Brevetti: legislazione libera dal monopolio

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Il Gruppo di Attac-Brescia avanza una proposte alternativa all'Accordo sulla proprietà intellettuale (Trips -Trade related apsects of intellectual property rights) in discussione nei in sede dell'Organizzazione Mondiale del Commercio. Questo accordo permette alle multinazionali di avere il monopolio mondiale dei loro prodotti e di esercitare un diritto di privatizzazione della natura per farne strumento di potere economico ed anche politico.

La proposta si articola in sette punti che esponiamo e commentiamo.

1. Cancellazione della clausola della nazione più favorita. Questa è la clausola basilare che introduce, dal Gatt del 1947, tutti gli accordi del Wto. La sua importanza è fondamentale poiché con lo scopo di aprire il commercio mondiale, lo apre, di fatto e quasi esclusivamente ai prodotti delle nazioni più sviluppate. Queste, potendo disporre d'apparati produttivi tra i più avanzati, possono praticare prezzi concorrenziali che sono impossibili alle nazioni economicamente più deboli. Esse, con agricoltura ed industrie deboli, non possono competere con le nazioni forti mentre, nello stesso tempo, è loro impedito ogni tipo di protezionismo necessario al rafforzamento dei loro apparati produttivi; protezionismo che ha sostenuto il decollo delle economie oggi forti. In particolare con i Trips la speranza per i paesi deboli di immettere i loro prodotti sul mercato mondiale è, di fatto, annullata, mentre sono costretti ad importare dai paesi più industrializzati prodotti che, per essere protetti dai brevetti, hanno prezzi da monopolio. In subordine chiediamo che questa clausola venga sospesa per i paesi in via di sviluppo, per permettere loro di rafforzare e portare a livelli competitivi le loro agricoltura ed industria. Va inoltre osservato che l'esclusione dalla zona alta del mercato mondiale è possibile non solo per i paesi in via di sviluppo, ma per qualunque paese non sia in grado di mantenere livelli di competitività industriale e ricerca adeguatamente competitivi, come sta avvenendo per l'Italia.

2. Riduzione a 10 anni, dai 20 attuali, della durata dei brevetti. La proposta parte dalla constatazione di una realtà apparentemente assurda. La legislazione brevettuale, al suo nascere, nell''800 era, in pressoché tutti i paesi industrializzati, di 10 anni. Questo accadeva quando l'obsolescenza tecnologica era più lenta e la vita di un articolo era mediamente più lunga dell'attuale. Oggi con una vita degli articoli più breve, la durata dei brevetti è raddoppiata. L'apparente paradosso si spiega col fatto che la vita degli articoli è tenuta artificialmente più breve per stimolare gli alti consumi. È necessario, quindi, impedire che, scaduto il brevetto, altri possano produrre l'oggetto in questione, diminuendo l'efficacia commerciale dell'introduzione di nuovi articoli. I 20 anni servono alle grandi imprese a proteggere i loro nuovi articoli dalla concorrenza di articoli non più brevettati ma ancora validi. La norma dei vent'anni favorisce in particolare le case farmaceutiche, ove le medicine, specie quelle derivate da nuovi principi attivi, hanno una vita più lunga e quindi il brevetto è più sfruttabile.

3. Brevettare le invenzioni e non le scoperte. Su quest'argomento è necessaria una legislazione più rigorosa, poiché oggi è veramente facile brevettare una scoperta camuffata da invenzione. Questo avviene in modo particolare nel settore delle biotecnologie, ove si brevettano i genomi di prodotti biologici già usati da tempo e risultati da selezioni secolari. In questo settore è praticata una specie di truffa quando si brevetta genericamente un gene e tutti i possibili utilizzi da esso derivanti. Con ciò si blocca anche la ricerca, poiché i risultati delle applicazioni di un gene possono essere proibiti da brevetti generici.

4. Decadenza del brevetto dopo tre anni di non utilizzo. Questa norma tende a proibire i brevetti d'interdizione, fatti per impedire alla concorrenza di poter lanciare articoli affini, ma non uguali, e quindi non specificamente protetti. In effetti i brevetti d'interdizione non sono richiesti per proteggere un prodotto da lanciare sul mercato, ma per impedire che altri commercializzino prodotti od usino procedimenti produttivi affini o afferenti ad un prodotto brevettato.

5. I brevetti, frutto di ricerca pubblica, devono essere concessi in licenza gratuita o semi gratuita. È una questione etica che i brevetti di ricerche finanziate coi soldi di tutti non vengano utilizzati a scopi di profitto privato. Il problema riguarda in modo specifico le università e le istituzioni finanziate da soldi pubblici le cui ricerche, di conseguenza, sono anch'esse pubbliche. È opportuno che le istituzioni pubbliche brevettino le loro ricerche per impedire che siano brevettate da altri, ma è altrettanto opportuno che esse concedano la licenza in forma gratuita, o anche semigratuita quale autofinanziamento per ulteriori ricerche, a quanti le richiedano.

6. Il biologico è dichiarato d'interesse primario per la vita e per la società è non è brevettabile. Si vuole impedire che con i brevetti sul materiale genico le imprese private, mosse dall'etica del profitto, possano esercitare un potere effettivo sulla vita sia vegetale che animale, quella umana compresa. Le sorgenti della vita non possono e non debbono essere strumentalizzate al profitto. Si può eventualmente accettare la concessione di brevetti riguardanti i processi pratici per ottenere determinati prodotti biologici, ma riteniamo che assolutamente non possa essere brevettato il genoma, sia di esseri animali che vegetali.

7. I diritti d'autore non possono essere trasformati in brevetti. È in atto la tendenza della trasformazione dei diritti d'autore in brevetti, il che riguarderebbe in particolare i programmi per elaboratori; per la maggiore protezione che questi ultimi offrono, essi sarebbero assimilati ad oggetti d'invenzione. Questa tendenza, cui si sta prestando la Comunità europea, è da contrastare perché, se essa fosse applicata ed estesa, avrebbe il risultato di paralizzare la ricerca e lo sviluppo di nuovi sistemi operativi ed anche di fermare la loro libera produzione, oggi molto attiva. Più in generale poiché il copyright protegge prodotti eminentemente intellettuali, accettare il principio della loro brevettabilità sarebbe un serio colpo alla libera produzione della cultura.

Fonte: Attac Brescia

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