Cosa succede a Goma?

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Profughi del nord Kivu

Di seguito riportiamo la testimonianza da Goma (Nord Kivu, Repubblica Democratica del Congo) di padre Pietro Gavioli, missionario salesiano in quelle terre da più di cinquant’anni. La situazione in quella regione è tanto grave quanto dimenticata dai mezzi di informazione internazionale.

20 maggio. Purtroppo, un ennesimo episodio di una triste storia che dura da ormai 20 anni. Un po’ più di un anno fa, si è ammutinato un gruppo ribelle di militari, che si è chiamato “M23”. Si rifacevano infatti agli accordi conclusi il 23 marzo 2009 – di qui il nome M23 - tra il governo di Kinshasa e la ribellione di Kunda, durata vari mesi. La nuova ribellione, guidata da Bosco Ntaganda – ricercato dal tribunale penale dell’Aia dove si trova ora – e sostenuta dal Ruanda e dall’Uganda, è nata per reclamare l’applicazione – non avvenuta secondo loro – degli accordi del 2009. Dopo una serie varia di attacchi e di ritirate, alla fine di novembre 2012, l’M23 ha occupato Goma durante 10 gioni, poi si è ritirato a pochi km a nord di Goma, e ha continuato ad occupare miltarmente e a sfruttare economicamente una buona parte della regione del Nord Kivu.

Su pressione internazionale, governo e ribelli si sono incontrati a Kampala, senza arrivare ad un accordo. I paesi della regione dei Grandi Laghi hanno deciso di inviare a Goma una forza di intervento africana, che dovrebbe ridurre tutti i gruppi armati (ultimamente ne sono sati recensiti 27, ma ne nascono altri ogni giorno). Questa forza sta arrivando, dovrebbe essere operativa fra tre mesi. Per impedirne o ritardarne l’intervento – è la nostra ipotesi – oggi l’M23 ha sferrato un attacco contro le forze armate governative a Kibati, 12 km a nord di Goma. Ed è iniziato un ennesimo esodo di rifugiati, sopratutto di donne e bambini che cercano un po’ di sicurezza e che arrivano tra l’altro al Centro Don Bosco Ngangi. Non sappiamo cosa capiterà domani: possiamo solo prevedere tanta sofferenza ingiusta e inutile per un popolo già allo stremo.

Due settimane fa, il 6 maggio, il vescovo di Goma, Mons. Kaboy, ha lanciato un messaggio in cui descrive la situazione di paura e di incertezza della sua diocesi.

1. La fisionomia attuale della Diocesi di Goma è spaventosa. Da tutte le parrocchie ricevo grida di allarme che parlano di scontri, di assassini, di saccheggi, di furti a mano armata… Le numerose milizie e gruppi armati seminano terrore particolarmente negli ambienti rurali a tale insegna che molte attività pastorali si trovano seriamente bloccate. Ci sono parrocchie in cui né i preti né i watumishi (laici animatori pastorali) non possono circolare liberamente a causa della molteplicità di barriere e della circolazione di giovani guerriglieri che, talvolta sotto l’effetto degli stupefacenti, impauriscono ogni passante, esigono denaro e proferiscono minacce di morte… Molti coltivatori e soprattutto le mamme non osano più andare nei campi per paura di essere stuprate selvaggiamente.

2. Gli allievi e gli altri giovani non scolarizzati sono condannati al vagabondaggio e diventano così prede facili di arruolamento forzato nei gruppi armati; là si strappa loro “l’infanzia” per insegnar loro ad uccidere. Ce ne sono anche che scendono nelle miniere di cui la maggior parte costituiscono dei “luoghi del vizio”. Non passa una settimana senza che io venga a saperea che tale o tale villaggio è stato incendiato, il bestiame portato via, morti, feriti. Spesso si incontrano cadaveri sui sentieri. Nella fuga i membri della famiglia non hanno la possibilità di organizzare un minimo di funerali decenti”.

Mgr Kaboy denuncia poi l’apparire del tribalismo e dei rapimenti di persone per esigere riscatti, descrive le azioni intraprese dalla diocesi per solleviare le sofferenze, e invita alla preghiera, al coraggio e alla speranza.

Sostenete il nostro coraggio con la vostra preghiera, e dite a tutti che a Goma è in corso un’altra inutile strage.

23 maggio. Ieri mattina abbiamo sentito parecchie cannonate, a distanza ravvicinata. Hanno continuato fino alle 11, e anche all’inizio del pomeriggio. Poi silenzio, difficile da interpretare. Si dice che l’M23 vuole impedire la venuta di Ban Ki-moon a Goma, o mostrare la sua forza.

Una bomba è caduta nel quartiere Ndosho, vicino alla parrocchia San Francesco Saverio. Una bambina di 4 anni è stata uccisa, un bambino ha perso una gamba, un altro un braccio, altri sono stati feriti. Nel pomeriggio un’altra bomba è esplosa vicino allo stesso quartiere, ha ucciso un ragazzo di 11 anni e fatto parecchi feriti. Ci sono state parecchie decine di morti e di feriti tra i combattenti.

Le bombe cadute vicino ai campi profughi di Mugunga hanno provocato la fuga di molti abitanti del campo: secondo l’AFP che cita un responsabile del HCR, 30.000 sfollati sarebbero scappati dai campi. Pensiamo che parecchi di essi verranno a cercare rifugio al Centro il Don Bosco

Ieri mattina, quando il rumore delle bombe è diventato insistente, abbiamo rinviato i bambini a casa. Con altri preti, nella grande sala che serve da cappella, stavamo confessando gli alunni, in preparazione alla festa di Maria Ausiliatrice. Quando una bomba ha fatto un po’ troppo rumore, un ragazzo ha intonato un canto in swahili che tutti hanno ripreso con fervore: “ Bwana Yesu Mchunga wangu…, Signore Gesù, mio pastore, custodiscimi vicino a te, togli della mia vita la paura, fammi arrivare nella città celeste della gioia e della pace… “ Vorremmo costruire quaggiù il paese della gioia e della pace per tutti i bambini di Goma.

In Spagna c’è stato (e c’è ancora, credo) un movimento di indignati (indignados), giovani che protestano contro l’esclusione sociale. In Francia, c’è il movimento dei “veilleurs” (sentinelle), persone che passano qualche ora o tutta la notte in silenzio, in piazza, per manifestare il loro disaccordo contro il matrimonio omosessuale e altre slittate della loro società. Sogno che ci siano dappertutto nel mondo degli indignati che si alzano per protestare contro l’esclusione del diritto alla vita ed alla pace di milioni di bambini (e di adulti). “Un bambino che muore ingiustamente, è troppo.” Non possiamo abituarci a queste cose, possiamo almeno vegliare, nella preghiera e nella manifestazione visibile del nostro disaccordo.

Oggi, l’M23 ha decretato una tregua per permettere la visita a Goma di Ban Ki-moon. Non sappiamo che risultati avrà questo passaggio rapido (3 ore previste). Secondo le agenzie di stampa, Ban Ki-moon avrebbe detto a Kinshasa “La comunità internazionale sarà sempre accanto alla Repubblica democratica del Congo (RDC) ed impegnata a lavorare per i paesi toccati dalla crisi… Le popolazioni dell’est hanno sofferto troppo, l’ora è venuta di portar loro sicurezza, diritti dell’uomo, salute, educazione, impiego e sbocchi...” Ban Ki-Moon ha sottolineato che la donna e la ragazza devono essere al riparo dalle minacce di violenza sessuale. Sono solo parole, o un programma che tutti si impegnano a realizzare?

Oggi, di fatto, la tregua è stata rispettata, abbiamo potuto svolgere le attività normali, rispettare l’orario scolastico completo, giocare le finali di un torneo organizzato in occasione della festa di Maria Ausiliatrice. Anche in città la maggior parte delle scuole, banche, negozi sono stati aperti.

Il Centro Don Bosco è stato scelto dalla coordinazione degli aiuti umanitari come uno dei due siti in cui convogliare provvisoriamente i profughi. Si pensa a 10-15 giorni: se la guerra si risolve, gli sfollati potranno tornare a casa loro; se invece le difficoltà continuano, saranno convogliati verso un campo profughi più grande e meglio organizzato. Abbiamo deciso di non accogliere i profughi all’interno del Centro – dato che la scuola deve continuare ancora per qualche settimana. Abbiamo messo a loro disposizione i tre grandi campi di calcio che circondano il Centro. Le varie ONG umanitarie pianteranno tende, scaveranno latrine, porteranno cibo e acqua. Monica, una volontaria del VIS, assicurerà il coordinamento delle varie iniziative di aiuto.

Le cose serie incominceranno domani. Domani, non sappiamo cosa capiterà. Sappiamo che il Buon Pastore ci custodirà nella sua misericordia.

30 maggio. Da una settimana non sentiamo più sparare. La tregua è rispettata. C’è chi dice che l’M23 ne approfitta per rifornirsi in armi. Anche l’esercito congolese consolida le sue posizioni. Speriamo e preghiamo perché non si spari più. La forza africana di intervento dovrebbe essere operativa alla fine di luglio. Non crediamo che tutti i problemi saranno risolti; chiediamo che ci sia un po’ più di tranquillità, la possibilità di viaggiare verso il nord, di ritornare a lavorare in campagna.
Il Centro Don Bosco ha ripreso le attività normali. Finalmente non abbiamo accolto gli sfollati. I responsabili degli enti umanitari hanno detto che il Centro è troppo vicino alla linea del fronte; riunire qui qualche migliaio di profughi sarebbe esporli a un rischio non indifferente. Una ventina di adulti e qualche bambino si erano accampati nella cappella del quartiere: un po’ alla volta stanno partendo per ritornare a casa o nel grande campo profughi di Mugunga, dove l’assistenza è meglio organizzata. Nei giorni in cui si sono accampati accanto al Centro Don Bosco, abbiamo dato loro acqua e cure mediche agli ammalati.
Il popolo degli sfollati, rifugiati, profughi... è oggi la “carne di Cristo”, ha detto Papa Francesco il 24 maggio ai partecipanti alla Sessione Plenaria del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti.
“La Chiesa è madre e la sua attenzione materna si manifesta con particolare tenerezza e vicinanza verso chi è costretto a fuggire dal proprio Paese e vive tra sradicamento e integrazione. Questa tensione distrugge le persone. La compassione cristiana – questo “soffrire con”, con-passione - si esprime anzitutto nell’impegno di conoscere gli eventi che spingono a lasciare forzatamente la Patria e, dove è necessario, nel dar voce a chi non riesce a far sentire il grido del dolore e dell’oppressione. In questo voi svolgete un compito importante anche nel rendere sensibili le Comunità cristiane verso tanti fratelli segnati da ferite che marcano la loro esistenza: violenza, soprusi, lontananza dagli affetti familiari, eventi traumatici, fuga da casa, incertezza sul futuro nel campo-profughi. Sono tutti elementi che disumanizzano e devono spingere ogni cristiano e l’intera comunità ad una attenzione concreta.”
“La loro condizione non può lasciare indifferenti. E noi, come Chiesa, ricordiamo che curando le ferite dei rifugiati, degli sfollati e delle vittime dei traffici mettiamo in pratica il comandamento della carità che Gesù ci ha lasciato, quando si è identificato con lo straniero, con chi soffre, con tutte le vittime innocenti di violenze e sfruttamento. Dovremmo rileggere più spesso il capitolo 25 del Vangelo secondo Matteo, dove si parla del giudizio finale (cfr vv. 31-46).”
“Cari amici, non dimenticate la carne di Cristo che è nella carne dei rifugiati: la loro carne è la carne di Cristo”.
Un giornalista radio mi ha intervistato ultimamente per telefono e mi ha chiesto: cosa possiamo fare in Italia per aiutare gli sfollati? Ho risposto: innanzitutto, rompere il silenzio, parlarne, far conoscere la loro situazione, “indignarsi” del silenzio che li accantona fuori dalle persone che “interessano”.
Il poeta greco Elytis, premio Nobel di letteratura nel 1979, diceva: “I poeti non hanno la forza di cambiare il mondo, ma, guardate, possono cambiare le coscienze e dalla coscienza si può passare all’atto”. Lo stesso si può dire dei giornalisti e dei preti.

Piero Gavioli

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