DamNation. La dannazione dei fiumi imprigionati

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Una diga cilena – Foto: i.vimeocdn.com

Un’Odissea moderna. Un viaggio attraverso l’acqua e il cemento, in qualche modo entrambi ugualmente potenti e disarmanti. Un viaggio Americano che al mito on the road sostituisce il disincanto e la commozione di un viaggio on the rivers, per un percorso di crescita e di consapevolezza che dimentica presto l’orgoglio per le grandi meraviglie dell’ingegneria idraulica – le dighe – e ritrova invece la trasparenza di una verità che non si può ignorare: il nostro futuro è indissolubilmente legato alla salute e alla vita dei nostri fiumi.

Vi ricordate le avventure de I sabotatori, di Edward Abbey? Il romanzo (1975) è ambientato nel Southwest americano e racconta di improbabili eco-terroristi che organizzano il sabotaggio del secolo per protestare contro lo scempio ambientale causato dalla costruzione di una grande diga. Un libro che ha avuto un’influenza così significativa nella letteratura americana tanto da sdoganare parte del titolo originale (monkey wrench) in sintagma di uso corrente per identificare ogni attività di sabotaggio e di attivismo volta a preservare la natura incontaminata, gli spazi aperti e gli ecosistemi. La rimozione delle dighe va ora ben oltre la fiction di quel racconto. E’ una delle campagne e delle necessità più urgenti di chi ha a cuore le sorti del pianeta (e le proprie), ed è raccontata nel film Damnation, titolo significativo che gioca sulle parole dam (diga) e Nation e che, curiosamente ma forse non troppo, unendole assieme ci parla di dannazione e condanna.

Il film (trailer qui), che vanta produttori di rilievo come Patagonia e Save Our Wild Salmons da sempre impegnati nella salvaguardia ambientale, si apre da un lato con l’inaugurazione di una nuova diga, accompagnata dalle altisonanti parole di F.D. Roosevelt, e dall’altro con la chiusura delle turbine nell’ultimo giorno della diga di Elwha. Una “nascita” e una “morte” che inaugurano una serie di informazioni note a pochi, dalle conseguenze sismiche della caduta di una diga alla presenza di action heros come l’artista/attivista che, nottetempo, ha disegnato sulla ripida parete di una diga una gigantesca falla, per arrivare alle immagini di un salmone di più di 10 kg che spicca un salto di oltre 6 metri nel vano tentativo di raggiungere le acque più adatte alla deposizione delle uova, acque che restano imprigionate oltre il muro della diga…

Fino a quando vecchie dighe dismesse verranno abbattute e i fiumi ritorneranno rapidamente alle loro antiche culle, avidi di territorio e ricchi di vita, portando con sé salmoni e altri pesci che riguadagneranno finalmente il diritto a terreni fertili dove proteggere il futuro di altri esemplari, dopo decadi durante le quali l’accesso è stato loro interdetto.

Attraverso quest’esplosione di natura e di paesaggi alternativamente devastati o preservati dal cemento delle dighe, il film ci conduce, grazie al recupero di documenti di archivio e di una fotografia sorprendente, a scoperte inaspettate che riportano a galla valori imprescindibili nel passaggio dalla conquista della natura al considerarci invece parte di essa. Ed è quello cui puntano le numerose azioni di lobbying e le campagne che in molti Paesi del mondo – Italia compresa – lavorano perché vengano rimosse dighe dai costi esageratamente elevati, soprattutto se considerati in relazione alla loro funzione e al loro valore. Movimenti che si battono per il recupero dell’ecosistema dei fiumi e della vita acquatica e terrestre che ruota attorno al loro scorrere, rivitalizzando le fonti d’acqua nell’intenzione di migliorare la resilienza delle riserve al cambiamento climatico.

Perché soprattutto nelle aree dove grandi dighe dismesse continuano a campeggiare con la loro imponente quanto ormai del tutto inutile presenza, i costi economici, ambientali e umani per le comunità che lungo quei fiumi vivono da decenni sono altissimi. Anni spesi a sensibilizzare – e ad agire concretamente – per liberare i fiumi (Free the rivers) e combattere battaglie troppo spesso invisibili stanno però portando buoni frutti. Assieme a Yaku, è proprio Re:Common, associazione impegnata a sottrarre al mercato e alle istituzioni finanziarie private e pubbliche il controllo delle risorse naturali, a darci la bella quanto recente notizia che il Governo cileno ha rifiutato il progetto di cinque grandi dighe sui fiumi Pascua e Baker, progetto di innegabile impatto ambientale che da anni è al centro delle proteste contro il Consorzio Hidroaysen, guidato, tra l’altro con una quota maggioritaria, anche dalla controllata Enel Endesa.

Nessuna risorsa è più preziosa e nessuna risorsa, mentre le persone ne consumano sempre di più, viene così rapidamente sprecata come l’acqua. La decisione del Governo cileno rappresenta quindi una grande vittoria per i movimenti sociali e per tutte quelle realtà che in ogni parte del mondo difendono il diritto all’insediamento e alla permanenza delle comunità locali, tutelando contemporaneamente l’ecosistema. L’augurio che ci facciamo è che sia la prima di una lunga serie di provvedimenti responsabili e lungimiranti.

Anna Molinari 

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