elettrica per far funzionare radio e televisori - la sua uscita di scena dalla vita politica della Liberia.

Intanto, molti di coloro in armi a Monrovia, a Buchanan e in altri centri affamati e insanguinati, continuano a chiamarlo affettuosamente "Pappay". In vista di Monrovia, su unità della marina americana, un contingente che alcuni valutano a circa tremila uomini, attende di sapere se mai sbarcherà come forza di pace, di polizia o di guerra. Taylor domenica ha anche detto: "Sono stato costretto all'esilio dalla superpotenza mondiale... Questa è una guerra americana contro la Repubblica... Possono richiamare i cani adesso... Sacrifico anche la mia presidenza perché non posso più veder soffrire il mio popolo che amo profondamente... La soluzione del problema in Liberia non può consistere per il presidente degli Stati Uniti nella richiesta che io me ne vada... Ma se questa è la sfida, ne lancio una io a George Bush: se sei un uomo di Dio, fa qualcosa per il nostro popolo... Se hanno potuto spendere cento miliardi di dollari in Iraq, qui ce ne vogliono soltanto uno, due o tre... Se Dio lo vorrà, tornerò".

Per l'occasione, Taylor sedeva composto, indossando una sua classica uniforme grigia, ai piedi della bandiera liberiana in realtà più che lacerata e ammainata da una guerra civile che da quasi tre lustri ha provocato la morte di un numero enorme e imprecisabile di civili (cento, duecento, trecentomila?) e che negli ultimi due mesi ha raggiunto fasi di insopportabile recrudescenza.

Taylor va via davvero? ㉀ solo una sceneggiata? Le parole che ha detto e i gesti che sta compiendo hanno un minimo di autenticità, di senso e di importanza? Per capirlo bisogna guardare attraverso la sua immagine di oggi e di ieri. Il ruolo dell'amministrazione Bush - che ha incoraggiato Taylor all'esilio anziché costringerlo a subire il processo per i spaventosi crimini di guerra per cui è perseguito dal Tribunale speciale della Sierra Leone sostenuto dall'Onu - diventa più che mai in queste ore elemento centrale di riflessione sui possibili sviluppi della situazione liberiana e degli equilibri dell'Africa Occidentale ormai da troppo tempo in una fase di preoccupante instabilità e al centro di rinnovati interessi economici (forse soprattutto petrolio off-shore ma anche oro, diamanti e altre risorse preziose) e di bracci di ferro internazionali, più o meno manifesti. "Ai miei fratelli là fuori dico: deponete le armi, uscite dal bush e venite a costruire il Paese" aveva detto sabato il vicepresidente Moses Blah - successore designato da Taylor - tentando forse di fare anche eco più o meno cosciente alle parole pronunciate da Giovanni Paolo II il 28 luglio.

"Fino a che Taylor non si dimette, non gli credo. È un criminale" aveva invece protestato A.L.Hadjia Sekou Fofana, un rappresentante del Lurd (Liberiani uniti per la riconciliazione e la democrazia) ammettendo comunque che le dimissioni "sono un passo nella direzione giusta". Fofana, che parlava dal porto di Monrovia in mano ai ribelli, aveva però ancora una volta rinviato l'impegno per la cessione dello stesso porto alle forze di pace, spostandolo nel tempo all'imprecisabile momento in cui i ribelli riterranno, a loro insindacabile giudizio, che queste ultime sono tanto forti da non farlo ricadere nelle mani dei militari di Taylor.

Sabato, dopo giorni di negoziati con il Lurd per aprire un "corridoio umanitario", un pugno di marines e un addetto militare americani, insieme con truppe dell'Africa Occidentale, erano entrati per la prima volta in zona portuale, scoprendo cadaveri galleggianti sull'acqua tra navi arrugginite e vicino i devastati moli di ormeggio, danneggiamenti di ogni tipo, popolazione in condizioni di estrema difficoltà e depositi saccheggiati.

Sul terreno, in Liberia, ci sarebbero già quasi 700 uomini delle forze di pace che dovrebbero gradualmente salire fino a 3250 unità, ma le condizioni di estrema sofferenza della popolazione, ampiamente e drammaticamente documentate da giorni dalle fonti locali della MISNA, danno corpo di ora alle più fosche e diverse paure: il moltiplicarsi dei decessi per fame; la mancanza di cibo, medicinali e materiali di prima necessità; la difficoltà di relizzare corridoi umanitari; una saldatura o uno scontro tra i ribelli del Lurd e quelli del Model (Movimento per la democrazia in Liberia, attestato soprattutto a Buchanan, secondo porto del Paese, a 90 chilometri dalla capitale); l'eventuale caos immediatamente successivo alle dimissioni di Taylor, una possibilità tutt'altro che remota configurata anche dal portavoce governativo Vaanii Passawe. La morte per fame di decine di migliaia di persone ridotte a mangiare erba e foglie perfino a Monrovia, soprattutto sul versante in mano alle truppe governative, sembra comunque l'ombra più certa e sconvolgente sospesa sul destino di una popolazione sempre più allo stremo dopo tanti anni di assurda guerra civile.

"The New Republic", periodico statunitense di prestigio, scrive tra l'altro: "I semi della crisi attuale vennero deposti negli anni '80, durante la dittatura di Samuel Doe, che distrusse la società civile e seminò l'odio etnico favorendo ingiustamente la sua etnia. Anziché servirsi della loro enorme forza contrattuale per costringere Doe ad andarsene, gli Stati Uniti lo pomparono come un fedele anti-comunista. Quando nel 1985 Doe truccò spudoratamente le elezioni, l'allora segretario di stato George Schultz affermò che la Liberia stava compiendo 'genuini progressi' verso la democrazia". Erano quelli gli anni maturi del pieno regime reaganiano, quando il presidente Ronald Reagan, scherzando amichevolmente sul presidente liberiano, si spingeva a chiamarlo "Chairman Moe", evidente gioco con l'appellativo simile allora in gran moda per il presidente cinese Mao Tse Tung.

Erano comunque tempi migliori di questi attuali, visto che appena due settimane fa il vice-segretario della Difesa statunitense Paul Wolfowitz, in un'intervista al canale televisivo della destra americana "Fox", anziché scherzare sui nomi ha semplicemente sbagliato quello dell'Ecowas dimostrando ancora una volta la superficialità e il poco rispetto (se non la scarsa informazione) con cui importanti esponenti dell'attuale amministrazione statunitense, troppo spesso trattano i problemi del resto del mondo, in particolare quelli del Sud del mondo. Nel 1989, lo stesso anno della caduta del muro di Berlino, Taylor radunò truppe tra gli stessi gruppi etnici che Doe aveva oppresso e le guidò fino ai sobborghi della capitale. "Essendo diminuita con la fine della guerra fredda anche l'importanza strategica della Liberia, gli Stati Uniti si rifiutarono di intervenire" sottolinea "The New Republic". Fino al 1997, per impedire a Taylor di prendere il potere, visto che aveva già una reputazione di efferato criminale, in Liberia presero posizione truppe di pace inviate dai vicini Paesi; ma quell'anno, rimasto padrone del campo, Taylor vinse elezioni ritenute vergognose e, sostenendo i ribelli e le loro truppe di bambini-soldato, concorse poi a determinare gravi destabilizzazioni in quattro Paesi vicini. Soltanto a partire dal 2000, lo strapotere di Taylor aveva forse cominciato a percepire le prime concrete avvisaglie di una possibile opposizione anche fuori dei confini liberiani.

Quello che la Liberia sta vivendo in questi giorni, con Taylor effettivamente, falsamente o solo temporaneamente dimissionario - poco conta forse la differenza tra le diverse possibilità visto anche che Blah è un suo fedelissimo da sempre - ha quindi radici complesse e responsabilità gravi e ramificate nella storia della grande politica estera internazionale degli ultimi venti anni. Ed è certamente una "crisi umanitaria" di dimensioni più che angosciose. Ma, come giustamente osserva "The New Republic" le crisi umanitarie "provocano simpatia ma anche fatalismo, visto che le loro cause appaiono vaghe e al di là del controllo di chiunque" con dibattiti centrati "sulla carità invece che sulle responsabilità".

Per aprire alfine i corridoi umanitari, per impedire che il baratro liberiano diventi senza fondo soprattutto a causa della fame galoppante e genocida, forse, proprio come suggerisce il periodico americano, è necessario aggiungere alla facile "esagerata compassione" anche una ragionevole misura di "rabbia", non soltanto contro i presunti "agnelli acrificali" ma anche verso i sicuri "lupi sacrificanti". Con un po' più di rispetto per le povere, stupide vacche, bianche, nere o rosse che siano.

di Pietro Mariano Benni MISNA

Ultime notizie

Paese che vai, fareassieme che trovi!

21 Novembre 2019
Una salute mentale più umana e più giusta è possibile in ogni parte del Mondo. Come? (Alessandro Graziadei)

Francia e nuova Commissione Europea: un rapporto difficile

20 Novembre 2019
Chi è Thierry Breton e come la sua nomina non abbia risolto ancora la “questione francese” in seno ai delicati equilibri europei. (Matteo Angeli)

Città città delle mie brame, chi è la più ecologica del reame?

19 Novembre 2019
La ricerca Ecosistema Urbano 2019 ha valutato 18 parametri che determinano la classifica delle performance ambientali delle nostre città. (Alessandro Graziadei)

Sahel, il nuovo Califfato

19 Novembre 2019
Numerosi segnali indicano che, dopo la morte in Siria dello storico leader al-Baghdadi, il nuovo centro del potere dello Stato Islamico potrebbe rinascere nel Sahel. Ed estendere la sua influenza a...

Disastri ambientali e responsabilità

18 Novembre 2019
Intervista al magistrato Domenico Fiordalisi a partire dal caso del Poligono militare più grande di Europa che si trova in Italia. (Carlo Cefaloni)