Aree protette, tra il nascondere e il mostrare

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Foto: A. Molinari ®

Dal latino protegĕre, esito dell’unione tra tegĕre, ‘coprire’ e il prefisso pro-, ‘davanti’, il verbo proteggere è una combinazione elementare e archetipica tra semplici parole, a pensarci bene un’azione primordiale: un coprire che ripara, una tensione che fa vibrare l’istinto atavico del “difendere nascondendo”, significato evidente nell’etimologia molto più che nell’uso distratto che ne facciamo ogni giorno. 

Mi viene in mente questo pensiero, mentre siedo tra il pubblico del convegno "Reti e strumenti di gestione per le aree protette", tenutosi lo scorso venerdì a Trento al riparo del soffitto a capriate di un’elegante sala del Castello del Buonconsiglio. Cosa significa, per alcuni territori, essere aree da riparare, salvaguardandole da forze impietose che ne minacciano la sopravvivenza? Perché se questo è il significato autentico di piccoli o grandi ritagli di natura che a loro volta danno rifugio a una ricchezza preziosa in termini di biodiversità, cultura, tradizioni… allora è urgente – e necessario – capire cosa significhi per noi, per il nostro quotidiano, per il nostro futuro.

L’appuntamento di riflessione proposto in apertura della prima edizione del Festival delle Aree protette è nato con l’intenzione di indagare proprio i temi della governancee della connettività ecologica nella regione alpina, offrendo spunti per un approccio integrato e coordinato finalizzato alla condivisione e all’individuazione di strumenti ed esperienze di gestione (da parte della Provincia autonoma di Trento e della Fondazione Dolomiti UNESCO, ma anche di respiro nazionale e internazionale) in tema di reti di tutela. Un convegno che ha aperto un fine settimana di festa per una biodiversità diffusa: in un panorama di eventi dedicati principalmente allo sport, all’economia, alla solidarietà e alla cultura, il Festival della Aree protette si è imposto come occasione non scontata di comunicazione, sensibilizzazione e informazione su tematiche di rilevanza trasversale rispetto a coordinate di spazi e tempi. Insomma, protagonisti sono i territori in cui viviamo, gli anni che ci accolgono e quelli che ci aspettano, le specie vegetali e animali assieme alle quali li abitiamo.

La biodiversità delle aree protette, dai Parchi Naturali alle Reti di Riserve, realtà supportate anche dal lavoro del MUSE– Museo delle scienze, si è presentata in questo fine settimana nell’offerta poliedrica di attività ed eventi proposti, dai laboratori agli spettacoli, dagli incontri alle escursioni. La riflessione e le azioni a progettualità di medio e lungo periodo sono frutto di un impegno costante e appassionato che talvolta, come in questa occasione, esce allo scoperto, ma che prevalentemente viene svolto dietro le quinte, quieto e prezioso contributo a fondamento di un sistema articolato di oltre 400 porzioni di territorio tutelato, diverso per caratteristiche e dimensioni, organizzato come una rete che copre oltre il 30% del Trentino, interessando 80 comuni.

Nelle parole di Paolo Angelini, Capo della Delegazione in Convenzione delle Alpi, c’è il cuore di un Festival che aveva l’intento di celebrare i 30 anni dall’ordinamento della rete dei Parchi del Trentino, ma che per lo più ha sporto lo sguardo oltre la dimensione della provincia. Raccogliendo uno stimolo dal basso proprio a riconoscenza del valore e dell’importanza del coinvolgimento degli attori del territorio, la costituzione del Sistema delle Aree Protette Alpine Italiane (SAPA) garantisce infatti un approccio di ampio respiro in termini di “servizi ecosistemici” e ne favorisce e accompagna la promozione, tenendo salda la fiducia in una gestione che non ne comprometta la funzione protettiva, sia in senso formale (natura giuridica) sia materiale (beni da tutelare). Un lavoro di rete che, come ricordato anche da Claudio Ferrari, dirigente del Servizio sviluppo sostenibile ed aree protette della Provincia autonoma di Trento, fa leva coraggiosa – pur nell’incertezza delle risorse future – su 3 principi cardine: la sussidiarietà responsabile, in particolare nella gestione diretta da parte degli enti locali dei propri territori; l’integrazione delle politiche di conservazione e sviluppo socio-economico; la partecipazione. 

Un intervento che mi riporta al pensiero iniziale, arricchito anche dagli spunti – particolarmente interessanti perché provenienti da un ambito inusuale, quello dell’imprenditoria – proposti da Domenico Mastrogiovanni di Euromontana, Associazione europea per le aree di montagna. Le tematiche ambientali sono patrimonio esclusivo di quei territori e di quegli organi istituzionali che se ne occupano in via preferenziale o sono piuttosto un patrimonio da condividere in maniera partecipata? Quale relazione tra il dentro e il fuori, rispetto ai loro confini? Quale rapporto tra il nascondere e il mostrare, per le aree da proteggere?

Se una risposta c’è, sarebbe sbrigativo darla in questa sede, ma è certo che essa abbia molto a che vedere con il nostro modo di essere – e diventare – abitanti di territori dove l’ambiente sia elemento di intelligenza collettiva e di comportamenti condivisi, all’insegna del superamento della “logica della distintività”. Certo è anche che questa risposta sia indiscutibilmente connessa al modo in cui riusciremo a difendere il delicato equilibrio di cui siamo solo una parte. Se possiamo dire che l’uomo debba riappropriarsi della natura e di un’autentica relazione con le sue più diverse forme, è vero anche, dall’altro lato, che la natura ha il potere di fare lo stesso e prendersi un po’ dei nostri spazi, accompagnandoci in questa risacca tra dare e ricevere. All’insegna di un promemoria che prendiamo in prestito dalle parole di Sir Terry Pratchett: “anche se non è colpa nostra, rimane una nostra responsabilità”.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale. Collabora regolarmente con realtà che si occupano in particolare di divulgazione ambientale, aree protette e sviluppo sostenibile.

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