“Dalla parte dei rifugiati” per non perdere di vista l’essere umano

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Da una parte le grandi organizzazioni internazionali, che invitano ad aprirsi e ad attivarsi per contribuire alla pace e alla sicurezza dei rifugiati nel mondo; dall’altra i governi – l’Italia in primis – sempre più orientati verso la chiusura, mentre nell’opinione pubblica continuano ad affermarsi discorsi di tipo razzista e xenofobo, alimentati da certi media e dalla politica. In questo contesto la Giornata Mondiale del Rifugiato, che si svolge il 20 giugno di ogni anno, acquista un significato ancora più importante: #withrefugees, “con i rifugiati”, è infatti lo slogan con cui l’Unhcr invita i singoli cittadini all’azione e alla partecipazione attraverso numerose attività e iniziative. Lo scopo: divulgare e mostrare al mondo la solidarietà e l’empatia verso i rifugiati, dando voce alle loro storie e rafforzando l’incontro con le comunità locali per promuovere la fiducia e la conoscenza reciproca.

La campagna, spiega l’Unhcr, ha infatti come obiettivo quello di far conoscere i rifugiati “attraverso i loro sogni e le loro speranze: prendersi cura della propria famiglia, avere un lavoro, andare a scuola, avere un posto da chiamare casa”. Concerti, spettacoli, sport, incontri a “porte aperte” negli Sprar caratterizzano così queste giornate (soprattutto il 20 e 21 giungo) nel nostro paese, mentre a livello internazionale una petizione, già firmata da oltre un milione e mezzo di persone, servirà a “mostrare ai leader mondiali che il pubblico globale sta dalla parte dei rifugiati”, oltre che ad inviare un messaggio ai governi affinché lavorino insieme e facciano la loro parte. L’appuntamento finale è per il 19 settembre, dove la raccolta firme sarà presentata all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite al Quartier Generale ONU. Tra le richieste ai governi: garantire che ogni bambino rifugiato abbia un’educazione, che ogni famiglia rifugiata abbia un posto sicuro in cui vivere, che ogni rifugiato possa lavorare o acquisire nuove competenze per dare il suo contributo alla comunità.

Temi su cui l’Unhcr vuole mantenere vivi i riflettori, in attesa del “Global Compact for Refugees”, l’accordo che i leader mondiali si apprestano a discutere – e firmare – nel 2018, per concordare finalmente un modo migliore di gestire la crisi globale dei rifugiati. Un accordo cruciale, in quanto si basa “sulla condivisione delle responsabilità in cui le diverse parti della società stanno insieme dalla parte dei rifugiati e danno il loro contributo invece di lasciare i singoli Stati a sostenere da soli il peso del grande numero di persone costrette a fuggire”.

Intanto, soprattutto in Europa, ognuno si arrangia come può, tra pacchetti sicurezza, regolamenti inefficaci, sgomberi e respingimenti, accordi bilaterali, pensando a tutto tranne che alla salvaguardia delle vite e del benessere di queste persone, costrette a fuggire da guerre e violenze, dalla miseria, lasciando i propri affetti, la propria casa e tutto ciò che un tempo era la loro vita e il loro mondo. La parola d’ordine è “emergenza”, lo è da anni (da qui l’ossimoro), nonostante poi i numeri, almeno da noi, smentiscano la cosiddetta “invasione” tanto invocata da leghisti, troll e partiti di destra. Basti pensare che, nell’elenco dei Paesi che accolgono più rifugiati, ai primi 10 posti non ce n’è neanche uno dell’Ue. Lo afferma l’Unhcr, almeno secondo i dati relativi al 2016, che vedono in cima a questa classifica la Turchia (con 1,84 milioni), il Pakistan (1,5) e il Libano (1,2). Seguono Iran, Etiopia, Giordania, Kenya, Uganda, Chad e Sudan. Lo stesso per quanto riguarda i Paesi che spendono di più per l’accoglienza in relazione al proprio Pil, che sarebbero Etiopia, Pakistan e Uganda. E se a metà del 2016 i rifugiati nel mondo erano 16 milioni e 515.190, in Europa ve n’erano 2 milioni e 100mila (e 2 milioni e 800mila nella sola Turchia), mentre i restanti due terzi sono suddivisi tra America, Asia e Africa (stiamo parlando di “rifugiati” veri e propri, ovvero di tutti coloro che nel mondo hanno visto riconosciuto il proprio diritto individuale a essere protetti così come previsto dalla Convenzione firmata a Ginevra nel 1951 e aggiornata nel 1967 e dalle varie legislazioni nazionali).  

E l’Italia? Fino all’anno scorso il nostro paese aveva accolto circa 131mila rifugiati, ovvero la metà di quelli accolti dalla Svezia e un quarto di quelli accolti dalla Germania. Secondo lo studio e le infografiche prodotte da Carta di Roma in collaborazione con Unhcr proprio per stemperare le isterie riguardo alla cosiddetta “invasone”, 131mila su una popolazione – quella italiana – di circa 60 milioni significherebbe infatti una proporzione del 2 per mille: “Due degli stadi più grandi in Italia – San Siro a Milano e l’Olimpico di Roma contengono circa 80mila spettatori ognuno – potrebbero ospitare tutti i rifugiati in Italia e farli assistere comodamente a due partite”. Certo nel nostro paese sembra che chi parla alla pancia degli italiani riesca ad avere più seguito, perfino a discapito dei numeri e delle evidenze. E se la tratta persone, i morti in mare e lungo le rotte dell’immigrazione, e ancora la nostra “malaccoglienza” così come la scarsa collaborazione fra gli stati nel gestire la situazione sono certo fenomeni su cui è necessario intervenire, troppo spesso si perde di vista la persona, l’essere umano con la sua storia e la sua tragedia, il suo passato e le sue speranze per il futuro, un futuro che per forza di cose andrà ad incrociarsi con il nostro.

“Mai come in questo momento è necessario stare dalla parte dei rifugiati – ha sottolineato Carlotta Sami, Portavoce dell’UNHCR per il Sud Europa, in occasione della presentazione della campagna #withrefugees – persone che non hanno scelto di lasciare il proprio Paese e che affrontano una pesantissima sfida, quella di ricominciare da zero in un ambiente nuovo, spesso diffidente e, nel peggiore dei casi, ostile”. E ha aggiunto: “Quest’anno vogliamo che la gente incontri e conosca i loro nuovi vicini di casa, ne scopra i talenti e la generosità. Chi sta dalla parte dei rifugiati ha deciso di aiutarci a mostrare queste qualità dando loro voce, incontrandoli in un centro di accoglienza, cucinando insieme, condividendo un campo di calcio o un palco per suonare, siete tutti invitati”.

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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