Brasile: vita, morte e lotta dei senza terra

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© MST Sem Terra Italia

Cosa significa far parte di una combattiva organizzazione popolare come il Movimento dei senza terra (Mst) in una regione in cui tutti i poteri - governo, deputati, polizia, giudici - sono dalla parte dei latifondisti? Cosa significa essere considerati fuorilegge da chi della legge si prende sistematicamente gioco? Cosa significa vivere sotto minaccia di morte, assistere all'assassinio di un fratello, essere costretti alla fuga? E quanto realmente conta di fronte a tutto questo la solidarietà internazionale, l'appoggio concreto di gruppi e associazioni amiche? Lo ha spiegato, durante il suo viaggio in Italia, Celso Anghinoni, militante (di origine veneta) del Mst a Querencia do Norte, in Paranà, dove è stato uno dei massimi dirigenti del movimento durante l'ondata di repressione scatenata dal governo di Jaime Lerner. Quella repressione, fatta di sgomberi violenti, arresti di massa, torture, minacce di morte e assassinii, si è abbattuta anche sulla sua famiglia: il fratello Eduardo è stato ucciso nel marzo del '99 da un pistolero che lo aveva scambiato per Celso, come ha raccontato lui stesso, con le lacrime agli occhi, durante un incontro svoltosi a Roma il 29 ottobre, per iniziativa del Comitato romano di appoggio al Mst, della Fondazione Lelio Basso e della Rete di Lilliput (uno dei tanti incontri tenuti da Celso in diverse città italiane, compreso quello a Bologna, il 25 ottobre, che ha segnato la nascita di un Comitato italiano di appoggio al Mst).

L'ondata di violenza, che in Paranà, tra il 1999 e il 2000, ha raggiunto forse il punto di intensità massima, non si è esaurita con l'avvento di Lula al governo del Paese. Tutt'altro: i latifondisti, che in vari Stati del Brasile detengono ancora saldamente il potere nelle proprie mani, di fronte al concreto pericolo che la riforma agraria, eternamente promessa e sempre negata, diventi finalmente realtà sotto il governo Lula, sono passati all'offensiva. E il bilancio è già di circa 60 lavoratori uccisi solo nell'ultimo anno. Non che il presidente abbia finora fatto chissà che al riguardo, ma i senza terra sono certi che, in tema di riforma agraria, Lula saprà imprimere una nuova direzione al futuro del Paese. Di certo, è in particolare proprio su questo campo che si misurerà la capacità del suo governo di tenere fede alle promesse elettorali: come sottolinea uno studio presentato al Consiglio permanente della Cnbb (la Conferenza dei vescovi del Brasile), il Piano nazionale della riforma agraria, preparato da una équipe di tecnici coordinata da Plinio Arruda Sampaio (professore all'Università Cattolica di San Paolo, intellettuale tra i più prestigiosi in Brasile) e consegnato recentemente al governo, "sarà certamente un test decisivo, perché, definendo la posizione del governo in relazione a una riforma veramente strutturale, provocherà la reazione dei movimenti sociali e dei settori storicamente privilegiati".
Di seguito l'intervista concessa ad Adista da Celso Anghinoni.

Come è avvenuto il tuo ingresso nel Movimento dei senza terra?
Sono figlio di piccoli contadini. Ho potuto studiare solo fino alla quinta serie (la nostra quinta elementare, ndr), però ho ricevuto una buona formazione nella Chiesa. La mia militanza ha avuto inizio proprio nella pastorale della gioventù e poi nella Commissione pastorale della terra. Nel 1980 mi sono impegnato soprattutto nel caso della grande diga idroelettrica di Itaipù, a fianco di chi lottava perché le famiglie espropriate ricevessero un giusto compenso. L'indennizzo pagato dal governo, per di più con dieci anni di ritardo, era tale che il denaro che prima serviva per comprare 20 ettari di terra ora bastava appena per un ettaro. Cominciò così la grande mobilitazione degli espropriati di Itaipù, sostenuta dalla Chiesa cattolica, dalla Chiesa luterana e da alcuni sindacati, quelli che non si erano lasciati intimidire dalla dittatura militare. La lotta durò due anni e si concluse con la nostra vittoria. Ma questa fu solo la prima fase. Perché in realtà erano stati indennizzati solo quelli che possedevano la terra, non gli altri lavoratori, come gli stagionali: più di 1.800 famiglie che avevano perso la loro fonte di reddito. Iniziò così una nuova fase, che vide Chiesa e sindacati impegnati ad organizzare anche questo settore. Ma la notizia di questa mobilitazione si diffuse coinvolgendo anche altra gente che non era vincolata ad Itaipù e da qui nacque l'idea di dare vita ad un movimento che lottasse per la terra. Nell'81 si erano già formati vari gruppi in alcuni municipi, a cui venne dato il nome di Mastro, movimento degli agricoltori senza terra dell'est del Paranà, il primo gruppo organizzato di senza terra del Brasile. In due-tre anni, in molte regioni soprattutto del Sud del Brasile, ma anche del Centro-est e in alcuni punti del Nordest, si crearono vari altri gruppi, finché, nell'84, dal 19 al 24 gennaio, non si riunirono tutti insieme, rinunciando ognuno alla propria sigla per prendere l'unico nome di Mst, Movimento dei Senza Terra.

E qual è stata la tua esperienza in Paraná, sotto il repressivo governo Lerner?
L'organizzazione si sviluppò molto in Paranà. Ma il governo, i deputati, i senatori sono in grande maggioranza latifondisti, e in Paranà la situazione non è differente. Un gruppo di deputati legati al latifondo cominciò dunque a esercitare pressioni sul governo Lerner affinché liquidasse il movimento. La regione in cui il Mst era più forte era Querencia do Norte. La violenza c'è stata in tutto il Brasile (dall'85 al 2003 si sono registrati circa 1280 omicidi), ma a Querencia do Norte la particolarità è stato il modo in cui si sono manifestate la violenza e la repressione. Prima dell'ondata repressiva, partecipammo ad un grande incontro voluto dalla Segreteria per la sicurezza pubblica con tutti i gruppi (più di 80) delle aree di insediamento e accampamento della nostra regione. Mancavano solo il presidente della Repubblica e il governo dello Stato, per il resto c'erano tutti: ministri, vertici della polizia, il presidente dell'Incra (l'Istituto per la riforma agraria), il segretario di sicurezza dello Stato, ecc. Parlarono per tre ore. Per tre ore sviscerarono la questione della legge. La legge di qua, la legge di là. Tutto quello che stavamo facendo era per loro fuorilegge. Tutto. Quello che non immaginavano era che noi fossimo preparati a rispondere per le rime. Prendemmo la Costituzione federale, la aprimmo all'articolo 5, che dice che ogni persona ha diritto a un lavoro giusto, alla salute, all'abitazione, all'alimentazione. E chiedemmo loro: "Questa è la legge, e non siamo noi ad averla fatta. Che percentuale del popolo brasiliano usufruisce di questi diritti garantiti per legge?". Aprimmo la Costituzione all'art. 184, che dice che ogni terra che non compie la sua funzione sociale deve essere espropriata. E noi domandammo: "quanta terra qui in Paranà compie la sua funzione sociale?". Uscirono dalla riunione dicendo: a Querencia do Norte non c'è altro rimedio che quello della polizia.

E cosa avvenne?
Ci fu una escalation di violenza, in cui non è possibile distinguere tra i diversi attori, perché è tutto relazionato: i fazendeiros, lo Stato, la polizia e la giustizia. Il primo a morire fu Sebasti㣀o Camargo Filho, poi Setimo Garibaldi, mio fratello Eduardo, che uccisero al mio posto pensando che fossi io, e Sebasti㣀o de Maia. Lerner portò nella nostra regione tutto quello che c'era di più moderno nella polizia civile e militare dello Stato. Chi conosce un po' la storia del Brasile sa che neppure durante la dittatura militare si registrò una sola operazione militare nella forma in cui fu eseguita da noi, con una presenza da 2 a 3mila poliziotti per sei mesi. Iniziò così una persecuzione sistematica, che non aveva neppure bisogno di mandati di arresto, perché bastava la lista compilata dai fazendeiros, in cui c'erano i nomi di tutti i coordinatori dei gruppi della nostra regione. Quelli che non riuscirono a nascondersi o a fuggire furono catturati (in quei sei mesi furono 162 le persone arrestate). Ho visto mio fratello morire tra le mie braccia, a casa mia, sapendo che dovevo essere io al suo posto. E dopo 20 giorni, con quel peso terribile che avevo dentro, fui costretto a fuggire. Rimasi 90 giorni fuori casa, senza poter dare notizie di me, perché tutto era controllato: i telefoni, ogni entrata e ogni uscita, ogni angolo. Questa fu la maggiore ondata di violenza.

I responsabili dell'omicidio di tuo fratello sono stati puniti?
Un vicino aveva visto l'assassinio di mio fratello e, sulla base del suo identikit, è stato arrestato Jair Firmino Borracha, un noto pistolero della regione. Una perizia dimostrò pure che il proiettile che aveva ucciso Eduardo era stato sparato dalla pistola di Firmino. Ma i latifondisti reclutarono quattro testimoni a suo favore. Il primo disse che non poteva essere stato lui ad aver ucciso mio fratello, perché lo aveva incontrato il giorno dell'omicidio in un certo posto ad una certa ora. Il secondo disse di averlo visto mezz'ora più tardi al ristorante. E così via. Che memoria incredibile che dovevano avere quei testimoni per ricordarsi a distanza di tempo il luogo e l'ora precisa in cui avevano visto il pistolero!

E ora la situazione è migliorata in Paraná?
Grazie all'appoggio che abbiamo ricevuto sia dall'interno del Brasile che dall'estero, si è riusciti a frenare questa ondata di violenza. E alle ultime elezioni il partito di Lerner ha preso meno del 13% dei voti, anche se poi i deputati sanno riciclarsi al momento giusto, ripresentandosi in altri partiti e creando così confusione nel popolo. Solo nella nostra regione sono state sgomberate più di 1600 famiglie di 44 aree. Ma ora la situazione è tornata normale e tutte queste famiglie hanno ripreso ad accamparsi, mosse dalla speranza che il governo Lula saprà risolvere la loro situazione.

Come si svolge adesso la tua vita?
Con l'assassinio di mio fratello e la persecuzione sistematica del governo contro i leader del movimento ho dovuto pensare di più alla mia famiglia. Ora lavoro a livello più locale, nella cooperativa degli insediati della mia regione: i compiti che svolgevo io adesso li porta avanti una persona più giovane e più libera da impegni familiari. E io l'aiuto lavorando la sua terra per consentirgli di viaggiare, come gli altri sostenevano me prima, rendendo possibili le mie uscite.

Iniziative come il Tribunale internazionale sui crimini del latifondo che si è svolto a Belem, in Parà, servono a migliorare la situazione?
Sono di estrema importanza, perché hanno ripercussione internazionale e quindi spaventano e inibiscono azioni di violenza. E permettono anche di non dimenticare i crimini barbari che sono avvenuti. In Parà la giustizia aveva archiviato il caso della strage di Eldorado de Carajas, e se non fosse stato per le proteste internazionali, la sentenza di assoluzione non sarebbe mai stata annullata. Ed è stato proprio a partire dal Tribunale realizzato in Paranà contro l'azione repressiva di Jaime Lerner che la situazione ha cominciato a tornare alla normalità.

Perché con Lula il numero di accampamenti in tutto il Paese è quadruplicato?
La gente ha intensificato la lotta perché è tornata a sperare. All'inizio di gennaio, in Brasile vi erano circa 35mila famiglie accampate, poi c'è stata un'esplosione generalizzata di accampamenti proprio nella convinzione che Lula farà qualcosa. Oggi vi sono 130mila famiglie accampate. D'altro lato la violenza è cresciuta: quest'anno sono già state assassinate circa 60 persone. La colpa, però, non è di Lula, ma di questa destra assassina dei latifondisti, che hanno ancora il controllo dello Stato e la maggioranza nel Congresso. E che hanno paura di Lula. La violenza è aumentata perché la destra ha timore ed allora agisce più violentemente.

Finora cosa ha fatto il governo Lula in relazione alla riforma agraria?
Molto poco. Però si sta riunendo con i movimenti in maniera sistematica allo scopo di elaborare una proposta per il futuro e destinare risorse per la sua realizzazione: cosa che non ha fatto il governo precedente, per il quale la riforma agraria non era certo una priorità. Per l'anno che viene c'è una proposta per insediare da 800mila a un milione di famiglie. Noi continuiamo a mobilitarci. Ma non per opporci a Lula, bensì per aiutarlo a contrastare le pressioni da destra e per mostrare ai latifondisti che noi non ci fermeremo. E che non accettiamo il condizionamento di alcun partito sulla nostra organizzazione. Tempo fa, il movimento ha avuto un incontro cordialissimo con Lula, durante il quale il presidente ha indossato un berretto del Mst. È successo un finimondo. C'è stata una polemica interminabile e solo perché Lula ha indossato un berretto del Mst!

Gli intellettuali di sinistra hanno rivolto varie critiche al presidente. Ma il popolo ha ancora fiducia in lui?
Sì. Lula non nasce ora, ha un lungo cammino di militanza alle sue spalle e sa dove vuole andare. È vero che è assediato da persone contrarie al suo progetto, ma noi abbiamo fiducia in lui.

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