Criminalizzazione della lotta mapuche: Santiago Maldonado desaparecido

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Santiago Maldonado - Foto: Desinformemonos.org

Continua la repressione del governo argentino nei confronti del popolo mapuche. Siamo ancora nella provincia di Chubut, Patagonia argentina, dove a Cushamen si trova la comunità Lof de Resistencia. Il primo di agosto era stato organizzata una manifestazione di protesta per chiedere la liberazione del lonko (leader) mapuche Facundo Jones Huala, incarcerato in quanto figura di spicco delle occupazioni delle terre appartenenti alla famiglia Benetton, di cui scrivemmo lo scorso gennaio. Huala ha dichiarato: “sono prigioniero perché sono un militante e un simbolo della resistenza del mio popolo, perché ho espresso quello che pensano migliaia di mapuche e di altre comunitá. Siamo stanchi dell’oppressione, del fatto che ci portino via la terra e che ci uccidano e mettano in prigione quando vogliono. Il mio grido di resistenza ha generato una certa speranza nelle persone che si sono mobilitate per recuperare le loro terre”.

La manifestazione per la scarcerazione di Huala ha scatenato la repressione da parte della gendarmeria, con una vera e propria caccia all’uomo nelle terre appartenenti alla comunitá. In particolare sette uomini sono stati rincorsi tra colpi di arma da fuoco: tra loro Santiago Maldonado, un giovane di 27 anni giunto dalla non distante località di El Bolsón per dare supporto alla resistenza mapuche. Maldonado é stato catturato da uomini della gendarmeria mentre si accingeva assieme ai compagni ad attraversare un piccolo torrente. Testimoni oculari affermano di averlo visto caricare su di una camionetta bianca e registrazioni effettuate sul luogo riportano le grida esaltate dei gendarmi: “Ne abbiamo preso uno! Ne abbiamo presto uno!”.

E’ da quel primo agosto che di Santiago Maldonado si sono perse le tracce. Sono stati ritrovati alcuni suoi oggetti personali sparsi tra la vegetazione, ma del giovane neanche l’ombra. È passato ormai un mese e si é levato alto il grido della società civile dapprima in Argentina, poi nel resto del mondo. Sono stati i familiari e amici di Santiago i primi ad alzare la voce ed é stata creata una pagina web con tutte le informazioni relative al caso, per contrastare la circolazione di notizie false, fare luce sulla vicenda e raccogliere eventuali testimonianze che potrebbero rivelarsi cruciali. Numerose le testimonianze di solidarietà che provengono da più parti, con appelli alla giustizia che circolano tanto sulle reti sociali come nelle piazze. Il padre di Santiago, Enrique, ha affermato: “io non posso vedere il volto di mio figlio su una bandiera, su un mural. Voglio che ricompaia. Dove si trova? Cosa gli hanno fatto? Lo stiamo aspettando”. Il grido “Vivo se lo llevaron, vivo los queremos!” (l’hanno preso vivo, lo rivogliamo vivo) risuona alto nelle manifestazioni di piazza, a cui partecipano semplici cittadini e cittadine e rappresentanti di associazioni per i diritti umani. Tra loro le abuelas e le madres di plaza de mayo, H.I.J.O.S. e altre associazioni di familiari dei desaparecidos della dittatura che da quarant’anni stanno portando avanti lo stesso discorso, la stessa rivendicazione, come se non bastassero quattro decenni a fare luce fino in fondo su quanto accaduto nell’epoca buia della dittatura e a dissolvere questo stesso incubo che sembra non finire mai: é finita la dittatura, ma proprio come allora un uomo é sparito nelle mani dello stato argentino.

Alcune rappresentanti delle madres ed altri organismi in difesa dei diritti umani si sono riuniti il 22 agosto con la ministra della sicurezza Bullrich, il ministro della giustizia e dei diritti umani Garavano e il segretario per i diritti umani Avruj per discutere della responsabilità dello Stato nella sparizione di Maldonado. I partecipanti della società civile hanno espresso il loro disappunto di fronte alla posizione negazionista assunta dai rappresentanti del governo ed espresso l’impossibilità di collaborare, viste le posizioni governative. “Come facciamo a lavorare insieme se loro non riconoscono la sparizione forzata di Santiago? Negano tutto, quando ci sono testimoni, registrazioni…é molto triste che dopo 40 anni dobbiamo continuare a gridare ‘Apparizione con vita!”, ha affermato una delle madres dopo aver partecipato all’incontro.

Come ha riportato Raúl Zibechi sul quotidiano messicano La Jornada, la ministra argentina della sicurezza Bullrich ha affermato di non voler permettere una repubblica autonoma mapuche nel mezzo dell’Argentina:“Quella é la logica che stanno progettando, il non riconoscimento dello stato argentino, la logica anarchica”. In realtá quello che sembra più infastidire ed intimorire il governo é il fatto che negli ultimi 15 anni il popolo mapuche , nonostante la criminalizzazione e repressione che ha subito costantemente, é riuscito a recuperare 250mila ettari di terre che erano state loro sottratte da grandi proprietari terrieri. Il popolo mapuche é criminalizzato e accusato di terrorismo tanto in Cile quanto in Argentina, quando in realtá la maggior parte delle azioni rivendicative é di carattere pacifico e la violenza scatta in termini difensivi solo di fronte agli attacchi da parte delle forze armate e di polizia.  Al contrario di quanto affermato dalla ministra non vi é alcun progetto secessionista mapuche, ma varie proposte di autonomia e autogoverno la cui legittimità é garantita anche dalle Nazioni Unite e dalla convenzione n.169 dell’ILO sui diritti dei popoli indigeni e tribali.

Il problema sono i forti interessi economici nelle aree abitate dai mapuche e lil forte sentimento colonialista che non é mai cessato in 500 anni di storia. Come ha scritto il lonko Huala dal carcere in una lettera aperta a Santiago Maldonado: “A loro (…) danno fastidio le nostre armi politiche. Sono loro che possiedono tutto l’arsenale economico, comunicativo, simbolico. E noi diventiamo i loro nemici quando decidiamo di metterlo in discussione. Nonostante questo, Santiago, senza essere mapuche sei arrivato alla comunità abbracciando la causa come se fosse tua. I gendarmi questa volta non si sono portati via un indio (in spagnolo il termine é dispregiativo, ndt), hanno portato via te, che oggi riesci a portare il nostro grido laddove noi non riusciamo a portarlo, perché il nostro destino é tanto silenzioso quanto lo é la nostra storia. Lo dicono i tuoi compagni: se il desaparecido fosse mapuche, quante grida si leverebbero? Noi indios possiamo scomparire senza che nessuno esca a protestare. Tu sei venuto per gridarlo e neanche portandoti via sono riusciti a zittirti.” 

Michela Giovannini

Dottoressa di ricerca in sviluppo locale, è appassionata di America Latina, popoli indigeni, autogestione, lotte e resistenze politiche e sociali. Ha trascorso periodi di studio e ricerca sul campo in vari paesi. Messico e Cile sono i principali contesti in cui si sono svolte le sue ricerche, dedicate principalmente a varie tipologie di organizzazioni dell'economia sociale e solidale.

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