20 anni fa la Conferenza di Pechino. Pietra miliare dei diritti delle donne

Stampa

Foto: Unsceb.org

Una rivoluzione è iniziata! Non si torna più indietro” tuonò Gertrude Mongella dal palco del Centro Sportivo Nazionale di Pechino. Quel giorno la quarantanovenne tanzana, nominata Segretario Generale del prestigioso consesso, aveva preso la parola dinanzi a una platea di 10mila donne. Era il 30 agosto 1995. A Pechino si aprivano i lavori della 4° Conferenza ONU sui diritti della donna con 5.307 delegati ufficiali e 3.824 rappresentanti di ong, a cui si aggiungeva un dispiegamento di 3.200 operatori dei media e 4.041 giornalisti provenienti da 124 Paesi di tutto il mondo. Parallelamente a Huairou, un centro rurale a 55 Km dalla capitale cinese, si svolgeva il Forum mondiale delle ong con altrettanti numeri da capogiro: 31mila rappresentanti di più di 2mila organizzazioni di 200 diversi Paesi. Dunque mentre le delegazioni ufficiali negoziavano nel dettaglio i contenuti e la forma della Piattaforma d’azione che avrebbe dettato le linee dell’emancipazione delle donne, decine di rappresentanti di organizzazioni non governative esercitavano una decisa opera di “lobbying” per sostenere le proprie priorità.

Non si trattò solo di un evento mediatico di alto profilo e dall’ancora più elevata partecipazione sociale, bensì di una svolta nell’approccio alla tutela dei diritti delle donne che da allora trasformò le politiche globali nel settore. Si iniziò “a guardare il mondo con occhi di donna”, parafrasando lo slogan del Forum, e a tentare così di colmare con interventi fattivi quella marginalizzazione delle donne dal godimento dei diritti umani, riflesso dell’ineguaglianza di genere che da secoli ha influito sulle vite di milioni di esse. Da tempo l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) aveva portato la causa dell´uguaglianza fra i sessi al centro dell´agenda globale: nelle conferenze del 1975, 1980 e 1985, da Città del Messico a Copenaghen e a Nairobi, la comunità internazionale aveva già dialogato e formulato piani di azione ritenuti efficaci per il progresso delle donne in ogni luogo, e in tutte le sfere della vita pubblica e privata. Tuttavia solo a Pechino si è segnato il passaggio dalle politiche di riconoscimento della parità uomo-donna alla consapevolezza che per raggiungere l´uguaglianza di diritti e di condizioni fosse necessario riconoscere e valorizzare la differenza del genere maschile e femminile; valorizzare dunque l´esperienza, la cultura, i valori di cui le donne sono portatrici. Fu un successo del femminismo transnazionale che ricercava nelle differenze punti in comune, e immetteva nel linguaggio ufficiale i termini di “empowerment” (il dare potere) delle donne e di approccio di “mainstreaming” (un’attenzione trasversale alle implicazioni di genere in ogni scelta di programmazione e di azione politica, nazionale e internazionale), già utilizzati da tempo dagli addetti ai lavori.

Con la Dichiarazione di Pechino non è più in atto uno scontro di donne del Nord e del Sud del mondo, le prime privilegiate e intenzionate a corrompere le donne “povere ma oneste” dei continenti poveri. Non emerge più una contrapposizione tra laici o tra fedeli di differenti religioni. Non esistono più i conflitti tra Est e Ovest a difesa di due tipologie differenti di diritti umani: economici e sociali i primi, civili e politici i secondi, come era stato negli anni della guerra fredda. Non ci sono neppure i noti motivi del conflitto tra i sessi: la violenza sessuale, l’esclusione e la sottomissione delle donne: non è il “maschilismo” delle istituzioni e della società che si mette sotto accusa. A Pechino c’è una fondamentale novità: la differenza di genere viene utilizzata come leva per una critica alle forme dello sviluppo e della convivenza sociale, pur mancando ancora un’analisi coerente dei meccanismi strutturali che perpetuano povertà e discriminazioni. Emerge dunque un messaggio di critica e di analisi diretto ai governi, agli organi internazionali che gestiscono il mercato, alle istituzioni mondiali. Paradossalmente si parla meno di donne e più di temi di interesse globale: “Viviamo in un mondo segnato da crescente povertà, disuguaglianza, ingiustizia, disoccupazione e distruttività ambientale (...). Il modello dominante di sviluppo e l’economia globale di mercato generano grande ricchezza materiale per pochi mentre impoveriscono i più e creano sradicamento e razzismo, incoraggiano l’iperconsumo e la proliferazione degli armamenti (...). La globalizzazione delle cosiddette economie di mercato è la causa prima dell’aumento della femminilizzazione della povertà, cosa che viola i diritti umani e la dignità. Pertanto chiediamo che si ponga fine a queste condizioni e rifiutiamo di accettarle come inevitabili per il futuro dell’umanità. I diritti delle donne sono diritti umani”. Parole del Forum delle ong di Pechino, che echeggiano per l’ennesima volta la legittimazione del principio dell’universalità dei diritti, ancora non così ovvio alle soglie del Terzo Millennio, ed elevano un messaggio tanto audace quanto ambizioso di mutamento delle strategie globali in tutti i settori.

Esattamente a venti anni dalla chiusura della Conferenza di Pechino e dalla proclamazione dei suoi documenti conclusivi, le 12 aree critiche per la condizione femminile identificate nella Piattaforma d’azione (povertà, istruzione e formazione, salute, violenza contro le donne, conflitti armati, economia, potere e processi decisionali, meccanismi per favorire il progresso, diritti fondamentali, media, ambiente, bambine) restano ancora oggi un punto di riferimento per la tutela dei diritti delle donne nel mondo, in considerazione che la maggior parte di tali questioni restano ancora irrisolte. Se appare pressoché evidente che alcun Paese al mondo ha ancora raggiunto una piena equità di genere, come espresso da Phumzile Mlambo-Ngcuka, Direttore esecutivo di UN Women, in occasione della cerimonia commemorativa della Conferenza al Palazzo di Vetro a New York, tuttavia diversi passi in avanti sono stati fatti tanto da indurre l’ONU a lanciare una nuova campagna “Planet 50-50 by 2030: Step it up for gender equality” (Pianeta 50 e 50 dal 2030: Fai un passo in avanti per la parità di genere).

Prossimo appuntamento quindi al 2030 per stilare un nuovo bilancio del lungo e arduo percorso di riconoscimento dei diritti umani alle donne del pianeta.

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è presidente della cooperativa EDU-care e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

Ultime notizie

Avere una malattia mentale a Dakar / 2

28 Marzo 2020
La comunità autoctona lebou di Dakar “cura” le persone con problemi mentali attraverso riti collettivi di stampo esorcistico. (Lucia Michelini)

Perché non lo lasci?

27 Marzo 2020
Le donne che subiscono violenza psicologica tendono a vedersi con gli occhi del maltrattante. E alcuni diffusi stereotipi aumentano il disagio. (Lia Curcio)

Il nostro welfare? Incapace di tutelare i diritti umani delle persone con disabilità

26 Marzo 2020
Intervista con Giampiero Griffo, presidente di DPI Italia e esperto di diritti delle persone con disabilità nelle emergenze. «Nei momenti di crisi risorgono vecchi schemi e stereotipi, la logica mi...

Covid-19 in America Latina: scenario angosciante di una crisi inevitabile

26 Marzo 2020
L’arrivo del virus nel continente latinoamericano si vedeva da lontano e non si è potuto fermare, anche per colpa dei dirigenti politici. (Marco Grisenti)

Siamo in guerra! Il coronavirus e le sue metafore

25 Marzo 2020
Da giorni basta aprire un giornale, scorrere le notizie sul telefono, guardare un notiziario in tv per sentirci dire che siamo in guerra. L’emergenza Covid-19 è quasi ovunque trattata con un lingua...