Croazia: Zagabria tra mafie edilizie e cittadinanza attiva

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Zagabria, manifestazione di protesta - Foto: ZabrebTeZove

Il progetto Cvjetni (Fiore): un centro commerciale esclusivo, ancora più esclusivi e lussuosi appartamenti il tutto arricchito da un parcheggio sotterraneo per centinaia di auto, questa la “soluzione” urbanistica di Milan Bandic per fare rifiorire Zagabria, la capitale croata. Una storia di favori e abusi urbanistici che da tre anni a questa parte hanno trasformato il cuore della città (Cvjetni Trg - Ilica - Gunduliceva - Varsavska) in un cantiere e una via, Varsavska (Varsavia), in un campo di battaglia e resistenza urbana.

La storia comincia alla fine del 2006 quando in caccia di favori, Milan Bandic, presenta alla città il suo piano di sviluppo con le solite promesse di occupazione e futuri radiosi. La risposta dei cittadini è obbligata, il piano viola in maniera scoperta ed eclatante vincoli ambientali ed edilizi posti dalla stessa città nonchè i diritti degli abitanti della zona, espropriati senza appello. Con l'avvio nel 2007 di una petizione cittadina per bloccare l'avvio dei lavori e la costituzione di una coalizione Pravo na grad (diritto alla città) insieme a Zelena Akcija (azione verde) parte una campagna permanente rivolta tanto a sensibilizzare l'opinione pubblica quanto i diversi livelli istituzionali. L'attacco è diretto ed utilizza tutta la creatività della cultura urbana ed in particola della comunicazone sociale via internet.

2010, il tempo passa, nonostante la mobilitazione il cantiere viene aperto. Dal 2007, questi tre anni sono stati un susseguirsi di proteste, dibattiti, eventi. La prima vittoria, anche se di breve durata arriva dopo te anni e mezzo, a giugno, e determina la temporanea interruzione dei lavori ordinata dall'ufficio del pubblico ministero croato e dal Ministero per la Cultura che riconoscono l'illegittimità della decisione del governo cittadino. La situazione precipita: il sindaco Bandic, dopo aver perso la corsa per le elezioni presidenziali, sembra aver deciso di gettare la maschera demagogica e populista e voler imporre un proprio modello autocratico che gli restituisca l'immagine di uomo forte.

Così, nel 2010 lo “scontro” si intensifica e diviene quotidiano con azioni spettacolari come la catena umana, incatenarsi agli alberi, 33 giorni di occupazione con sit in di massa, ma anche eventi culturali come le 1001 giorni e notti per Varsavska, un programma che per 21 notti e 21 giorni anima il cuore dei resistenti e oppone alle lamiere dei cantieri, alle silenzio stampa dell'investitore T. Horvatincic, e del suo gruppo Hoto un carosello di eventi culturali, mostre fotografiche della vecchia Zagabria, concerti. Una mobilitazione che raggiunge ed anima più di 4000 persone portandole in piazza a dormire sull'asfalto e ad opporsi pacificamente. Una sfilata di cittadine/i note e meno noti, personalità dello spettacolo e della cultura, un tam tam inarrestabile via social networks ed un evento che attira media nazionali e regionali.

Con 140 fra fermi e arresti, nella sola giornata del 15 luglio, Varsavska avvia un nuovo ciclo nella gestione del dissenso. La polizia di Zagabria mostra in maniera inequivocabile che se è vero che tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge, alcune sono più uguali di altri. La fattoria di Orwell, versione balcanica, viene confermata e Varsavska dimostra ancora una volta che la divisione ideologica destra/sinistra, conservatore/progressista o nazionalista/liberale non è sufficente a descrivere un intreccio di interessi trasversali che vedono la gestione del pubblico come la longa manu di specifici interessi privati. In una Croazia attraversata da scandali finanziari e corruzione la gestione del sindaco social democratico Bandic non è diversa dai crediti miliardari elargiti senza garanzie dalla banca Hypo Alpe-Adria ai potenti della Comunita Democratica Croata (HDZ) con l'ex primo ministro Sanader in testa, nè da quella del sindaco indipendente di Spalato Kerum, padrone della catena di supermercati omonimi e celebre per le sue dichiarazioni xenofobe anti serbe.

Ma è soprattutto nell'ambito della resistenza civica che Varsavska rappresenta qualcosa di più nello scenario balcanico. La prova di un movimento e di una società civile che sta crescendo ed è capace non solamente di alzare la voce contro i “soliti tradizionali antagonisti”, rappresentanti dei partiti nazionalisti e conservatori, ma che è pronta a criticare e denunciare anche gli/le esponenti di quei partiti solitamente identificati come “alleati” nella lotta una visione laica e di partecipazione civica. Una resistenza che sa parlare alle masse ed uscire dal ghetto dei soliti illuminati e che sa farsi evento capace di riempire le copertine dei quotidiani nazionali e rimanere in streaming diretto per la capacità di reinventarsi e rilanciare forme di protesta intelligente e partecipata.

La storia naturalmente continua, i cantieri sono sempre lì, sorvegliati e protetti nonostante il voto a favore del blocco dei lavori e la richiesta delle dimissioni del sindaco da parte dell'assemblea cittadina di Zagabria. Varsavska è geograficamente il cuore della zona pedonale zagabrese ma è anche il cuore messo a nudo delle complicate ipocrisie politiche e della collusione fra pubblico e privato più eclatante.

Valentina Pellizzer
(inviata di Unimondo)

 

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