2012. Ancora schiavitù in Mauritania

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Donne e bambini della Mauritania – Foto: Ira Mauritania Ufficio Italia

Sabato 28 aprile 2012, notte fonda. Con un enorme dispiegamento di forze, la polizia mauritana fa violentemente irruzione nell’abitazione privata del leader del movimento antischiavista, Biram dah Abeid, in un quartiere della capitale Nouakchott. Volano lacrimogeni e proiettili di gomma, tra gli uomini, le donne e i bambini presenti si scatena il panico. Numerose persone, tra cui la moglie di Biram Leyla, restano feriti. L’operazione è stata effettuata nel buio più totale anche perchè nell’intero quartiere è stata fatta mancare la corrente elettrica, impedendo così alla popolazione di seguire gli avvenimenti. Alla fine, lo stesso Biram dah Abeid, insieme agli altri attivisti Abidine Maatalla e Diarra Jacoub, vengono arrestati. Fanno tutti parte del movimento Ira-Mauritania, dove l’acronimo Ira significa Iniziativa di Rinascita del movimento Abolizionista della schiavitù.

Perchè in questo stato dell’Africa occidentale, ancora oggi nel 2012 esiste la schiavitù. Abolita formalmente nel 1981 e riconosciuta come reato penale solo nel 2007, viene di fatto ancora praticata da parte della minoranza arabo-berbera, che detiene le redini del potere politico, economico e militare, ai danni delle comunità nere, in particolare degli haratin, che costituiscono il 60% della popolazione mauritana. “Lavoro non remunerato, analfabetismo, pene corporali, violenze sessuali, espropriazioni terriere, questo significa essere schiavi, oggi come ieri, in Mauritania” spiega Gianmarco Pisa, presidente di IRA Mauritania-Ufficio Italia. Anche in Italia, infatti, si sta formando pian piano un nucleo di attivisti che vogliono portare la causa degli abolizionisti mauritani all’attenzione dell’opinione pubblica.

“Da noi è di fatto assente l’attenzione legata al contesto geografico e politico dell’Africa Occidentale, estraneo alla sfera degli interessi nazionali e di conseguenza sottratto all’attenzione dell’opinione pubblica italiana. – continua Pisa – Vi è in questo una responsabilità grave degli organi di informazione che è doveroso denunciare, e uno dei nostri scopi è fare luce il più possibile su quell’autentico cono d’ombra che è la realtà della schiavitù in Mauritania”.

Proprio nel marzo di quest’anno una delegazione dell’Ufficio Italia si è recata nel Paese per un monitoraggio della situazione. Hanno visitato Joudril Mohgunes, villaggio natale di Biram, Chargra, Tighint e M’balal, nella regione di Trarza, in cui la spettacolarità degli scenari naturali al limite del deserto ha fatto da sfondo alle drammatiche testimonianze rese dalle donne dei villaggi e dagli anziani delle comunità. “Qui ancora le persone non vedono riconosciuti i diritti più fondamentali – continua Gianmarco Pisa – tra cui quello di lavorare la terra che da sempre abitano o semplicemente prendere visione dei documenti che li riguardano, o accedere ai sanatori, alle scuole, al cibo, a condizioni di vita soddisfacenti, in una parola, umane”.

A soffrire maggiormente questa condizione sono le donne. “La schiavitù viene trasferita attraverso le generazioni per via matrilineare, e questo rende la schiavitù così pervasiva e la condizione della donna schiava ancora più drammatica” spiega Pisa. Moltissime sono le donne haratin che la delegazione ha incontrato nei villaggi, spesso con i bambini al seguito quasi tutti denutriti. “C’est l’Afrique”, è stato il commento disarmante di uno degli accompagnatori.

Eppure nel Paese oggi esiste una legge, la 048, che in teoria dovrebbe perseguire penalmente la riduzione in schiavitù. La legge è stata approvata in circostanze eccezionali dopo l’elezione, nell’aprile del 2007, di Sidi Mohamed Ould Cheikh Abdallahi a Presidente della Repubblica, in un voto che viene ricordato come l’unico sostanzialmente libero e democratico della storia recente del Paese dagli anni Settanta in poi. Ma, a seguito del colpo di stato militare del 6 agosto 2008, vissuto dai membri del movimento abolizionista come una reazione del gruppo dominante arabo-berbero, la situazione si è nuovamente complicata. Molti haratin sono tutt’oggi “proprietà” dei loro padroni, e la liberazione, quando avviene, per la maggioranza degli ex schiavi equivale comunque a una vita segregata e misera, in villaggi situati in terre aride, privi di acqua corrente ed elettricità.

In questo contesto l’Ira-Mauritania, associazione mai riconosciuta dal governo dell’attuale presidente Abdel Aziz, da anni organizza direttamente l’azione e la rivendicazione degli schiavi (formalmente ex-schiavi) nei villaggi. Il leader Biram dah Abeid, era già finito in carcere insieme ad altri tre attivisti il 4 agosto dell’anno scorso, all’indomani di una manifestazione pubblica contro la riduzione in schiavitù di una bambina di 10 anni.

Stavolta, invece, la protesta che ha portato all’arresto è stata ancora più spregiudicata: davanti alla più importante moschea di Nouakchott, Biram e i suoi hanno simbolicamente dato alle fiamme alcune copie di testi di interpretazione giuridico-religiosa di tradizione malikita, definita come la più oscurantista sostenitrice dello schiavismo. Diffusa in diversi Paesi africani e in special modo in Mauritania, si tratta di una variante locale tradizionale dell’interpretazione islamica, spesso strumentalizzata dalle élite al potere per perpetuare la sottomissione e “legittimare” la continuazione della schiavitù.

“Si tratta di una posizione che nulla ha a che vedere con i precetti del Corano e la predicazione del Profeta – spiega ancora il presidente dell’Ira Mauritania-Ufficio Italia – che non appartiene al messaggio dell’Islam e che può, pertanto, a buon diritto essere considerata ‘spuria’ e ‘blasfema’”. Recentemente quest’interpretazione è stata presa a modello da alcuni predicatori durante una nota trasmissione radio mauritana, e dalla metà di aprile è cominciato a circolare un appello, da parte di una sedicente autorità religiosa proveniente dall’Arabia Saudita, a recarsi in massa in Mauritania per “acquistare degli schiavi” da liberare successivamente per “scontare i peccati e guadagnare il paradiso”. Secondo Biram Dah Abeid “se la schiavitù è proibita dal parlamento mauritano, questo vuol dire che il parlamento mauritano deve proibire questi libri che fanno apologia dello schiavismo”. Ecco il perché del suo gesto, che è stato comunque considerato sacrilego dalle autorità con conseguente decisione, da parte del presidente mauritano Abdel Aziz, di applicare la sharìa, la legge islamica. Da allora, gli arrestati di aprile insieme ad altri sei attivisti arrestati precedentemente, sono scomparsi per ricomparire la notte tra il 28 e 29 maggio per il trasferimento alla prigione civile de Nouakchott. Tre di loro sono stati rilasciati, ma non Biram.

“Temiamo che venga sottoposto a torture” affermano gli attivisti italiani che, promuovendo un dialogo con numerose altre associazioni tra cui Amnesty International, hanno diffuso una petizione popolare per convincere anche il governo italiano ad attivarsi per la liberazione di Biram. “Lavoriamo per attivare una interlocuzione stabile con le autorità statali e le istituzioni pubbliche, per incrementare la pressione contro le pratiche schiavistiche e liberticide del Governo di Abdel Aziz – spiega Gianmarco Pisa - “Lo scopo è muovere il più possibile il fronte del silenzio all’interno della comunità internazionale”.

Anna Toro

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