Australia oversize

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Australia, il trionfo del junk food – Foto: smh.com.au

Il 63 percento degli australiani è in sovrappeso o obeso. Lo ha rilevato un recente studio sulla salute condotto dal centro nazionale di statistica (Australian Bureau of Statistics). Si tratta di un trend in costante aumento: nel 1995 gli oversize erano il 56 percento e nel 2007 il 61. In diciassette anni l’australiano medio è ingrassato circa 4 chili. Oggi l’Australia si aggiudica il quinto posto per numero di obesi, dopo Stati Uniti, Messico, Nuova Zelanda e Cile. Il problema è più diffuso tra i maschi: il 70 percento pesa più di quanto dovrebbe, contro il 56 percento della popolazione femminile. Allarmanti i dati sui bambini. 138 mila tra i due e i quattro anni di età sono obesi, e per uno su cinque l’ago della bilancia sale qualche tacca in più del dovuto. Sarà in parte perché crescendo in un paese dove il fast food è un’industria da 16 miliardi di dollari si impara che all’ora dei pasti la parola magica è take-away? Sebbene da qualche anno il programma televisivo Master Chef tenga incollati allo schermo circa un milione e mezzo di telespettatori, secondo commissionata da Weight Watchers, sei giovani su dieci pensano che scaldare delle crocchette di pollo significhi cucinare.

Dallo studio dell’ABS emergono anche alcune tendenze incoraggianti. Se infatti gli obesi aumentano, diminuiscono i fumatori: negli ultimi quattro anni sono il 3 percento in meno. In calo anche il consumo di alcol che però resta ancora alto: il 19 percento della popolazione beve più di due drink al giorno. Se per fumo e alcol gli australiani sembrano adottare abitudini più salutari, quando si tratta di alimentazione la musica cambia. Solo il 5,6 percento della popolazione consuma giornalmente una quantità adeguata di frutta e verdura. Del resto, davanti ai prezzi proibitivi di un pacchetto di bionde (circa 12 dollari) e di una birra al bar (7 dollari) non è poi così difficile rinunciare a farsi del male. Al contrario, al supermercato i prezzi sembrano attirare il carrello della spesa verso gli scaffali meno consigliati, lontano dal banco della frutta e della verdura. Giusto per avere un’idea: un pasto a base di lattuga, mezzo chilo di pomodori e un cetriolo costa almeno 5 dollari, lo stesso prezzo di sei salsicce. Per merenda: due mango per 6 dollari, il doppio di una confezione di biscotti ricoperti al cioccolato. Se nel frigorifero si vuole un litro e mezzo di pura spremuta di arance, si deve spendere 5 dollari, quando per un dollaro in meno ci si porta a casa una bottiglia da 3 litri di bevanda zuccherata con il 25 percento di frutta ricostruita.

Questi sono i prezzi di un supermercato di Brisbane. Il divario tra cibo sano e il cosiddetto “junk food” si fa ancora più evidente nell’outback, dove oltretutto frutta e verdura fresca non sono sempre reperibili. Non c’è da stupirsi, dunque, se il problema obesità, così come il diabete, affligge più le comunità aborigene che vivono in zone isolate e in condizioni economiche e sociali più svantaggiate, del resto degli australiani.

Mentre la fotografia dell’obesità che emerge dal rapporto dell’ABS è facilmente intuibile osservando corpi, carrelli della spesa, barbecue domenicali e la facilità con cui si possa “grab some food” (afferrare al volo del cibo), sorprende il dato sull’attività fisica degli australiani. A quanto pare, nonostante le piste ciclabili siano affollatissime di impiegati che scelgono un mezzo “healthy” e ”green” per andare al lavoro e che la corsetta delle cinque del mattino sia un hobby abbastanza diffuso, il 67 percento degli intervistati dichiara di non aver fatto alcuna o pochissima attività fisica nella settimana precedente la rilevazione.

Daniela Bandelli

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