Che bombe di gioielli!

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In questi giorni tutti torniamo a fare i conti con i botti nelle strade, i razzi sparati per gioco, i luccichii di polveri che provano rumorosi e invano a fare invidia alle stelle. C’è sempre una paura sottileche serpeggia nella schiena, sarà perché non ho mai acceso un petardo, sarà perché non mi piace l’idea di spaventare inutilmente gli animali, sarà perché l’associazione con altri scoppi più crudeli non posso non farla anche se una guerra direttamente non l’ho mai vissuta, ma questi fuochi di festa non mi sono mai piaciuti e ancora non riescono a fare breccia nelle mie celebrazioni. E allora preferisco la casa alla piazza… e mentre scrivo queste righe penso a un’iniziativa conosciuta per caso poco tempo fa, che voglio raccontarvi. 

Restiamo però ancora un attimo qui, dentro casa: cosa succederebbe se fosse l’unico posto sicuro dove stare? Se fosse ogni giorno una roulette muovere passi oltre la soglia, perché il terreno è contaminato da mine che potrebbero far saltare una gamba a tua figlia o uccidere il tuo compagno? Anche a guerra finita, ci sono territori e comunità che restano al fronte, quello della paura: succede per esempio in Cambogia, dove ci sono ancora dai 4 ai 6 milioni di mine e ordigni inesplosi, sepolti in disordine sparso nelle campagne… che, in una nazione con circa 15 milioni di abitanti, si traduce in più di una mina ogni tre persone.

Il Mine Ban Treaty definisce le mine anti-uomo come “una mina progettata per esplodere in presenza, prossimità e contatto con una persona e per ferire e uccidere una o più persone.” La storia della Cambogia e delle mine è lunga 20 anni e varie fasi: quella del 1967, quando il Vietnam del Nord, alleato con gli emergenti Khmer Rouge, voleva nascondere gli equipaggiamenti dagli attacchi dell’esercito USA; quella della seconda metà degli anni Settanta, quando a depositare la seconda ondata di mine fu lo stesso governo cambogiano, per tenere a bada gli Khmer Rouge con l’aiuto degli Stati Uniti (si parla di oltre 539 mila tonnellate di bombe sganciate in Cambogia tra il 1970 ed il 1975); in ultima istanza la fase degli anni ’80, volta ad arginare le invasioni degli Khmer Rouge oltre il confine con la Thailandia, un’area che ancora oggi è la più pericolosa, con circa 3000 mine per chilometro, lungo una barriera di 600 chilometri soprannominata la cintura minata K5. Se la situazione è tragica anche senza ulteriori specifiche, è inevitabile che per una popolazione a prevalenza di agricoltori si traduca in una condanna a morte anche senza calpestare necessariamente una mina: la paura di coltivare la terra conduce alla scarsità di cibo, alla malnutrizione, alle malattie e quindi alla povertà. Ed è un terrore giustificato: in Cambogia si contano oltre 40 mila persone (di cui un terzo minori di 15 anni) con un arto amputato, circa il 4% della popolazione, una condizione che a livello popolare diventa stigmate sociale, conseguenza di un male compiuto in una vita precedente. 

Di buone notizie però ce ne sono due. La prima: il 50% degli ordigni è già stato estratto dal lavoro instancabile delle associazioni che si occupano della bonifica dei territori dalla fine della guerra. Una di queste è HALO Trust (Hazardous Area Life-Support Organization), la prima a rispondere al problema delle mine cambogiane nel 1991. La Halo Trust lavora reclutando agenti nelle aree affette dalle mine, coinvolgendo direttamente la comunità nel processo di bonifica e valorizzando i salari guadagnati all’interno della comunità stessa. Comunità che è coinvolta anche nel ritrovamento: le persone che gli Khmer Rossi avevano reclutato per il posizionamento degli ordigni ricordano ancora dove avevano nascosto le mine. Tra le realtà impegnate anche il Cambodian Mine Action Centre (CMAC), dal 2000 organizzazione autonoma che ha sviluppato una serie di programmi per favorire consapevolezza e informazione sui pericoli portati dalle mine anti-uomo.

C’è ancora però molto lavoro da fare, sia in termini di bonifica che sul piano della sensibilizzazione. Ed è qui la seconda buona notizia: che idee belle esplodono anche, è proprio il caso di dirlo, dai residui bellici di una guerra assurda come tutte, ma tremenda come poche. Craftworks Cambodia recupera il metallo utilizzato dai suoi artigiani proprio dalle bonifiche del CMAC e nelle fonderie locali, riprendendo le competenze di un’antica tradizione artigiana, crea eleganti gioielli e contribuisce alla crescita dell’economia. Emi & Eve è l’azienda che li commercializza e che ha fatto della sostenibilità del lusso un suo punto di forza: grazie all’idea di Cassandra Postema, fondatrice e fashion e textile designer, il brand fa proprie innovazione e responsabilità sociale e converte metalli di guerra in simboli di pace, migliorando la vita della popolazione e forgiando nella memoria della comunità nuovi ricordi, pur legati a bombe e pallottole. Un’idea che non è la sola (si veda p.es. nel vicino Laos Purple Buddha Project) e che, per quanto ancora poco conosciuta e simbolica, ci induce a una riflessione profonda che unisce con trame sottili questioni di geopolitica internazionale alle comunità locali e alle nostre scelte di consumatori: ogni cosa che facciamo lascia un segno. Facciamo in modo che siano segni di pace.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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