1 maggio: “Non fate più scommesse con la figlia del droghiere”

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La Thatcher divide ancora – Foto: ritrattidisignore.wordpress.com

Per i giovani italiani la festa del primo maggio è associata al tradizionale concertone di Roma, unico strumento rimasto ai maggiori sindacati italiani per comunicare con una generazione per la quale il lessico sindacale significa sempre di meno. Eppure, anche per i giovani che non l’hanno mai conosciuta, quello del 2013 sarà un primo maggio senza Margaret Thatcher. Simbolicamente, si tratta di una novità piuttosto importante. Non che la Lady di Ferro avesse mai preso parte, direttamente o indirettamente, ai festeggiamenti della festa dei lavoratori. Ci mancherebbe altro. Eppure, la sua morte rappresenta la fine di una generazione di politici che era assurta a simbolo del capitalismo sfrenato, la divisione dei sindacati, la privatizzazione di interi settori produttivi. Accanto a Reagan, la prima e unica donna a ricoprire il ruolo di premier britannico, la “figlia del droghiere” è diventata una sorta di icona del liberismo e della deregulation, della “mano invisibile” del mercato che si autoregola: Maggy è una Che Guevara del capitalismo selvaggio, una rivoluzione, questa sì, esportata in tutto il mondo, con gli effetti che vediamo con la grande crisi economica.

Sarebbe però sbagliato fare di lei un mostro, il simbolo esclusivo di “ciò che non siamo/ciò che non vogliamo”.Questo primo maggio potrebbe essere invece l’occasione per avviare una riflessione su questi argomenti, in un momento in cui i giovani percepiscono in maniera preoccupante i sindacati come strumenti del passato, incapaci di comprendere i cambiamenti di un mondo molto diverso da quello del 1980.

Avviando un dibattito del genere partendo dalla figura di Lady Thatcher si rischia di scivolare in un litigio astioso e ideologico. L’Unione Sindacale di Base ha recentemente rilasciato un comunicato stampa molto duro, auspicando che, anche simbolicamente, con la morte di Margaret Thatcher debba considerarsi finito un ciclo che ha visto il capitale esercitare la lotta di classe nei confronti dei lavoratori. In Inghilterra, il Socialist Workers Party ha recentemente diviso la stampa con una copertina sulla quale era rappresentata la lapide di Margaret Thatcher schizzata di sangue e sotto il titolo: "Rallegratevi!". Eppure, quale occasione migliore per interrogarsi sul ruolo dei sindacati e, più in generale, della rappresentanza dei lavoratori oggi?

L'Inghilterra è ancora segnata dalle battaglie condotte attorno ai temi forti del liberalismo rampante degli anni Ottanta. A Cortonwood ed in tutto lo Yorkshire fra il 1984 e il 1985 si consumò una delle più grandi battaglie del movimento operaio internazionale, una battaglia che i minatori persero dopo 51 settimane di scontri violentissimi. In quella circostanza furono migliaia gli arresti. Ai minatori, si è scoperto di recente, fu perfino bloccato un prestito internazionale proveniente da una colletta dei colleghi russi da un milione di dollari, grazie all’opera di convincimento di Lady Thatcher sull’allora premier sovietico Mikhail Gorbaciov. Stremati dalla fatica, i minatori inglesi si arresero in una storica assemblea. Da quel brutale braccio di ferro il sindacato non si è più ripreso. Molti sostengono che con quel giorno iniziò l'era del liberismo sfrenato, un modello che ha generato ricchezza e disparità sociale.

Oggi in Italia si respira un clima per certi versi simile a quello dell’Inghilterra di inizio anni Ottanta. Un milione di licenziati, salari bloccati, crollo del tenore di vita, economia in recessione, malcontento generalizzato. In questo quadro di grave crisi sociale, i sindacati, disuniti, rischiano di essere ininfluenti. Come lo è la sinistra politica. Sempre meno i loro tesserati anche se sui numeri precisi manca chiarezza. Dice Linkiesta che la cifra ufficiale è di 14 milioni e 800mila e tuttavia vi è un forte sospetto che i sindacati gonfino gli iscritti: “come nelle gogoliane anime morte … per mascherare in qualche modo il trend storico discendente”. Che i sindacati stiamo drammaticamente fallendo lo dice, molto chiaramente, quel dato su cui sempre i sindacati hanno puntato più di tutto: le piazze. Che spesso finiscono in mano ad altri: a Beppe Grillo, a Silvio Berlusconi, a movimenti spontanei di donne e giovani.

Piazze piene di anziani e pensionati, vuote di giovani, con i quali i sindacati non comunicano più da anni. Cgil, Cisl, Uil, Fiom sono sigle trapassate per una generazione che vive con insofferenza le interminabili contrattazioni sul tema degli esodati, le battaglie furibonde sulle pensioni e la difesa a oltranza dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Tutti argomenti estranei ai giovani di oggi, che lavorano solo con tirocini e contratti a progetto e che in pensione potrebbero non andarci mai. La crisi di rappresentanza di coloro che sarebbero naturalmente preposti a dare voce alle istanze dei più giovani è drammatica. Questo è un grido di dolore, così diverso dalle gazzarre della destra o di Grillo che invocano la morte dei sindacati: purtroppo però anche chi sogna una società più equa e più giusta, con grandi opportunità per tutti, rischia di dover registrarne il decesso.

La morte di Lady Thatcher, a lungo considerata la causa principale della crisi dei sindacati inglesi, potrebbe far riflettere su questo fallimento. La ricetta liberista ha fallito, questo è chiaro. Forse però essa è stata di moda per anni grazie ad una inadeguatezza generalizzata dei sindacati, dei partiti di sinistra che ancora oggi devono trovare nuovi linguaggi per poter capire la realtà ed essere capiti.

Oggi, primo maggio, a comunicare con i giovani lavoratori ci penseranno i gruppi musicali che scenderanno in Piazza San Giovanni per conto dei sindacati. Tutti gli altri giorni, tutte le altre piazze, tutti gli altri giovani, tutte le altre battaglie, i sindacati li hanno ormai delegati ad altri.

Lorenzo Piccoli e Piergiorgio Cattani

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