Cambiamenti climatici e sicurezza alimentare

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Accompagna processi di sviluppo sostenibile che pongono al centro le comunità locali con le proprie risorse umane, culturali e ambientali. Opera per la conservazione dell’identità e del patrimonio storico e culturale dei popoli del continente asiatico, con particolare attenzione al Tibet e all’area himalayana. È l’associazione ASIA Onlus, fondata nel 1988 da Namkhai Norbupartner di Unimondo e, tra le altre cose, recentemente promotrice di una riflessione curata in particolare dalla sezione di Trento, in collaborazione con l’Università di Trento – DICAM e con il patrocinio della Provincia autonoma, che si interroga sui cambiamenti climatici e si impegna in un progetto pilota proprio in Tibet. Le attività hanno l’obiettivo di promuovere la sicurezza alimentare e la salubrità degli alimenti presso le comunità nomadi tibetane nella contea di Chengdu: un’area che, come sottolinea il presidente dell’associazione ASIA Trento Stefano Bottesi, versa in condizioni drammatiche sia dal punto di vista sociale che ambientale. E proprio questi aspetti cruciali è andato ad approfondire nel corso del seminario dello scorso 6 giugno il prof. Massimo Zortea, cattedra UNESCO in Ingegneria per lo sviluppo umano e sostenibile, emblema della necessaria transdisciplinarietà che deve avere un corso universitario che voglia occuparsi di questi temi. Dall’impatto dei cambiamenti climatici sulle coltivazioni ai problemi legati alla sicurezza alimentare, dalle migrazioni forzate conseguenze delle variazioni climatiche alle prospettive possibili, Zortea evidenzia le molteplici vulnerabilità che si sommano: climatica, sociale e politica, ed è chiaro come un approccio integrato sia indispensabile per affrontare la questione.

Il legame tra eventi climatici estremi e agricoltura di sussistenza è dei più forti: non esistono infatti Paesi non esposti a problemi idrici e l’altopiano tibetano è una delle aree nel mondo che maggiormente risente dei cambiamenti climatici, che provocano una riduzione degli apporti idrici, concentrati in brevi periodi di tempo e causa a loro volta di uno sconvolgimento degli equilibri ecologici e di una riduzione della produttività dei pascoli. Una fragilità di sistema quindi per le attività produttive, fondamentali perché su di esse si basa l’economia di circa 1 miliardo e 300 milioni di persone. Il ruolo dell’allevamento è fondamentale, sia perché assicura la gestione del territorio, sia perché costituisce la principale fonte di alimenti e di prodotti destinati alla vendita da parte delle comunità nomadi tibetane. Annodare quindi i fili tra agricolturacambiamento climatico migrazioni diventa prioritario per interpretare la realtà in modo corretto e prospettare soluzioni adeguate: per esempio partendo da una domanda, che mette in dubbio una lettura a cui siamo fin troppo abituati. Le migrazioni sono soltanto un elemento negativo, una conseguenza indesiderata, anticamera al traffico di esseri umani? Non potrebbero essere invece lette come una delle molteplici strategie di adattamento ai cambiamenti climatici? I popoli nomadi hanno molto da condividere da questo punto di vista, e proprio la radicale trasformazione del sistema pastorale tibetano mette in luce interessanti dinamiche di adattamento dei nomadi alle mutazioni ambientali, ai cambiamenti socio-economici e alle politiche di sedentarizzazione, affrontando al contempo questioni cardine come il sistema d’uso del suolo, il declino della biodiversità e il degrado dei pascoli, con la conseguente perdita di produttività.

Se la migrazione aiuta a diversificare le fonti di reddito della popolazione rurale può avere quindi indubbi risvolti positivi: pur non essendo il cambiamento climatico l’unico driverdelle migrazioni, si parla in ogni caso di migrazioni stagionali, dove il vero problema non sono le migrazioni in sé ma l’essere preparati a una gestione politica e sociale corretta di questo tipo di fenomeni, che includono anche considerazioni sull’invecchiamento della popolazione rurale, dato che spesso sono i più giovani ad andarsene, indebolendo il substrato sociale (si pensi a quanto accaduto in Paesi come Bosnia, Albania, etc. o anche sull’arco alpino, non troppi anni fa e con analoghi effetti).

Davanti a queste sfide complesse, che qui non godono lo spazio sufficiente per essere approfondite ma di cui si può leggere qualche spunto in più nei contributi di Mira Al Azar (Senior Natural Resources Officer, FAO), la risposta va nella direzione della valorizzazione dell’agricoltura in termini di agroecologia, creando competenze che vadano oltre una mera gestione emergenziale. Un impegno messo in agenda anche dal Ministero italiano per l’ambiente, che privilegia accordi bilaterali, compresa l’International Alliance on Climate Smart Agriculture (IACSA) con la FAO, senza stanziare finanziamenti ingenti, ma mobilitando invece risorse. E se leggiamo la realtà da questa angolazione, è quindi necessario integrare le migrazioni nel contesto, sia come fenomeno da tenere in considerazione, sia come una delle strategie futuribili negli scenari dei cambiamenti climatici, imprescindibili per evitare conflitti sociali gravi e profondiL’agroecologia diventa allora uno strumento di sicurezza alimentare e contemporaneamente di contrasto al cambiamento climatico, trasversalizzando gli approcci e potenziando filiere agroalimentari di consapevolezza e responsabilità: soluzioni molto più facili e accessibili a livello locale che non globale, luoghi di crescita delle relazioni e di equilibri socioeconomici. A minacce di sistema occorrono risposte di sistema. Ma per dare risposte globali occorre necessariamente partire da interventi locali.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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