Cittadinanza globale, diverse percezioni del mondo che convergono

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Si è svolto a Trento l'evento di carattere internazionaleProspettive di cittadinanza globale: un impegno condiviso” organizzato dal Centro per la Cooperazione Internazionale. Rivolto ad insegnanti, organizzazioni della società civile, studiosi, rappresentanti delle istituzioni nazionali e locali, cittadini attivi nel volontariato, gli incontri ed i workshop sono andati a toccare un argomento che negli ultimi anni ha visto una crescita in termini di interesse da parte di tutto il settore educativo: la cittadinanza globale. L'evento segna la conclusione del progetto durato tre anni dal titolo Global Schools: si è lavorato per integrare l'Educazione alla Cittadinanza Globale come aspetto trasversale in tutte le materie nella scuola primaria di 10 Paesi dell'Unione europea grazie a 17 partenariati attivati dalla Provincia autonoma di Trento (con autorità locali, organizzazioni della società civile, centri di ricerca ed istituti di istruzione superiore).

Ma cosa si intende quando si parla di cittadinanza globale? La definizione è quanto mai controversa ed ambigua, dato che dipende da vari fattori. C'è da aggiungere che negli ultimi 10-20 anni in tantissimi hanno iniziato ad utilizzare questa espressione: dal mondo aziendale a quello accademico, passando per le organizzazioni non governative così come le grandi istituzioni governative. Ognuno attribuisce a questa espressione un senso diverso: ad esempio nelle aziende, spesso la cittadinanza globale è stata declinata nei termini della responsabilità sociale di impresa; per contro le ONG invece la leggono nell'ottica dell'equità sociale e dei diritti umani. Definire a cosa ci si riferisca diventa quindi complesso, in quanto il concetto stesso da un lato è incorporato in uno specifico contesto culturale e geopolitico; dall'altro, ne abbiamo una visione parziale e che dipende dalla prospettiva (personale ma anche culturale) di ognuno. Oltre a questo, è da aggiungere che il suo utilizzo è contingente ad una determinata situazione – ed è provvisorio in quanto suscettibile al cambiamento nel tempo.

Tanti aspetti da considerare; tuttavia sull'origine di questa terminologia sembra esserci un accordo: nasce con l'avvento della globalizzazione che, volenti o nolenti, ha portato all'instaurarsi di nuove relazioni a tutti i livelli. È sempre più evidente come temi quali terrorismo, cambiamento climatico, grandi migrazioni non possano essere gestite dai singoli Stati: è necessario un approccio unitario e coordinato. Da qui l'interesse al tema della cittadinanza globale – in parte anche come risposta ad una percepita crescente apatia da parte dei giovani all'idea di esercitare la propria cittadinanza (sia disertando le elezioni, che in altri aspetti della vita sociale). Oltre a questo è da riflettere sulle persone a cui ci rivolgiamo quando parliamo di cittadinanza. Si rispecchieranno in questa definizione le seconde generazioni di migranti ad esempio? Come vivono il loro stare “a cavallo tra due mondi”, cosa vuol dire essere cittadini per loro? Cittadini di dove?

Così, gli studiosi hanno iniziato le loro ricerche: semplificando, hanno rilevato che esistono due tipologie di cittadini globali - i cosmopoliti e gli attivisti. Entrambe le tipologie vengono poi suddivise ciascuna in quattro ulteriori profili.

Tra i cosmopoliti troviamo i cittadini globali che si concentrano sugli aspetti morali – dove ci si prende cura di ogni essere umano in quanto tale, perché è un imperativo di carattere etico; sulla politica – qui troviamo quei cittadini che cercano di aiutare le strutture di governo a democratizzarsi; sull'economia – con la responsabilità sociale di impresa come aspetto integrante (non accessorio) di tutti i processi, e la cittadinanza globale intesa come fattore di successo nella carriera lavorativa; ed infine sulla cultura – dove si è aperti a tutto ciò che la conoscenza dell'altro implica (tramite esperienze di viaggio, letture, contatti personali). Ed in effetti nel mondo della scuola – ma forse anche nella vita reale – l'aspetto culturale è quello che per primo ci impatta: come esseri umani impariamo tantissimo non solo a livello cognitivo, ma anche dal mondo delle emozioni e delle relazioni.

Per quanto riguarda gli attivisti invece, si dividono in persone attente all'aspetto sociale – operando un attivismo transnazionale non universalistico ma legato e circoscritto a specifici gruppi; vi sono poi i critici – che rilevano come tutte queste prospettive siano fondamentalmente etnocentriche e, soprattutto, eurocentriche. Rivendicano il fatto che la concezione di ciò che è sviluppo e ciò che non lo è dipende dal nostro punto di vista di persone che sono cresciute nell'occidente. Infine, tra gli attivisti ci sono quelle persone che si concentrano sull'aspetto ambientale – vedono l'uomo come parte della natura, non come sovrano; la natura ha un suo valore intrinseco ed in quest'ottica la si vuole proteggere di per sé, non perché l'uomo ne ha bisogno per vivere; in ultima battuta vi sono poi gli attivisti legati alla spiritualità – per loro la cittadinanza globale è tale in quanto vi è una connessione emotiva con ogni essere vivente.

Queste otto tipologie di persone vengono descritte e categorizzate in maniera chiara, ma in realtà facilmente si possono sovrapporre e possiamo avere dei mix di credenze e di comportamenti. Allo stesso modo è importante restare aperti alla molteplicità che il concetto stesso di cittadinanza globale porta con sé, evitando il più possibile il pericolo della storia unica. Questo si mette in atto quando ci fermiamo alla prima idea che abbiamo di ciò che vediamo; ed è spesso insita nelle narrazioni realizzate dai mezzi di comunicazione mainstream. Lo possiamo constatare in numerosi esempi: i femminicidi accadono perché lui era geloso ed ha avuto un raptus; gli immigrati che sbarcano sulle coste italiane sono dei poveretti (nella migliore delle ipotesi) oppure dei criminali venuti in Italia a delinquere (e simultaneamente a rubare il lavoro agli italiani, nella peggiore delle ipotesi); la “rivoluzione femminista” ha ormai portato alla parità (quando le diseguaglianze sono ancora evidenti). La storia unica si mette in atto quando prestiamo più attenzione all'emotività delle nostre pance rispetto alla razionalità delle nostre menti: in questo senso, restare aperti e cercare altre storie che si uniscano alla storia che ci viene raccontata è l'unico modo per bloccare questo meccanismo. La curiosità come antidoto.

Novella Benedetti

Classe 1980 - in Italia ha vissuto tra Trento e Trieste, all'estero si è divisa tra Americhe (Stati Uniti, Colombia, Argentina, Cile, Costa Rica) ed Europa (Scozia, Irlanda, Paesi Baschi, Kosovo, Germania). La sua passione sono le lingue come strumento per entrare in contatto con l'altro; di mestiere è coach e formatrice, lavora a vario titolo nel terzo settore e dal 2014 è giornalista pubblicista. Ha realizzato anche vari lavori video, tra cui "Non si può vivere senza una giacchetta lilla", proiettato al Trento Film Festival.

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