Bolivia: Indios in marcia in difesa della Terra Madre

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La marcia degli Indios - Foto: ©FrontiereNews.it

Cinquecento chilometri, a piedi, da Trinidad, capitale del dipartimento del Beni, a La Paz, capitale dello stato boliviano. Il tutto in un mese. Vi partecipano i Moxeno, gli Yuracare, i Chiman, gli Aymara ed i Quechua assieme. Sono le tribù ancestrali che abitano, da secoli, le rigogliose foreste vergini del parco nazionale del Tipnis (letteralmente: Territorio Indigena y Parque Nacional Isiboro Segure, la più grande riserva naturale dell’intera Bolivia) e le zone limitrofe, praticando la caccia, la pesca e l’agricoltura.

Scopo della marcia, che si protrae senza sosta dallo scorso 15 di agosto, è la ferma opposizione alla costruzione della mega autostrada di 366 chilometri che, come uno squarcio, attraverserà un lungo tratto di foresta nella zona tra Cochabamba e San Ignazio di Moxos. Un vero è proprio oggetto della discordia, che la protesta Indios era già riuscito a fermare l’anno scorso ma che oggi si trova in cima all’agenda politica del governo del Presidente Evo Morales.

Secondo le tribù autoctone, la costruzione dell’arteria stradale, finanziata dalla BNDES (la Banca Brasiliana per lo Sviluppo Economico e Sociale, uno dei maggiori investitori in opere di infrastruttura in America Latina ed in Africa) è una violazione dei loro diritti in quanto abitanti originari delle foreste vergini, nonché una minaccia alla ricchezza e alla biodiversità delle loro terre, che soffrirebbero di deforestazione, inquinamento delle falde acquifere e riduzione del patrimonio eco sistemico.

Per il Governo boliviano, l’infrastruttura sarebbe invece un trampolino di lancio per l’economia del paese, tra i più poveri di tutto il continente, perché una nuova via di comunicazione consentirebbe di aprire un canale commerciale tra i centri di Trinidad e Cochambamba e il Brasile (da cui l’interesse dello stesso Brasile a finanziare il progetto). Inoltre, la costruzione dell’autostrada aprirebbe le porte all’ingresso delle grandi compagnie petrolifere, a caccia di guadagni sostanziosi in una zona assai ricca di oro nero. Quest’ultimo rappresenta una delle maggiori fonti d’ossigeno per le casse dello stato, in un periodo in cui l’economia locale sta facendo fatica a tenere il passo con la crescita della maggior parte degli altri paesi dell’America Latina.

Per le tribù indigene, la decisione del governo è un autentico colpo al cuore, poiché il via libera ai lavori è stato permesso da quell’Evo Morales simbolo dei diritti delle minoranze etniche, in particolare quelle indios, in tutto il continente sudamericano. Primo presidente indios eletto nella storia della Bolivia, la sua presidenza avrebbe dovuto significare l’occasione del tanto aspettato riscatto da parte delle minoranze, dopo una intera storia di discriminazione e diritti negati. Le terre interessate dal passaggio dell’autostrada, il cui progetto è stato approvato pur in assenza di uno studio di impatto ambientale, sono proprio quelle abitate dai gruppi indigeni, le cosiddette “Tierras Comunitarias de Origen” (TCO); ce ne sono 84 in tutto il paese e sono state istituite negli anni novanta proprio in difesa dei diritti delle popolazioni che da sempre le abitano.

La rivendicazione più grande avanzata dai rappresentanti delle tribù, oggi in marcia verso La Paz, è quella di incostituzionalità da parte del Presidente Morales, poiché la costituzione prevede espressamente l’obbligo di consulta delle popolazioni autoctone prima della costruzione di qualsivoglia infrastruttura che interessi le terre da queste ultime abitate. Questo perché la legge dello stato riconosce ai nativi la proprietà legale della terra in cui vivono. E proprio questa specifica previsione ha fatto della costituzione boliviana, almeno sulla carta, una delle più all’avanguardia nel riconoscimento dei diritti delle minoranza etniche. Ciò rappresenta dunque, agli occhi delle tribù ancestrali, un vero tradimento alla Pachamama, la Terra Madre boliviana, come ricordato dalle parole di mons.Tito Solari Cappellari, arcivescovo di Cochabamba: “Ci sono indigeni che hanno la loro voce, il loro territorio, un diritto riconosciuto dalla Costituzione”. Come se non bastasse, la decisione di investire in questa di via di comunicazione segue a ruota l’apertura da parte del governo all’introduzione nel paese degli organismi geneticamente modificati (ogm), scatenando la protesta delle maggiori associazioni ambientaliste e di piccoli contadini e produttori.

A livello nazionale, la CIDOB (Confederación de Pueblos Indigenas de Bolivia) è una delle maggiori organizzazioni attive in difesa dei diritti dei popoli indigeni. Una delegazione di indios boliviani ha recentemente partecipato, assieme a delegazioni provenienti da Ecuador, Perù, Brasile, Venezuela, Colombia e altre, al primo Forum Regionale Amazzonico a Manaus, in Brasile per discutere di crisi ambientale e cambio climatico. Il tutto ad un anno dall’inaugurazione, sempre in Brasile, del summit mondiale Rio+20, sullo sviluppo sostenibile ed i problemi legati al surriscaldamento globale.

Andrea Dalla Palma
(Inviato di Unimondo)

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