Architutti: architetti libera tutti

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Immagine: Architutti.it

“Non si può pensare un’architettura senza pensare alla gente” è uno dei motti dell’architetto Richard Rogers che un gruppo di ragazze ha scelto per definire il proprio lavoro e la voglia di costruire spazi progettati attorno alle misure delle persone. Di tutte le persone. Nasce così nella primavera 2017 l’esperienza di Architutti con “l’intento - ci scrivono - di diffondere, raccontare e spiegare che cosa vuol dire essere un architetto per tutti, che progetta per le persone, che non applica in modo sterile una normativa, ma attiva una sensibilità profonda e ripensa il progetto con un approccio inclusivo e olistico”. Abbiamo provato a capire chi sono e perché in un mondo di “Archistar” soliste c’è qualcuno che da grande ha voluto far parte di un gruppo di “Architutti” che pensano alla libertà come ad una forma di accessibilità.

Prima di tutto complimenti! Il 17 dicembre l’idea di Chiara Dallaserra e Francesca Bulletti di Archituttisquadra di architetti tutta al femminile, ha vinto il concorso di idee “Includi…Amo”.

Grazie! La nostra proposta per una Scuola inclusiva è piaciuta alla giuria di questo concorso di idee organizzato dalla direzione didattica Paolo Vetri di Ragusa, capofila della Rete provinciale per l’inclusione, che ha deciso di premiare il nostro “kit per il restyling inclusivo”. Abbiamo pensato che fosse utile fornire degli strumenti per intervenire opportunamente, ma con semplicità, sul patrimonio edilizio esistente. Il nostro kit raccoglie una serie di elementi semplici da mettere in opera e non invasivi con cui rendere più inclusivo e accessibile qualsiasi tipo aula di scuola d’infanzia. Ogni pezzo che abbiamo proposto ha uno spirito giocoso, invita il bambino ad interagire per comporlo e stimola l'utilizzo di più sensi. L’idea prevede porte sensoriali da toccare, per consentire anche ai bambini con difficoltà visive di capire in quale aula stanno entrando; pareti forate che posso diventare un grande tavolo da gioco verticale; finestre con una cornice larga su cui tutti i bambini, anche quelli con difficoltà motorie, possono sedersi comodamente per ammirare il paesaggio; armadietti con maniglie intercambiabili che comunicano il loro contenuto; pavimenti modulari che individuano delle aree funzionali e permettono di allestire l’aula a seconda delle esigenze. Infine la tana, un gioco costituito da quattro pannelli in legno uniti da tre cerniere che possono formare una casetta o un tunnel adatto a tutti, ma utile, ad esempio, per i bambini con autismo che possono aver bisogno di un luogo tranquillo, lontano dagli altri.

Cosa vi unisce?

Prima di tutto ci unisce una convinzione: ogni luogo, ogni ambiente ha significato e si determina in base alle persone che lo abitano. Ci unisce la passione per i racconti di queste persone, la volontà di immaginare le loro vite e di trovare le migliori soluzioni per progettare uno spazio accogliente. Ci unisce un percorso di formazione e specializzazione in Universal Design presso l'Istituto Europeo di Design di Venezia. Ci separano per buona parte dell’anno diverse centinaia di chilometri, ma gli architutti sono così, sparsi per l’Italia, hanno diversi accenti, tanti interessi e un grandissimo obiettivo comune. Siamo architetti ed è il nostro potere e la nostra responsabilità rendere fruibile uno spazio al maggior numero di persone.

Come è nata l’idea di Architutti?

Per alcuni anni, dopo la formazione in Universal Design, i momenti in cui ci incontravamo peregrinando per l'Italia in cerca di convegni e conferenze di settore, sono stati occasione di condivisione, scambio e confronto. Ogni volta rientravamo a casa con un nuovo entusiasmo, nuovi spunti per la quotidianità della professione, nuovi contatti e sempre più convinte che il modo in cui volevamo fare architettura fosse effettivamente possibile. La naturale prosecuzione è stata di costruire (siamo pur sempre architetti!) un contenitore in cui condividere questi spunti attraverso il racconto di progetti e la buona cultura sulla progettazione inclusiva. Il nome perfetto per questo contenitore lo ha trovato Francesca e ci è subito piaciuto!

Cosa vuol dire per voi progettare pensando alle persone?

Progettare pensando alle persone può significare tante cose, ma ha un unico e importante punto di partenza: l’ascolto. Se siamo capaci di lasciarci trasportare dall’utente a comprendere le sue reali  necessità e i suoi bisogni allora progettare per tutti diventa un percorso lineare. Alla base dell'Universal Design, del Design for All, dell'Inclusive Design c'è sempre l'assunto che progettare per tutti significa concepire ambienti, sistemi, prodotti e servizi che siano di per sé fruibili e usabili in modo autonomo da ogni persona, indipendentemente da età, capacità, condizione sociale, etc. al di là dell'eventuale presenza di una condizione (permanente o temporanea) di disabilità.

Il senso della nostra professione è capire le esigenze di una persona e riuscire a trasformarle in soluzioni per un ambiente, in qualcosa di adatto e adattabile, in uno spazio che accoglie e aiuta invece di creare barriere e difficoltà. È così che l'architettura si pensa, ascoltando la 'gente' che la vive. 

Dalla crescente attenzione e sensibilità alla qualità della vita e alla vivibilità dell'ambiente deriva il superamento concettuale di un’idea di barriera architettonica come problema esclusivo della persona con disabilità, a favore di una concezione eco sistemica più attenta alle esigenze di tutti. In questo senso l'approccio che noi proponiamo al “progetto per tutte le persone” tiene conto dei moltissimi aspetti legati ai bisogni specifici, agli interessi, alla sicurezza,...ma non in sommatoria, in un sistema organico e integrato, sintesi e mediazione di vari momenti di analisi progettuale.

La normativa, in tema di barriere architettoniche, scopro sfogliando il vostro sito, è piuttosto ricca e, al contrario di quanto si pensi,  affonda le sue radici già negli anni ’70. Com’è cambiata nel tempo la sensibilità e il linguaggio su questi temi in architettura?

I primi documenti normativi che fanno riferimento alle “barriere architettoniche” risalgono, sia in Europa che negli Stati Uniti, a periodi post conflitto, quando si presentò la questione degli invalidi di guerra. In Italia, dagli anni '70, l'apparato legislativo è stato arricchito e completato per i diversi ambiti di intervento, ma non sono stati fatti enormi passi avanti, considerando che le principali normative attualmente in vigore risalgono agli anni ’80 (Legge 13/1989 e il relativo regolamento di attuazione DM 236/1989). Ma non è tanto la legge in sé ad essere obsoleta, quanto piuttosto la sua applicazione e comprensione. Purtroppo i tecnici troppo spesso applicano in senso letterale la norma, “incollando” sopra ad un progetto da autorizzare alcune prescrizioni richieste dagli organi di controllo, senza considerare invece il grado di fruibilità e di vivibilità uno degli aspetti fondanti un progetto fin dalle fasi preliminari. Quello che manca è la capacità di porsi le giuste domande, consultando poi i relativi spunti prestazionali nelle diverse normative: la struttura risponde alla relazione della persona con l'ambiente? È veramente utilizzabile in autonomia e sicurezza da persone con esigenze diverse e specifiche? Trasformando cosi le risposte in temi di riflessione e sfide progettuali per la ricerca della soluzione spaziale ottimale, superando così la visione dell'accessibilità come aspetto di limitazione della bellezza e della qualità architettonica e il pregiudizio sulla rigidità delle norme stesse.

Nell'ambito socio-sanitario negli ultimi decenni abbiamo assistito ad un'importante evoluzione, espressa con la pubblicazione nel 2001 da parte dell'Organizzazione Mondiale della Sanità dell'ICF - Classificazione Internazionale del Funzionamento, Disabilità e Salute, che fornisce un’ampia analisi dello stato di salute degli individui. Con l'ICF si introduce il concetto innovativo di correlazione fra salute dell'individuo e ambiente, arrivando fino alla definizione di disabilità, intesa come una condizione di salute in un contesto socio-ambientale sfavorevole.

Nel settore tecnico invece si sta costruendo molto lentamente la consapevolezza che anche l'ostilità e il disagio degli spazi sono responsabili della non-abilità delle persone, che l'ambiente stesso può essere disabilitante e che quindi la vivibilità e il benessere ambientale sono responsabilità anche del progettista.

Spesso è utile per capire un fenomeno andare per esclusione. Cosa non è per voi l’architettura accessibile?

L'architettura ignorante. L'oggetto che ignora il suo stesso scopo, che risponde ad una domanda sbagliata. E l'architettura pigra: quella fatta di fretta, in cui non ci si è presi il tempo di sviluppare un progetto organico, dove coesistano l'aspetto economico, funzionale ed estetico, dove si cerchi di ottimizzare le risorse ambientali rispondendo ad un bisogno attuale con occhio lungimirante.

Ad esempio non è accessibile un ponte veneziano nuovissimo, costosissimo, ma pericoloso perché non si distinguono tra loro i gradini e la pavimentazione è scivolosa; non è accessibile uno sportello Atm troppo alto per le persone piccole o sedute che non arrivano a leggere il monitor e che quindi semplicemente si rivolgeranno ad un'altra banca; non è accessibile una scritta gialla su sfondo bianco.

Inoltre non è accessibile lo spazio che crea discriminazione, come un banco separato per un bambino con autismo in un'aula di scuola: accessibilità e inclusività si riferiscono prima di tutto ad un'attitudine verso la nostra società, di cui la progettazione architettonica e il design non sono che alcune delle possibili e auspicabili espressioni.

In un recente libro “Nessuno può volare” edito da Feltrinelli, Simonetta Agnello Hornby affronta in modo leggero e profondo il tema della disabilità e lo fa insieme con il figlio George, che da anni vive su una sedia a rotelle per una sclerosi multipla progressiva. In una delle sue recenti presentazioni, appena preso il microfono in mano, la Hornby senza troppi preamboli ha voluto lanciare l’appello per una campagna a favore dei gabinetti pubblici. Dobbiamo quindi partire dal gabinetto per parlare di accessibilità, adattabilità e visitabilità?

Parlando di accessibilità si finisce sempre a parlare di gabinetto! Sarebbe interessante superare questo binomio che nei decenni ha creato un'iconografia del “bagno disabili” davvero tremenda, un sunto dei migliori strafalcioni architettonici, una vera barriera mentale verso il tema dell'accessibilità, che relega peraltro la disciplina ad una sfera meramente fisiologica, ignorandone gli aspetti culturali e ideologici.

D'altra parte, però, il bagno è l'ambiente architettonico che presenta maggiori barriere, principalmente perché è il luogo di cui davvero tutti prima o poi hanno bisogno e in cui tutti vorrebbero avere il massimo grado di intimità ed autonomia. Proprio per questo motivo, nel progetto di un servizio accessibile, non dovrebbe essere cosi difficile usare l'immaginazione e simulare la ritualità della pratica (lo facciamo tutti!) per prevedere delle soluzioni che rendano l'operazione fattibile, se non addirittura comoda: ad esempio il pulsante dello sciacquone si colloca in basso, in una posizione esterna e raggiungibile, non per un vezzo del normatore, ma perché una persona seduta altrimenti non potrebbe azionarlo, con tutto il fastidio e l'imbarazzo (e il puzzo) che ne può conseguire!

Il mondo occidentale odierno, dal punto di vista architettonico, è il miglior mondo possibile per un una persona con disabilità?

Esistono luoghi che consentono di essere o non essere persone autonome e libere. Ma soprattutto felici. Il luogo che preferiamo è sempre quello che ci fa stare meglio, in tutti i modi possibili. Quello dove ci possiamo muovere, dove possiamo uscire, lavorare, trascorrere il tempo libero facendo ciò che vogliamo… Se il mondo occidentale sia il miglior posto possibile? Di sicuro dopo il 2006 gli stati che hanno adottato la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità si sono impegnati a conseguire l'accessibilità attraverso la progettazione universale. La Convenzione, adottata da 192 paesi, firmata da 126 e ratificata da 49, con i suoi 50 articoli rappresenta il primo grande trattato sui diritti umani del nuovo millennio. Essa riconduce la condizione di disabilità all’esistenza di barriere ambientali e sociali e impone agli Stati parte di eliminare tali ostacoli, introducendo il concetto di “Accomodamento ragionevole” (le modifiche e gli adattamenti necessari ed appropriati che non impongano un carico eccessivo, per assicurare alle persone con disabilità il godimento di un esercizio) e di “Progettazione universale”.

È un documento di grandissima importanza per la promozione di una nuova cultura riguardo alla condizione delle persone con disabilità e delle loro famiglie, che promuove i concetti cardine di dignità, autonomia individuale, eguaglianza, accessibilità, inclusione nella società, per assicurare alle persone con disabilità l'accesso all'ambiente fisico, ai trasporti, all'informazione e alla comunicazione e ad altri servizi aperti o pubblici, ai fine di consentire di vivere in maniera indipendente e di partecipare pienamente a tutti gli ambiti della vita.

Ho l’impressione che a determinare questo “miglior mondo possibile” non siano solo progetti isolati, ma un piano organico e coordinato che coinvolge le amministrazioni…

Un altro binomio: il contenuto e il contenitore. Non è possibile parlare di accessibilità isolandola dal contesto. Ogni azione per migliorare la fruibilità deve avere intorno un piano pensato e misurato, fatto di aspetti che determinano il contenuto, come attrattività, necessità, servizi offerti; e di aspetti che riguardano i contenitori, i luoghi, i collegamenti, le informazioni.

Pensiamo per esempio ad un bellissimo albergo accogliente, completamente privo di qualunque barriera: se non esistessero informazioni dettagliate ed adeguate sulle sue caratteristiche e su come raggiungerlo, mezzi pubblici attrezzati, marciapiedi percorribili o una rampa all’ingresso, tutta la fatica fatta per renderlo accessibile sarebbe stata vana, perché l'albergo sarebbe senza barriere, ma irraggiungibile. Ed inoltre quell'albergo lavorerà tanto più quanto l'offerta turistica del territorio risulti attrattiva anche per persone, in questo caso, con difficoltà motorie, che altrimenti non sarebbero motivate a pernottare proprio lì. L'accessibilità parte dalla grande scala, per arrivare al dettaglio e coinvolge tutti gli attori, pubblici e privati, che agiscono su un territorio. È una responsabilità delle Amministrazioni elaborare degli efficaci Piani di Eliminazione delle Barriere Architettoniche negli spazi pubblici (il PEBA come strumento di pianificazione esiste, purtroppo ce ne sono ancora pochi...), così come dei singoli privati, enti o associazioni promuovere l'accessibilità di spazi, servizi e cultura. L’Universal Design è qualcosa di complesso e composto che prevede una valutazione a 360° della vivibilità e utilizzabilità delle nostre città per renderle un luogo più adatto a tutti.

Ad ascoltarvi quello che mi sembra di capire è che voi non progettate spazi, ma luoghi che possono diventare possibilità e punti d’incontro proprio perché inclusivi.

Esatto. L'obiettivo ideale è che un luogo diventi interessante proprio per la storia delle persone che lo abitano. Di recente ci siamo occupate del progetto degli spazi esterni e interni di una fattoria sociale, una struttura immersa in un meraviglioso paesaggio trentino, ma dove è la presenza e il coinvolgimento delle persone con disabilità nella gestione della parte agricola di produzione e trasformazione dei prodotti ad essere il vero aspetto di attrazione. Ecco quindi che tema dell'accoglienza, nelle sue sfaccettature fisiche e umane, e della possibilità di mettere tutti i visitatori nella condizione di poter visitare il giardino dei sensi oppure di mangiare comodamente nell'agriturismo, è diventato il tema centrale del progetto. La vocazione inclusiva della struttura, una volta conclusa, contribuirà a rendere più seducente il luogo.

Tutti per una e una per Architutti?  Con quale impegno guardate al presente e al futuro vostro e della vostra architettura?

Essere un gruppo è la nostra forza, unire le nostre energie ci ha concesso di tradurre in professione la nostra passione. La condivisione di saperi ed esperienze (ovviamente diverse a seconda dei territori in cui siamo attive, che coprono mari e monti) è uno stimolo costante per formarci e crescere insieme in questo settore. In tema di accessibilità infatti c'è ancora tanto da dire, promuovendo buone pratiche e cultura, facendo ricerca e sperimentazione; e tanto da fare, iniziando sul serio ad immaginare universale, sia nelle nuove costruzioni, ma soprattutto nel recupero del patrimonio esistente, partendo dall'eliminazione dei piccoli scalini, fino al progetto di spazi multisensoriali. Cominciare con un'attenta analisi dei bisogni, con possibili momenti di consultazione pubblica, ipotizzare un uso facile, comodo, sicuro degli spazi, ricercare soluzioni ottimali, flessibili ed economiche... noi Architutti vogliamo progettare e costruire luoghi belli e che abilitano.

Che dire, grazie a Francesca Bulletti e Chiara Dallaserra di Architutti per i tanti spunti e le interessanti risposte. Dal vostro lavoro non solo emerge l’idea che non c’è libertà senza accessibilità, ma si capisce che la fragilità è una risorsa sociale (oltre che economica) che anche l’architettura ha l’obbligo di mostrare e valorizzare.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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