Artifishal, o della pesca che ci uccide

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La strada verso l'estinzione è lastricata di buone intenzioni.

Quando nella newsletter che ricevo leggo queste parole non posso che rimanerne colpita, incuriosita. C’è qualcosa che stride in questa frase, e che pure è familiare: il confine incerto tra il bene e il male, tra il giusto e lo sbagliato. Tra ciò che si desidera e i risultati che si ottengono.

Protagonisti: i pesci degli allevamenti ittici europei, in particolare di Islanda, Norvegia, Scozia e Irlanda, ai cui membri dei rispettivi Governi e Parlamenti è rivolta una petizione urgente. Cosa si chiede? L’imposizione di un divieto a decorrenza immediata all’apertura di nuovi allevamenti in mare aperto, contestualmente a un impegno per l’eliminazione di quelli già esistenti.

Le ragioni potrebbero essere riassunte con la richiesta, apparentemente riconducibile a un animalismo semplice e tout court, di porre un freno alla distruzione di specie di pesci selvaggi e dei loro ecosistemi, provocata dall’allevamento intensivo di salmoni in recinti ittici costruiti in mare. In realtà, le motivazioni che hanno spinto Patagonia, noto brand di abbigliamento e attrezzatura sportiva impegnato a difesa dell’ambiente e in politiche aziendali volte a preservare una filiera sostenibile, sono radicate in uno spettro più ampio di riflessioni e stakeholder. Tra questi, supporter come North Atlantic Salmon Fund IcelandRedd Villaksen - Norwegian Wild Salmon AllianceSalmon and Trout Conservation Scotland e Salmon Watch Ireland. Ma tra i promotori della campagna ci sono anche gli stessi pescatori, quelli che riconoscono l'importanza del pesce selvaggio e nella sua tutela vedono l’unico modo per garantire opportunità di pesca alle generazioni future. Sono quelli che non sono soltanto appassionati, ma anche contribuenti, non dimentichiamolo, costernati per l'uso improprio del denaro pubblico, sprecato in un sistema che non solo non funziona, ma che, beffato dall’evidenza, contribuisce al problema stesso che dichiara di risolvere.

La situazione attuale ma precaria, nei Paesi del Nord Europa, è quella di una distesa di fiordi incontaminati che ospitano una miriade impressionante di specie marine: in poche parole… biodiversità, futuro, valore. Uno scenario seriamente minacciato dall'espansione di enormi allevamenti di salmoni, che compromettono i fragili ecosistemi costieri di Islanda, Norvegia, Scozia e Irlanda, dove già le conseguenze di questa industria in crescita hanno impatti preoccupantiGli allevamenti intensivi, sopra e sotto il mare, sono luoghi innaturali il cui scopo è la massima quantità in tempi e spazi ridotti al minimo: tanti capi, poco tempo, crescita accelerata per risultati numericamente superiori ma qualitativamente (ed eticamente) discutibili. Nel caso dei salmoni allevati in gabbie di rete aperte, malattie, parassiti e inquinamento si riversano in maniera incontrollata in mare, provocando migrazioni premature delle specie che condividono quelle acque, nonché ferite e infezioni. E questo, se non impietosisce gli animi più duri, dovrebbe quantomeno accendere la lampadina sul fatto che quegli animi non animalisti, alla fine della filiera, quel pesce infetto finiranno per mangiarlo.

Eppure, i governi di questi Paesi potrebbero consentire ulteriormente alle principali aziende di acquacoltura del mondo di allevare grandi quantità di salmone proprio utilizzando queste tecniche. A queste latitudini, l’allevamento del salmone in reti aperte è gestito da colossi industriali ed esercita un potere simile a quello dell'industria petrolifera. Gruppi di attivisti locali continuano a opporsi a che ciò avvenga, ma da soli non ce la fanno. Ed è anche giusto che non siano lasciati soli, perché quel mare esporta il suo pesce oltre i confini nazionali: ecco perché è fondamentale il supporto di tutti i cittadini europei a difesa non solo del salmone selvaggio dell'Atlantico, ma anche della trota di mare, da cui dipendono molte comunità costiere e fluviali.

Per sostenerne la battaglia è nato Artifishal, film della Liars&Thieves! in uscita in questi giorni, che mette in luce la relazione tra elevato costo dei vivai, conseguenze degli allevamenti ittici sugli ecosistemi che li ospitano loro malgrado e arroganza dell'uomo. Il solo trailer dice molto più di ogni parola spesa a difendere gli ecosistemi. 

Quale il loro costo? Quale il loro valore?

Un pensiero a proteggerli forse dovremmo davvero farlo anche noi, non fosse altro che come consumatori del pesce che inconsapevolmente acquistiamo e mangiamo senza porci domande troppo scomode. E se abbiamo optato per la scelta alimentare e morale di non cibarcene, non siamo comunque esenti da responsabilità, in quanto cittadini preoccupati per il futuro del nostro Pianeta. Vivai e allevamenti ittici sono, senza mezzi termini, espressione di una tendenza inquietante: ignorare intenzionalmente la scienza e l’evidenza, a vantaggio di una pura convenienza politica ed economica e della supponenza tutta umana di farsi manipolatori dell’evoluzione, della selezione naturale, dei ritmi della vita di cui modifichiamo irrimediabilmente il destino.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale. Collabora regolarmente con realtà che si occupano in particolare di divulgazione ambientale, aree protette e sviluppo sostenibile.

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