Chi ha comprato la terra a Dio?

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La scorsa settimana è andata in scena al Teatro Comunale di Pergine Valsugana, all’interno di Pergine Festival, la prima italiana di Tierras del Sud, uno spettacolo che con il rigore di un’inchiesta giornalistica documenta la resistenza del popolo nativo dei Mapuche, che sta pagando con il sangue lo sfruttamento delle risorse naturali di questa terraNato da un reportage che il duo di artisti ibero-americani Azkona & Toloza ha fatto nella Patagonia argentina la performance documenta la relazione che intercorre tra le grandi ricchezze ospitate da questo pezzo di America e le fortune delle multinazionali che vi hanno messo le mani sopra incuranti dei diritti territoriali dei Mapuche.  Il conflitto che Azkona & Toloza raccontano risale a più di 100 anni fa, all’epoca della cosiddetta “Conquista del Deserto”, una campagna militare che ha permesso all'Argentina di strappare la terra agli indigeni a beneficio delle proprie oligarchie e del consolidamento degli investimenti stranieri, in particolare inglesi, che qui fondarono l’Argentine Southern Land Company Limited, la prima azienda inglese di allevamento bovino in territorio sudamericano. La Compagnia ha collezionato terreni fino a possedere quasi un milione di ettari di Patagonia, ettari che nel 1991 diventano proprietà di Edizione S.r.l., la multinazionale del Gruppo Benetton.

Purtroppo, anche sotto la nuova proprietà degli imprenditori italiani Carlo e Luciano Benetton, neocolonialismo e barbarie rimangono i binari di una cultura che riconosce legittime solo le leggi del mercato e della proprietà privata, travolgendo così le province patagoniche di Neuquén, Chubut e Río Negro dove i Mapuche godevano di diritti ancestrali sulla terra. Eppure solo negli anni ’90, come ci hanno ricordato alcune immagini dello spettacolo Tierras del Sud, Luciano Benetton era il “mandante” di provocatorie campagne pubblicitarie firmate da Oliviero Toscani che inneggiavano all’uguaglianza nella diversità. Un messaggio imbarazzante se pensiamo che oggi la celebre casa di moda originaria di Treviso alleva oltre 100.000 capi di bestiame che producono annualmente il 10% della pregiata lana impiegata dai Benetton per la loro produzione tessile sfruttando i territori Mapuche. Ma oltre alla lana i Benetton sono i protagonisti di una moderna corsa all’oro, all’argento e ad altri minerali preziosi con la Minsud Resources Corp che gestisce una miniera la cui attività si concentra da anni sulla perforazione della Patagonia. I Mapuche hanno tentato di rivendicare pacificamente il loro diritto a vivere in una parte delle terre acquistate dal gruppo Benetton che ha provato a tirarsi fuori dall’impaccio attraverso concessioni di breve durata, decreti giudiziari e qualche mediazione che non ha mai cambiato la sostanza della situazione. A questo punto quella che è iniziata come una protesta si è tramutata in una vera e propria occupazione e negli ultimi dieci anni anni i Mapuche hanno occupato delle aree del loro territorio costituendo dei piccoli “lof” (villaggi) mentre i Benetton hanno optato per le vie legali, affidandosi allo Stato argentino e alla sua polizia.

Il risultato è che oltre all’omicidio di Santiago Maldonado diventato un simbolo di questa sanguinosa repressione, sono più di 20 i mapuche uccisi dal 2008 ad oggi, senza contare le decine di prigionieri politici. L’impressione, dopo 90 minuti di spettacolo che lasciano senza fiato, è che i Benetton, al pari di altri imprenditori, non siano mai stati in grado di capire la cultura nativa, una situazione che nel luglio del 2004 ha spinto il premio Nobel per la Pace Adolfo Perez Esquivel ad usare parole molto dure in una lettera indirizzata proprio a Luciano Benetton che Azkona & Toloza ci riportano alla memoria: “Vorrei farle una domanda, signor Benetton: Chi ha comprato la terra a Dio?”. “Lei, che ha comprato 900 mila ettari di terra in Patagonia per accrescere la sua ricchezza e il potere e si muove con la stessa mentalità dei conquistatori, - ha scritto il Nobel - non ha bisogno di armi per raggiungere i suoi obiettivi, ma uccide, con la stessa forma, usando il denaro”. La restituzione di una parte della terra sottratta ai Mapuche, “sarebbe un gesto di grandezza morale e le assicuro che riceverebbe molto di più che la terra: la grande ricchezza dell’amicizia che il denaro non potrà mai comprare". Una proposta accettata ai tempi da Luciano Benetton, peccato che le concessioni terriere fatte dalla famiglia durante la mediazione avviata con questa lettera siano state da subito modeste ed abbiano ben presto lasciato campo libero alla violenza dello stato argentino.   

Ecco perché le foto antirazziste delle campagne di Benetton rievocate a Pergine oggi ci disturbano così tanto. Perché quello che accade ogni giorno, in Argentina come in Cile, è l’opposto di quel proficuo scambio culturale profetizzato da Oliviero Toscani. Non vi è traccia della tolleranza e dell’amicizia tra i popoli al centro della pubblicità in quello che succede ai Mapuche della Patagonia, un popolo con una straordinaria cultura olistica, sopravvissuto agli invasori spagnoli ed adesso sopraffatto dalla “monocultura” capitalistica che ha disconosciuto le sue tradizioni ancestrali legalizzando la rapina delle sue terre in nome del progresso e della “civiltà”.  Lo hanno capito bene i Mapuche per i quali fino ad oggi: “La menzogna non è che un marchio registrato di Benetton”. Oggi più che mai occorre dare ai Mapuche quella visibilità indispensabile per esprimere direttamente le proprie rivendicazioni e la propria cultura, come stanno facendo Azkona & Toloza in Tierras del Sud.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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