99 anni fa il genocidio del popolo armeno

Stampa

Deportati armeni della città di Harput in Turchia (maggio 1915) – Foto: armeniangenocide.com.au

Costantinopoli, 24 aprile 1915. È notte, come da copione che si rispetti di tutte le storie più cruente. Giornalisti, insegnanti, scrittori, avvocati e deputati al Parlamento, all’incirca più di 200 persone vengono rastrellate e deportate verso l’interno della Penisola Anatolica; chi sopravvive al duro tragitto è ucciso una volta giunto a destinazione. Un elemento li accomuna: l’appartenenza all’etnia armena. La capitale dell’Impero Ottomano si sveglia dunque “epurata” dall’elite intellettuale armena: un atto considerato dai libri di storia quale l’avvio ufficiale del genocidio del popolo armeno, seppur i primi stermini si fossero verificati già sul finire del XIX secolo come reazione all’anelito di autonomia degli armeni da parte del sultano ottomano Abdul-Hamid II, conosciuto non a caso come “il Sanguinario”.

In una rapida sequenza di violenze, il governo dell’Impero ottomano non solo diede sfogo a impiccagioni, torture,uccisioni di massa, distruzioni di intere cittadine e di luoghi religiosi, stupri etnici; ma ordinò anche il disarmo dei 350mila militari armeni arruolati dall’esercito, che vennero sistematicamente arrestati e trucidati. Furono inoltre realizzate le cosiddette “marce della morte”: circa 1 milione e 200 mila armeni vennero deportati verso la Mesopotamia con la scusa di dover evacuare le zone di guerra e costretti ad attraversare a piedi il deserto siriano per centinaia di chilometri. Solo in pochi arrivarono a destinazione; la maggior parte morì durante il faticoso tragitto per fame e sete, per le fatiche fisiche estreme, per l’esposizione alle intemperie, e anche per i maltrattamenti e le esecuzioni sommarie esercitate dai Giovani Turchi che “scortavano” le masse, aiutati in questo compito da vere bande di assalto incaricate di aggredire sistematicamente le carovane dei deportati.

Dei 2 milioni di armeni che vivevano nell’Impero Ottomano ben pochi rimasero alla fine dell’“operazione”. Ne vennero risparmiati solo alcuni che si trovavano a Costantinopoli (ora Istanbul) e Izmir, troppo vicini alle sedi diplomatiche straniere; oppure gli abitanti di alcune province in prossimità del confine con la Russia, che si rifugiarono oltre frontiera. L’obiettivo della creazione di uno Stato nazionale turco linguisticamente e culturalmente omogeneo (anche dal punto di vista religioso), sul modello dei nuovi Paesi europei nati nell’Ottocento, si stava trasformando in una concreta realtà proprio grazie allo sterminio degli armeni, la più importante comunità cristiana sul territorio letteralmente “dai tempi di Cristo”.

Seppur ante litteram, quello degli armeni si configura come un genocidio, data l’intenzionalità dell’operazione di sterminio volta a cancellare quella popolazione dal territorio del futuro stato turco. Così scriveva in un telegramma il 15 settembre 1915 Talaat Pasha, il ministro dell’Intero dell’Impero Ottomano: “In precedenza è stato comunicato che il governo, su ordine del partito, ha stabilito di sterminare completamente tutti gli armeni residenti in Turchia. Coloro i quali si oppongono a questo ordine non possono continuare a rimanere negli organici dell’amministrazione dell’Impero. Bisogna dar fine alla loro esistenza, per quanto siano atroci le misure adottate, senza discriminazioni per il sesso e l’età e senza dar ascolto a considerazioni legate alla coscienza”.

Nonostante le numerose testimonianze dell’epoca, la documentazione fotografica e cartacea rinvenuta negli archivi, la Turchia ancora oggi nega che il caso armeno si possa configurare come un genocidio e colloca i massacri all’interno della prima guerra mondiale, minimizzando i fatti e il numero delle vittime. Parlare del genocidio in Turchia costituisce persino una violazione dell’art. 301 del Codice penale che punisce “le offese allo Stato turco” e può costare il carcere; nondimeno il riconoscimento da parte di un Paese terzo del genocidio armeno porta regolarmente alle proteste del governo di Ankara. Tuttavia il negazionismo nei confronti del genocidio armeno rischia di costare alla Turchia l’ingresso all’interno dell’Unione Europea, che di certo non può permettersi che siano così brutalmente negati i principi sui quali la comunità stessa si è costituita, sulle ceneri della seconda guerra mondiale e all’indomani dell’Olocausto di cui sono state sia attribuite sia ammesse le responsabilità. Ciascuno dei Paesi dell’UE riconosce il genocidio armeno e in Francia dal 2012 è addirittura reato negarlo: una disposizione di legge che ha creato qualche perplessità in parte della stessa nutrita comunità armena che chiede che prima sia creata una coscienza collettiva in Turchia su quanto è avvenuto quasi un secolo fa. Conoscenza e consapevolezza che non potrebbero che contribuire a dare giustizia alle vittime di quello sterminio ma che soprattutto offrirebbero un futuro di convivenza pacifica tra i popoli della Turchia e dell’intera Europa.

Miriam Rossi

Ultime notizie

Marocco: tra salsedine e lentezza

26 Giugno 2019
L’impatto col Marocco è abbagliante quanto le Gellaba (vestaglie) colorate delle donne. (Matthias Canapini)

Bambini: “chi non produce è inutile”

25 Giugno 2019
È necessario contrastare l’idea che chi non produce è inutile per la società. A cominciare dai bambini costretti ad essere “economicamente attivi”. (Alessandro Graziadei)

Il nazionalismo che viene dall’est e i sovranismi post comunisti

24 Giugno 2019
Il politologo polacco Radosław Zenderowsk sul nazionalismo nell’Europa centrorientale, ripreso da Andrea Pipino, giornalista di Internazionale, proprio mentre il cosiddetto sovranismo e le tendenze...

Cocktail artico… al veleno

24 Giugno 2019
Le inquietanti conseguenze dello scioglimento dei ghiacci. (Anna Molinari)

La seconda vita dei libri, nelle mani dei senza dimora

23 Giugno 2019
I volontari della Ronda della carità distribuiscono (oltre a panini e bevande) fumetti, romanzi e riviste.