Amnesty a Lampedusa per la promozione dei diritti dei migranti

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A Lampedusa il 14 luglio sono arrivati in 75. Ma questa volta non si tratta di migranti, ma di attivisti e simpatizzanti di Amnesty International provenienti da 20 paesi, che fino ad oggi hanno animato il primo campeggio internazionale della ong. Dopo quellonazionale del luglio scorso, Amnesty ha deciso di ripetere e allargare questa esperienza di formazione, attivismo e solidarietà nella meravigliosa isola delle Pelagie con un’iniziativa che rappresenta un momento saliente dell’attivismo per la campagna dell’organizzazione in difesa dei diritti di migranti, richiedenti asilo e rifugiati in Europa, che si concentra sulle politiche di controllo dell’immigrazione alle frontiere da parte dei Paesi europei.

Lampedusa non è stata scelta a caso e non solo perché avamposto della “Fortezza Europa”. Nel 2011 questo pezzo di terra in mezzo al Mediterraneo è stato suo malgrado al centro, e vittima, di una risposta profondamente inadeguata alla crisi umanitaria in corso sulla sponda sud del Mare nostrum. Il sistema di accoglienza italiano è collassato con l’arrivo simultaneo di alcune migliaia di persone dalla Tunisia e dalla Libia (sarebbero state in tutto meno di 60.000 nell’anno), mentre Tunisia ed Egitto, alle prese con la loro “primavera araba”, si facevano carico di un numero almeno 10 volte superiore di persone in fuga dalla Libia.

“Lampedusa è così diventata il simbolo di come i paesi europei e l’Unione europea affrontano l’immigrazione in Europa - ha affermatoCarlotta Sami, direttrice generale di Amnesty International Italia - ed è proprio da qui, che Amnesty International ha trasmesso in questa settimana i propri messaggi di solidarietà e di rispetto per i diritti umani di migranti, richiedenti asilo e rifugiati”, con l’obiettivo di fare dei 75 giovani attivisti gli ambasciatori internazionali di una campagna di sensibilizzazione resa ancora più numerosa dalla contemporanea presenza del Lampedusa in Festival e di altre iniziative che vedono protagoniste associazioni nazionali come l’Arci, e locali come Alternativa Giovani, Askavusa e Legambiente

Il programma dell’edizione 2012 si è articolato in incontri, dibattiti, laboratori di approfondimento e di formazione, gestiti e realizzati da esperti di diritti umani, di comunicazione e di attivismo in Italia, ma quello che è rimasto nella mente di questi ragazzi impegnati in attività di formazione e mobilitazione è stato incontrare la popolazione e le associazioni locali che si occupano di ambiente e didiritti umani. I “campeggiatori dei diritti” hanno raccontato che, nonostante “l’emergenza”, chi la conosce bene sa “che i suoi abitanti sono stati e sono capaci di straordinari gesti di vicinanza nei confronti di quelli che a Lampedusa ci approdano, quando ci arrivano vivi, al termine di un viaggio che non avrebbero mai voluto fare, reso necessario dalla guerra, dalle persecuzioni politica e religiosa, dalla tortura”.

“Ora sappiamo - hanno spiegato i protagonisti del camp che durante questa settimana hanno condiviso l’esperienza dall’isola attraverso i principali social media, un blog e audiovisivi in versioni multilingue - che molti organi d’informazione, soprattutto televisivi, preferironodare l’idea che l’inferno si fosse improvvisamente materializzato al centro del Mediterraneo, col risultato che quella deformata rappresentazione della situazione di Lampedusa fece crollare la domanda turistica e compromise la stagione estiva. Rimasero nell’ombra i gesti di solidarietà, l’abitudine all’adattamento alle situazioni estreme da parte dei lampedusani, anche nei giorni in cui le persone provenienti dalla sponda sud del Mediterraneo erano di più della popolazione locale”. Soprattutto, finita l’estate, i lampedusani vennero ricacciati nell’ombra, “nel loro non essere telegenici, nella loro periferia estrema che non fa informazione: alle prese col prezzo abnorme del gasolio per i pescherecci, con l’assenza di un luogo dove partorire, con l’isolamento dovuto al maltempo o ai cavi della telefonia inservibili, perché ogni tanto vengono tranciati in fondo al mare. Problemi che non hanno origine né soluzione in Eritrea o in Somalia quanto, piuttosto, a Roma”.

“Molte volte ho immaginato Lampedusa - ha dichiarato Gintare Eidimtaite, assistente Asilo e migrazione dell’Ufficio Istituzioni europee di Amnesty International al termine di questa settimana - avevo visto le foto del posto, letto molti articoli e ho visto l’isola e la sua popolazione ritratte nei documentari. Mentre andavamo al campeggio, riconoscevo i posti. Ma non sapevo cosa aspettarmi dai lampedusani. Mi chiedevo se si sarebbero stancati dei turisti o se ci avrebbero accolti, come si rapportano all’Italia continentale e cosa fanno ogni giorno. […] La mia impressione, anche se limitata, è che i lampedusani percepiscono il tema della migrazione che tocca e attraversa la loro isola in un modo non drammatico, ma realistico. […] Ricordo che leggevo di un’isola sovraffollata e inondata, di abitanti esasperati che organizzavano proteste violente e occupavano il municipio e bloccavano il porto cercando di fermare l’afflusso. […] In realtà quest’isola è splendida! Non sono le spiagge belle e tranquille, ma sono i lampedusani, la loro genuinità, il loro calore e solidarietà che mi hanno incantato”. “Magari quelli che intraprendono il loro viaggio verso l’Europa potessero arrivare alla Porta d’Europa per vedere tutto questo, invece di essere respinti verso la detenzione e gli abusi in Libia”, ha concluso Eidimtaite.

Intanto, al Governo italiano, Amnesty chiede di mettere da parte gli accordi con la Libia. Nonostante le prove sostanziali e di pubblico dominio sul fatto che migranti, rifugiati e richiedenti asilo siano ancora soggetti a gravi abusi dei diritti umani in Libia, il 3 aprile 2012 l’Italia ha firmato un nuovo accordo sul controllo dell'immigrazione con questo paese. 

Amnesty International ha ripetutamente chiesto con un appello alle autorità italiane di rendere pubblico il contenuto dell'accordo, ma queste richieste non hanno avuto seguito, fino a quando il testo dell'accordo è trapelato sollevando profonde preoccupazioni. “L’Italia - infatti - continua a chiedere supporto alla Libia per fermare le partenze dei migranti e si impegna a fornire strumenti per i controlli delle frontiere libiche, chiudendo un occhio sullegravi violazioni che migranti e rifugiati subiscono in Libia. Gli accordi non contengono alcuna salvaguardia concreta per i diritti umani né meccanismi di protezione per richiedenti asilo e rifugiati”. 
 


Nel febbraio 2012 la prassi dei respingimenti in mare attuata in precedenza dall'Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti umani nel caso di Hirsi Jamaa e di altri rifugiati e il governo italiano si è pubblicamente impegnato a dare attuazione alla sentenza. “È un risultato molto importante - ha concluso Amnesty - ma è ora essenziale tenere alta l'attenzione affinché il Ministero dell'Interno agisca coerentemente mettendo da parte gli accordi conclusi in Libia!”. Lo dobbiamo a chi rischia la vita in mare per raggiungere Lampedusa e ai lampedusani, per quel modo di essere delle comunità di pescatori per cui prima si soccorre e poi ci si chiede chi si è soccorso. Per questo ieri gli attivisti di Amnesty International che questa settimana hanno partecipando al campo sui diritti umani a Lampedusa, sono scesi in spiaggia formando in acqua, insieme ad abitanti dell'isola, la gigantesca scritta "SOS", rivolta all'Europa e all'Italia. Un messaggio per la sofferenza delle persone che arrivano su imbarcazioni sovraffollate e la necessità impellente di modificare le politiche europee in tema d'immigrazione e un tributo agli eroici sforzi fatti fino ad oggi dalla popolazione lampedusana.

Alessandro Graziadei

 

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