Danimarca: il Paese dei primati green

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Foto: Unimondo.org

La Danimarca, ufficialmente Regno di Danimarca che comprende anche le Isole Fær Øer e la Groenlandia, è come tutti sappiamo uno Stato membro dell’Unione europea. Conta attualmente poco più di 5.500.000 abitanti (con una “quota” di migranti che supera il 3% della popolazione totale, nonostante abbia abbiamo recentemente dimezzato gli aiuti a profughi ed immigrati) la maggior parte concentrati a Copenaghen, Odense, Ålborg e Århus e vanta alcuni primati invidiabili. Negli ultimi anni, infatti, è stato uno dei pochi Paesi sempre ai vertici come “performance nel cambiamento climatico” (Climate Change Performing Index), “paese meno corrotto del mondo” (Transparency International Corruption Perception Index), prima nella speciale graduatoria Forbes sui “Best Countries for Business” e prima nell’indice della Banca Mondiale sui “paesi dove è più facile fare affari”. Record costruiti con un’ottima istruzione, tanti diritti quanti doveri e un’attenzione vera e non di facciata a tutto ciò che riguarda la sostenibilità e la tutela ambientale.

Recentemente lo stato scandinavo (è lo stato più piccolo e meridionale della Scandinavia, anche se non appartenente alla Penisola scandinava) ha fatto registrare un nuovo primato green coprendo completamente il fabbisogno elettrico nazionale attraverso le sole turbine dei tanti parchi eolici distribuiti sul territorio e in mare. La giornata record è stata quella del 9 luglio 2015, quando, complice un’insolita quantità di vento, le pale eoliche del Regno hanno regalato alla popolazione danese il 116% della domanda elettrica complessiva che si è trasformato nel 140% alle 3.00 del mattino successivo, grazie al calo dei consumi notturno. La quantità di energia rinnovabile prodotta ha generato addirittura un surplus che è stato convogliato dalla rete elettrica oltre i confini nazionali e instradato attraverso delle infrastrutture connesse tra loro per l’80% in Germania e in Norvegia, mentre per il restante 20% è stato ceduto agli impianti svedesi.

A certificare lo straordinario risultato ci ha pensato il sito danese Energinet.dk che ogni giorno pubblica in tempo reale la quantità di energia rinnovabile prodotta dalla rete dello stato europeo confermando che la Danimarca non è nuova a risultati così clamorosi. Già nel 2013 l’energia eolica prodotta aveva coperto la metà del fabbisogno energetico nazionale per un intero mese, e l’isola di Samsø, nella Danimarca centrale, si identifica sin dal 1997 come l’isola danese dell’energia rinnovabile. Con 11 pale eoliche terrestri, l’isola è stata in grado, nel giro di 10 anni, di soddisfare interamente il proprio fabbisogno di energia elettrica con le sole rinnovabili, prova tangibile della possibilità di liberarsi dalle fonti energetiche fossili e abbracciare un futuro sempre più sostenibile e green anche “in continente”.

Occorre però progettare la propria sostenibilità. La Danimarca è uno dei paesi pionieri mondiali dell’energia eolica perché ha cominciato ad installare le pale negli anni ’70, e nel 2014 ha stabilito il nuovo record mondiale di produzione di energia da fonte eolica fornendo il 39,1% dell’elettricità al Paese. Per questo i danesi vedono molto vicino il traguardo del 50% di energia da fonti rinnovabili entro il 2020.  Ma l’eolico per la Danimarca significa molto anche economicamente: attualmente 9 turbine hoffshore su 10 installate nel mondo sono “Made in Denmark” e avere investito precocemente nell’energia del vento ha fatto nascere aziende leader come Vestas e Siemens Wind Power che continuano tranquillamente a mantenere la loro sede in uno dei Paesi con la maggiore pressione fiscale del pianeta,  dove i diritti dei lavoratori sono sacri e dove discussioni tipo quelle sull’articolo 18 sembrano (non a caso) esotiche assurdità di Paesi ancora sprofondati nell’era fossile.

Ma anche il petrolio in Danimarca non se la passa bene, contrastato da un uso metodico, sistematico e addirittura periodico della bicicletta. 650mila sono le biciclette del Regno contro le sole 125mila automobili. Sono questi i numeri forniti dal Bicycle account del dipartimento dei trasporti di Copenaghen, che raccontano di una Danimarca ecologica e a due ruote nella quale il 75% dei cittadini usa la bici per 12 mesi sfidando un inverno molto duro. Per rendere possibile questo "miracolo ciclistico", come nel caso dell’eolico, l’amministrazione ha fatto del suo creando a Copenaghen 350 chilometri di piste ciclabili protette nell’area metropolitana, 23 chilometri di piste ciclabili non protette e 43 chilometri di percorsi nel verde. Le principali strade danesi, nazionali e regionali hanno quasi sempre come minimo una corsia ciclabile laterale piuttosto ampia e in genere a senso unico, dato che il traffico ciclistico può essere anche molto intenso. Un lavoro che va avanti da molti anni e non accenna a fermarsi, quello del governo danese. La Danimarca, infatti, è stato il primo paese ad aver introdotto nel 1993 un sistema unificato di segnaletica ciclabile al quale hanno fatto seguito negli anni parcheggi dedicati alle bici e un efficiente servizio di bike sharing che ha portato nel 2013 ad inaugurare addirittura un’autostrada per biciclette per favorire uno stile di vita a impatto zero e ridurre i rischi per chi decide di spostarsi muovendosi solo in bici.

Nel 2015, secondo il Copenhagenize index, il rapporto mondiale annuale sulla ciclabilità che dal 2011 analizza i tassi di crescita della mobilità ciclistica nei vari Paesi, è Copenhagen la migliore città per muoversi su due ruote. Amsterdam, prima in classifica negli anni precedenti, è scivolata al secondo posto sorpassata dalla capitale danese, la prima per infrastrutture e politiche dedicate ad una "mobilità pedalata” che hanno ormai diffuso una cultura popolare nell’uso della bici come mezzo di trasporto quotidiano. Tra il 2012 e il 2014, infatti, la quota dei ciclisti è passata dal 36% al 42% con un aumento significativo del turismo proprio grazie all’uso costante delle bici e alle infrastrutture per ciclisti. 

P.S. Purtroppo, anche quest’anno, nessuna città italiana è presente nelle prime 20 classificate. Al di là delle buone intenzioni e dei primi segnali di cambiamento, come la diffusione di ciclabili e del bike sharing in molte città accanto a qualche interessante esperimento di moderazione del traffico automobilistico, molto ancora deve essere fatto nel nostro Paese che pedala poco e pensa di poter risolvere i propri problemi energetici con le trivelle in Adriatico e Ionio.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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