Greenpeace: Puma, Nike e Adidas accettano di diventare aziende toxic-free

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Foto: Greenpeace.org

Alla fine Greenpeace ce l’ha fatta a “fare le scarpe” a tutti e tre i maggiori brand dell’abbigliamento sportivo - Nike, Adidas e Puma - che si sono impegnati pubblicamente a ridurre a zero il rilascio di sostanze chimiche pericolose in tutta la loro filiera produttiva entro il 2020. Così dopo la Puma, (che sponsorizza gli azzurri del pallone impegnati in questi giorni nelle qualificazioni agli Europei di Polonia e Ucraina del 2012) e la Nike, anche Adidas da pochi giorni ha, infatti, annunciato che diventerà toxic-free aderendo alla campagna Detox che sta chiedendo alle più grandi firme internazionali dell'abbigliamento sportivo di eliminare le sostanze tossiche dai propri prodotti.

Adidas promette così l'eliminazione graduale delle componenti inquinanti e pericolose per la salute e l’impegno a lavorare su tutta la sua catena di fornitura. “Ha anche accettato di rispettare il diritto di sapere - ha fatto sapere Greenpeace - per garantire ai clienti la piena trasparenza sull’utilizzo delle sostanze chimiche rilasciate dai propri fornitori. Ha, inoltre, esplicitamente dichiarato il suo impegno a sviluppare un approccio trasversale in aggiunta al proprio piano individuale" ed elaborerà un piano dettagliato entro le prossime settimane.



Questa tripletta di adesioni alla campagna Detox arriva di fatto a sole sette settimane dalla pubblicazione del rapporto “Panni sporchi” “attraverso cui - ha spiegato Greenpeace - abbiamo denunciato l’esistenza di rapporti commerciali tra i più famosi brand di abbigliamento e le aziende produttrici responsabili del rilascio di sostanze tossiche inquinanti nei fiumi cinesi”. 

Un secondo rapporto pubblicato la settimana scorsa “Panni sporchi 2” ha poi fornito ulteriori prove che sostanze chimiche persistenti nell’ambiente che si accumulano lungo la catena alimentare e sono capaci di alterare il sistema ormonale dell'uomo, come il nonilfenolo etossilato, vengono usate nel processo di manifattura da più di 14 brand internazionali. “Abbiamo comprato 78 articoli fra t-shirt, giacche, pantaloni, abbigliamento intimo e scarpe in tela uomo/donna/bambino in 18 differenti paesi in tutto il mondo, fra cui anche l’Italia. 52 prodotti appartenenti a 14 marche [Abercrombie & Fitch, Adidas, Calvin Klein, Converse, G-Star RAW, H&M, Kappa, Lacoste, Li Ning, Nike, Puma, Ralph Lauren, Uniqlo e Youngor] sono risultati positivi al test sui nonilfenoli etossilati” ha fatto sapere Greenpeace.

“Ma i risultati delle nostre ricerche sono solo la punta di un iceberg - ha aggiunto Greenpeace poco dopo la pubblicazione del secondo rapporto Panni Sporchi - L’uso di composti pericolosi nell’industria tessile è un problema globale che rischia di intossicare le acque di tutto il mondo. I grandi brand dell’abbigliamento sportivo sono responsabili di questi scarichi pericolosi e le persone hanno il diritto di sapere quali sostanze sono presenti nei vestiti che indossano e quali effetti causano una volta rilasciati nell’ambiente”.

Nonostante la strada contro i veleni utilizzati dalle industrie sia ancora lunga, Greenpeace non ha dubbi: “l’impegno di Adidas, Puma e Nike per una politica di scarichi zero ha un’importanza decisiva per la nostra campagna.
È una pietra miliare per fermare l’industria che inquina le nostre acque con sostanze chimiche persistenti che mettono a rischio la nostra salute”. Se sono ancora molte le aziende che hanno ignorato l’appello ecologista si può dire, infatti, che dopo la scelta dei tre colossi “Il Toxic-Free va più di moda” registrando una serie di altri brand dell’abbigliamento che pubblicamente si sono impegnati nella sfida “Detox”, tra cui Lacoste, G-Star Raw , Uniqlo e la marca sportiva cinese Li Ning. 
”Nelle prossime settimane i nostri campaigner - ha continuato Greenpeace - si confronteranno con tutte queste aziende per trasformare il loro impegno iniziale in un piano individuale e costruire un futuro libero da sostanze tossiche”.

È la vittoria del pianeta, dell’ambiente e di milioni di persone che in Cina come altrove dipendono dai fiumi per l'acqua potabile e l'agricoltura, perché come hanno implicitamente ammesso i più importanti marchi dello sport non esistono “livelli sicuri” di sostanze tossiche e solo una politica di “scarichi zero” può realmente contribuire a tutelare l’ambiente.

Per la nota ong ambientalista si tratta di un successo da condividere: “Se in migliaia non avessimo sfidato i grandi marchi dello sport, aprire la strada a un futuro libero da sostanze tossiche avrebbe richiesto molto più tempo”. Ora però, per tenere fede all’impegno, non bastano i comunicati stampa e “nelle prossime settimane - concludono i pacifisti verdi - terremo gli occhi ben aperti per assicurarci che queste aziende mantengano le promesse fatte, iniziando a trasformare gli annunci pubblici e pubblicitari in fatti concreti. Solo così che costruiremo un futuro toxic-free!”.

Le altre grandi multinazionali sono avvisate: è tempo di assumersi le proprie responsabilità e intervenire su tutta la catena per obbligare i propri fornitori a dare informazioni periodiche sugli scarichi tossici con l’obiettivo finale della loro completa eliminazione. Un ottimo auspicio, che ci fa ben sperare, anche se (o proprio perché), per una volta l’etica è finita “nelle scarpe”.

Alessandro Graziadei

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